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Se Monti va a Porta a Porta …

6 dicembre 2011


La decisione di Mario Monti di presentare il decreto “salva-Italia” a Porta a Porta questa sera ha suscitato polemiche e critiche da diverse parti, in campo politico, giornalistico, e nel dibattito pubblico. E se il clamore in un primo momento si era concentrato sulla anticipazione della presentazione televisiva rispetto ai tempi e a luoghi della politica (cosa non certo rara nelle precedenti legislature), ora che il clima istituzionale è stato rasserenato (Monti ha presentato ieri la manovra alla Camera e al Senato), resta il problema della opportunità della scelta di presentare in tv il pacchetto dell’esecutivo e, nello specifico, di farlo  nell’ambito del programma Porta a Porta.

Il premier è accusato di aver ceduto alle lusinghe televisive, in continuità con lo stile comunicativo del predecessore (o piuttosto in virtù di una presunta non contenibile vanità accademica), e di aver quindi finito per concedersi al “terzo ramo del parlamento”, come affettuosamente viene definito il salotto di Vespa, senza valutare i rischi connessi a questa scelta.  Non solo. Ma la scelta di Porta a Porta per molti è da considerarsi un errore, quasi presagio di sciagura, anche in virtù della storica scelta di Berlusconi di quel contesto per firmare il celebre “contratto” con gli Italiani.

Nel frattempo sono migliaia i cittadini che stanno sottoscrivendo l’appello “Monti non andare in quel salotto”, lanciato oggi da Libertà e Giustizia, l’associazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti. E l’invito ad esprimere una posizione pro-contro sta invadendo il web e viene rilanciato dai media mainstream

Il premier dal canto suo valuta la polemica come “solo un’onda di eccitazione psicodrammatica» e la sua presenza da Vespa, nel frattempo si è ridotta a una partecipazione alla prima parte della puntata. Niente talk in seconda serata, dunque, cui invece parteciperanno il ministro dello sviluppo Economico Corrado Passera, il vice ministro dell’Economia Vittorio Grilli, e non il ministro del Welfare Elsa Fornero come precedentemente annunciato. Per Monti, solo un’intervista dalle 20.35 alle 21.05.

Lasciando per un momento che le notizie si rincorrano freneticamente, mi sembra opportuno provare a ragionare sulla questione, che mi sembra centrale rispetto alla riflessione più ampia sul rapporto tra media e politica. È  chiaro, infatti, che una simile decisione presta il fianco ad attacchi incrociati e a letture ipersemplificate della questione. Ma resta il sospetto che dietro le chiacchiere giornalistiche, le polemiche o le boutade politiche come quella di Osvaldo Napoli ci sia qualcosa di più. È davvero, come dichiara Lucia Annunziata , un problema di non competenza televisiva e di scarsa sensibilità nei confronti del (o superiorità verso) mezzo dimostrata da un governo di tecnici e professori – posto che verrebbe da chiedersi se invece la “competenza” televisiva sia quella mostrata nella occupazione del video da parte dei politici -  o al contrario la scelta di Porta a Porta è il frutto di una valutazione appropriata e non banale del rapporto tra politica, media e popolazione italiana?

Negli ultimi anni, la televisione ha certamente stressato il suo ruolo di centralità sulla scena politica italiana, contribuendo a quello che da più parti è stato definito un processo di spettacolarizzazione e personalizzazione, giocato sul carisma dei leader, sul confronto trasformato in game, sulla traduzione dei temi in storie. Nel processo di costruzione della politica “pop” (Van Zoonen 2005; Mazzoleni, Sfardini 2009) i leader devono possedere capacità organizzativa, carisma e straordinaria sintonia con umori popolari, sempre più volubili, e i “cittadini” (gli elettori) vengono letti sempre più come audience televisiva, impegnata in una chiacchiera salottiera che, dagli spazi tradizionali della politica, si è spostata nell’intimità della sfera domestica.

Provando ad applicare questo modello interpretativo al governo Monti siamo immediatamente frenati da una evidente perplessità. Allo sguardo degli elettori (audience televisiva) si propone un gruppo di professori, di tecnici, una squadra austera, persino fredda, certamente rispettosa della liturgia politica e del bon ton. Come sottolinea efficacemente Boccia Artieri,  “a fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo stare contava quasi più del dire, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti” .

D’altra parte il paragone Monti/Berlusconi non lascia scampo, e viene stigmatizzato nei diversi video montaggi che circolano in rete, che contrappongono l’ampia e colorita gestualità del secondo con l’aplomb del primo, la chiacchiera e la barzelletta da osteria alla formalità della citazione dotta o della battuta subito trasformata in aforisma, magari da condividere via sns, secondo una logica da textual poachers cara ad un certo tipo di audience (come il recentissimo “commuoviti ma correggimi” della conferenza stampa di domenica 4 dicembre).

Di fronte alla presentazione del Governo alla Camera e al Senato, così come della manovra finanziaria domenica in conferenza stampa davanti ai giornalisti, la prima sensazione è che un certo teatro televisivo verrà meno, che i toni urlati da match sportivo saranno aboliti, che su tutto comincerà a regnare il rigore, la formalità (e non il formalismo), la severità e la disciplina. Anche quando dalle maglie strette di questa rappresentazione scappa una lacrima, come quella della Fornero commossa sul passaggio dedicato ai sacrifici da chiedere agli Italiani, che rimbalza per tutto il web, dando la stura ai commenti più empatici (positivi o negativi che siano) di un pubblico della politica abituato a ben altre esternazioni e ad un tifo da campionato.

Ma se questo è lo stile, allora perché Porta a Porta? Perché non un messaggio diretto alla nazione, a reti unificate, come auspicato da più parti e ritenuto decisamente più in linea con lo stile del nuovo esecutivo?

Non possiamo certo raccontarci che la partecipazione a Porta a Porta sia una svista di questo governo, o un errore di valutazione sulle potenzialità della tv. Anzi. Scegliere il salotto di Vespa sembra essere piuttosto una scelta comunicativa forte e basata sulla conoscenza delle dinamiche di funzionamento del mezzo: parlare alla pancia degli italiani in un contesto rilassante in cui sono abituati a consumare i grandi temi di cui è intrisa l’opinione pubblica, dal successo di Fiorello, ai grandi delitti irrisolti. In cui, di fatto, che piaccia o no, viene tessuto il senso comune degli italiani, in cui le rappresentazioni socialmente condivise, gli stereotipi trovano sostanza, vengono elaborati, masticati, digeriti e riprodotti come nuovi.

Che Monti intenda rivolgersi agli Italiani è emerso chiaramente dall’appello all’orgoglio nazionale, all’invito a prendere atto della gravità della situazione (chiamatelo pure “decreto salvitalia”), alla richiesta di comportamenti coerenti, di compattezza da parte della politica. Ma la scelta di non consegnare il messaggio ad una strategia comunicativa austera, cerimoniosa, solenne quale quella dei messaggi diretti al ricevente (Thompson, 1998), potrebbe aiutare ad ottenere un impatto emotivo e cognitivo più forte e a sostituire l’incertezza di una comunicazione totalmente senza feedback, con una a feedback gestibile (il talk show), da condividere anche con altri membri della squadra di governo. Senza contare che la scelta di suddividere l’intervento da Vespa in due diversi momenti, un primo più breve in access prime time e il secondo più lungo in seconda serata come di consueto, consentirà probabilmente di raggiungere una platea piuttosto ampia e di sostituirsi al megafono di Radio Londra.

Di fronte a questa strategia solo qualche considerazione. La scelta di Monti comporta un azzardo dal punto di vista delle strategie comunicative e una rottura con le aspettative costruite in questi primi giorni di governo. Fiorello ieri sera lo ha espresso in modo lapidario:  “Presidente Monti, ci sono rimasto un po’ male, mi aspettavo che venisse da me a presentarla, e invece va da Vespa… Quello sta godendo come un riccio, ma non ci doveva andare perché l’ha già fatto qualcun altro… ve lo ricordate, quando fece il contratto agli italiani? E lei Monti, che farà, il testamento?”.

La scelta esprime però la consapevole decisione di giocare “fuori casa” sul terreno dell’avversario, nel desiderio (forse) di allargare la platea del proprio pubblico. Se va a 8 e mezzo o dalla Annunziata, in definitiva non parla ai suoi potenziali tifosi – la parte più matura e raziocinante del pubblico? Se va da Vespa intercetta invece una parte del qualunquismo e del malpancismo che tanti disastri – anche sul piano elettorale – ha portato all’Italia dell’ultimo decennio. Chi storce il naso di fronte a questa scelta potrebbe opportunamente cominciare a preoccuparsi di cosa accade nel salotto di Vespa, dove gran parte della cultura italiana viene servita ogni sera.

Infine, sono di nuovo d’accordo con Boccia Artieri quando sottolinea che “la strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento”.

Più attesa di così?

A noi non resta che seguirlo stasera …

Twitter è un social network site? Cosa ci fanno le star? Qualche riflessione

30 novembre 2011

by @fcomun

Da qualche tempo, e con intensità crescente negli ultimi giorni, numerosi osservatori si interrogano sulle trasformazioni che sta vivendo Twitter in Italia. Interessante, in tal senso, è il contributo di Massimo Mantellini, che sostiene che Twitter stia perdendo le caratteristiche di un social network per diventare un sistema di spargimento di notizie.

Il dibattito, che accompagna una veloce crescita di popolarità di Twitter in Italia (descritta anche da Riccardo Luna su Repubblica), è stato innescato dalla crescente presenza, all’interno di Twitter, di star generaliste (e, conseguentemente, dei loro fan), che ha allarmato molti degli utenti di più vecchia data. Tra i numerosi contributi in proposito, trovo interessante l’analisi di Giovanni Boccia Artieri. Il nostro punto di vista sul più ampio rapporto tra televisione e Twitter è contenuto nel post precedente.

Ma facciamo un passo indietro. Da più parti ci si chiede se Twitter sia o meno un social network site (SNS), o se lo sia stato in passato e oggi non lo sia più, proprio a causa delle (troppe) star generaliste che lo popolano. Il primo passo che posso fare per tentare di contribuire al dibattito è recuperare la definizione di social network sites più utilizzata dagli studiosi a livello internazionale e verificare se Twitter possa essere ricondotto al suo interno.

In un citatissimo articolo del 2007, danah boyd e Nicole Ellison affermano che un SNS è “un servizio che consente all’utente di:

  • costruire un profilo pubblico o semi-pubblico

  • creare una lista di utenti con cui condivide una connessione

  • vedere e attraversare le liste di connessione”

Stando a questa definizione, possiamo certamente affermare che Twitter è un SNS (l’unico elemento che lo allontana dalla definizione citata è che le studiose, nel 2007, facevano riferimento a servizi “web-based”, non potendo prevedere il massiccio spostamento delle pratiche d’uso a ridosso delle App).

Ma forse questa è una risposta troppo sbrigativa e troppo ancorata ai formalismi, come lo sarebbe il richiamo alla più puntuale definizione di “microblog”. Dietro la riflessione di questi giorni su Twitter/SNS c’è senza dubbio la preoccupazione che la piattaforma stia diventando eccessivamente “pop” o “mainstream”, troppo “simile a Facebook”. Il che richiama la diffidenza di vecchia data che gli utenti di Twitter (quando sono su Twitter) mostrano nei confronti della superficialità e, appunto, del generalismo attribuiti a Facebook (emblematici in tal senso, ai tempi di Vieni via con me di Fazio e Saviano, i numerosi tweet che suggerivano “FB=Grande fratello e Twitter= Vieni via con me” o che chiosavano i contenuti “alti” della trasmissione – e del relativo flusso di tweet – con “E intanto su Facebook coltivano patate su Farmville”).

A poco vale ricordare che Facebook ci mostra ciò che i nostri contatti condividono (non siamo esposti ai “contenuti di Facebook” ma, in larga misura, ai contenuti che i nostri contatti decidono di condividere su Facebook): dalla scelta degli “amici” di FB deriva gran parte della “qualità” (comunque la vogliamo intendere) dei “contenuti” di FB.

 Ma torniamo alla domanda iniziale: Twitter è un SNS? O la presenza così numerosa delle star ne ha snaturato la natura orizzontale e democratica, rendendolo qualcosa di diverso? Sollecitata dalle osservazioni di Stefano Epifani al post di Mantellini, un paio di giorni fa ho scritto, certo un po’ sbrigativamente, che “la topologia dei social network (on- e offline) si regge su hub. Altra storia è dialogo vs diffusione informazioni”. Lo spazio di un tweet mi imponeva di sintetizzare al massimo, provo a spiegarmi meglio. La social network analysis e la scienza delle reti hanno mostrato che gran parte delle reti sufficientemente estese (sociali, ma anche tecnologiche) non hanno una distribuzione “democratica” dei link al proprio interno. In termini tecnici, queste reti vengono definite “a invarianza di scala”. Semplificando un po’, possiamo dire che si tratta di reti in cui pochi hub hanno un elevatissimo numero di link, mentre la maggior parte dei nodi ha un numero di link molto inferiore. Questo principio, tra le altre cose, è alla base della nota ipotesi delle “reti piccolo mondo”, nota anche come “sei gradi di separazione” (recentemente “scesi” a quattro, limitatamente al social network dei contatti Facebook). Si tratta di un principio che è stato rilevato nei network sociali offline (i contatti/amicizie nel mondo fisico), nelle reti tecnologiche (al punto da portare Barabasi, noto esponente della scienza delle reti, ad affermare che il web non è democratico, proprio perché è composto da pochi hub molto interconnessi e da moltissimi nodi poco interconnessi – il fenomeno è ancora più macroscopico se combinato con i criteri di indicizzazione dei siti web da parte di Google, centrati proprio sulla lik analysis come criterio di attribuzione di rilevanza), nelle reti neurali, nelle catene alimentari di molti ecosistemi, ecc.

Anche la topologia di Facebook rispecchia questa architettura (solo parzialmente bilanciata dal fatto che la piattaforma impone un numero massimo di amici per i profili personali). Per fare un esempio concreto, molti di noi avranno pochi “amici” che raggiungono il tetto massimo di 5000 contatti e tanti “amici” con un numero molto inferiore di contatti (poche centinaia).

Cosa cambia allora con Twitter? Come hanno osservato in molti, la natura asimmetrica della relazione (non c’è bisogno di reciprocità, si può seguire qualcuno senza che questi a sua volta ci segua), ma anche la valenza simbolica dei termini utilizzati (“follower/following”, invece del “friend” di FB) paiono facilitare una distribuzione diseguale dei contatti. Non è un caso che le “twitstar” fossero presenti su Twitter ben prima dell’ingresso di star del mondo dello spettacolo. Certo le star mainstream accelerano e amplificano questi processi, soprattutto quando adottano (e stimolano nei loro follower) stili di presenza online assai distanti da quelli sin qui consolidati (ricordo però che in tempi non sospetti Laura Pausini era il profilo italiano con più follower, seguita dal Milan).

Ma anche qui è necessario un (ultimo) passo indietro. Ci stiamo chiedendo cosa sia realmente Twitter. Ogni tecnologia (e ancor più una tecnologia social) “è” il risultato della complessa interazione tra le sue caratteristiche strutturali (in termini di vincoli e opportunità all’azione, ciò che posso e ciò che non posso fare con la tecnologia) e le pratiche d’uso intersoggettivamente definite dagli utenti. Questi ultimi sono vincolati dalle caratteristiche strutturali della piattaforma, ma possono anche piegarla a usi imprevisti (la storia delle tecnologie della comunicazione è piena di esempi, primo tra tutti l’sms, nato praticamente “per caso”). Su Twitter, come ricordava Luca Rossi, l’hashtag è un chiaro esempio di innovazione dal basso; così come il tasto “retweet” (molti ricorderanno il periodo in cui il retweet veniva fatto “a mano”, digitando appunto “RT @utente ecc.”). Se osserviamo i social media, questi processi sono in costante evoluzione (sia sul piano tecnologico, sia rispetto alle pratiche d’uso), nulla è davvero stabilizzato.

Twitter cambierà ancora, come è cambiato negli ultimi anni, come è cambiato Facebook dall’estate del 2008, in cui da alcune centinaia di migliaia di utenti si è superato il milione (si vedano i grafici di Vincenzo Cosenza). Probabilmente si affermeranno stili di utilizzo differenti, non senza ampie aree di sovrapposizione e di ibridazione. Chi osserva con allarme questa evoluzione troverà senza dubbio nuove forme per garantire la sua legittima aspirazione a mantenere uno stile il più possibile orientato al dialogo, ritagliandosi gli spazi per conversare solo con alcune categorie di utenti e su temi specifici. E forse le star, almeno quelle più avvedute, si faranno almeno in parte contaminare dalle regole del gioco stabilite sin qui dagli utenti (italiani) di Twitter. Quel che è certo è che sarà molto interessante osservare la mutazione in corso.

Update

La discussione online continua: segnalo l’ottimo post di Stefano Epifani, che risponde in modo puntuale a Mantellini e, tra gli altri spunti interessanti, ribadisce la differenza tra social network e social network site; e quello di Giovanni Boccia Artieri, che tiene magistralmente insieme il dialogo con il mondo twitter e i riferimenti scientifici (offrendo un denso update frutto del dialogo online). Interessante anche il post di Diletta Parlangeli. Nel frattempo, Vincenzo Cosenza ci offre l’(attesissima) analisi dei dati su Twitter in Italia. E Luca Rossi riflette in modo puntuale sulle metriche e sui limiti dell’analisi, sollevando questioni centrali (tra tutte, la mappatura delle hastag conversation), che meritano certamente tutta la nostra attenzione.

Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Il caso Twitter

28 novembre 2011

di Romana Andò e Francesca Comunello

La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media. Di seguito le nostre riflessioni sul caso Twitter, basate su alcune osservazioni preliminari sugli stili della social tv in Italia. 

Il caso Twitter

I dati relativi alla diffusione di Twitter in Italia descrivono un fenomeno ancora di nicchia: nell’ottobre 2010, gli utenti italiani di Twitter erano 1.300.000, ma solo 375.000 potevano definirsi “utenti attivi” (avevano cioè prodotto almeno un tweet nel mese precedente; fonte: http://vincos.it). Alcuni mesi più tardi, Audiweb riporta circa 2.000.000 di utenti, mentre Riccardo Luna su Repubblica.it a fine novembre parla di 2.400.000 utenti (i dati internazionali confermano che gli utenti attivi si collocano tra il 20% e il 30% del totale).  Benché il dato sia in crescita, siamo ancora molto lontani dai 20.000.000 di utenti di Facebook. Si osserva, tuttavia, un cortocircuito tra il sistema dei media broadcast e l’ambiente di microblogging, che ne estende la portata e la visibilità ben oltre il (ristretto) nucleo di utenti di Twitter. I mezzi di informazione più tradizionali (dalla carta stampata ai TG generalisti) “spulciano Twitter” (testuale dal TG1) con sempre maggior frequenza, riportandone estratti cui si attribuisce frettolosamente la dignità di opinione del “popolo della rete” (lessico assai in voga appunto nei media generalisti, ma percepito con chiaro disagio dagli utenti del web). È in questo contesto che si inquadra anche la crescente attenzione per Twitter da parte di personaggi del mondo dello spettacolo, che alcuni hanno letto (con l’inevitabile fiorire di polemiche) come una inopportuna occupazione dello strumento da parte di star “generaliste”. A poco è valso ricordare che, negli USA, è stata proprio la presenza di personaggi dello spettacolo il motore per una diffusione massiccia della piattaforma, o che alcune star presidiano Twitter (in forme e con modalità differenti) da mesi, quando non da anni (Laura Pausini, ad esempio, è da tempo l’utente italiano con il maggior numero di followers, complice anche la sua notorietà internazionale). Interessate, in proposito, l’analisi di GBA_Mediamondo. Segnaliamo, inoltre, che la struttura del network (incentivata dall’asimmetria della relazione following/follower) e le pratiche d’uso condivise, favoriscono la nascita di “micro-star” o “twit-star”, la cui influenza è spesso specializzata (orientata, cioè, a specifici temi). Il “problema” non è che le star si iscrivano a Twitter. Semmai, dovremmo riflettere sugli stili di interazione che adottano, sul tentativo di traferire in Twitter logiche tipicamente broadcast, sulla loro capacità di acclimatarsi in un ambiente che richiede capacità di ascolto e rifugge forme troppo strillate di autopromozione. Sarebbe inoltre interessante capire se e quanto questa crescente presenza di star avrà la capacità di modificare l’ambiente Twitter (in termini di crescita degli utenti, di avvicinamento della piattaforma a stili più mainstream, ecc.)

Ma il rapporto Twitter tv non si limita solo al tema delle star. L’uso della piattaforma a ridosso dei programmi e dei canali televisivi è oggi un dato acquisito sulle cui modalità, forse, vale la pena riflettere.

Ecco gli stili che abbiamo individuato, secondo il criterio della prevalenza e non della esclusività:

  1. Broadcasting Twitter

  2. (Twit)star + emotional connections

  3. Twitter journalism

  4. Twitter viral laughter

  5. Twitter engagement and interaction

  6. Twitter embedded

Il primo stile (Broadcasting Twitter) si riferisce all’uso più televisivo e monodirezionale di Twitter: dai lanci redazionali sul cosa accadrà nel programma, alle continue sollecitazioni alla visione dello stesso (“tra poco in onda”) che ricordano gli avvisi pre-break pubblicitario per non perdere pubblici (“restate con noi”), all’uso dei sondaggi (ampiamente saccheggiati negli anni dalla telepolitica e divenuti una istituzione come la presenza di Renato Mannheimer a Porta a Porta). Il programma tipo di questa categoria è Servizio Pubblico, la cui presenza social è pervasiva sul piano quantitativo, ma ancora starata rispetto agli stili della rete (con margini di miglioramento, già osservati in corso d’opera). In questo caso, i social media vengono usati prevalentemente come facilitatori della visibilità del prodotto (con ottimi riscontri numerici) ma non è ancora maturo il processo di inclusione dei contenuti web nelle linee editoriali del programma e nel format tv (molto tradizionale)

Il secondo stile, (Twit)star + emotional connections, è rappresentato emblematicamente dal caso Fiorello #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend. Abbiamo qui la star (@sarofiorello) che tweetta, prima e dopo il programma, in prima persona, mescolando contenuti promozionali (ospiti, novità, sorprese) a contenuti più privati (il suo vissuto). Il “vuoto” lasciato da Fiorello durante la trasmissione viene completamente colmato e gestito dal basso, dalle audience-fan che seguono la diretta e commentano, con maggiore enfasi sul coinvolgimento emotivo e l’apprezzamento nei confronti del conduttore e degli ospiti (gli storici “complimenti per la trasmissione” in versione sns) che sugli stessi contenuti. Ci avviciniamo, in questo caso, a logiche assai diffuse tra le star USA che utilizzano Twitter.

Nel terzo stile (Twitter journalism) prevale decisamente il contenuto sulla relazione: i tweet riguardano essenzialmente le informazioni giornalistiche, gli approfondimenti rispetto al programma e creano un interessante effetto di agenda setting 2.0 che si riverbera nel web nei giorni successivi. Interessante è poi la valorizzazione del buzz on line durante il programma, con richiami ai temi lanciati dalla Rete e agli utenti. È il modello Exit, oggi gestito con efficacia da Piazza Pulita e Agorà.

Il quarto stile (Twitter viral laughter) gioca prevalentemente con la viralità della satira e della comicità. La battuta, il tormentone, che già autonomamente circolano nel web (anche come frammenti video in modalità Youtube), viene cavalcato dalla redazione del programma (si pensi al caso Italialand), che si limita – ma non è poco – a postare le battute più belle, in tempo reale, generando un’intensa attività di RT. Stando ad alcune ricerche internazionali (ma anche a quanto possiamo osservare in Italia), è proprio l’ironia, ancor più dei contenuti strettamente informativi, la chiave per scatenare la viralità su Twitter

Il quinto stile (Twitter engagement e interaction ) è lo stile di X-Factor (di cui si è già discusso su questo blog). La modalità game si presta alla valorizzazione della partecipazione dal basso, dai meccanismi di voto, alla gestione della “tifoseria”, attiva canali di interazione e favorisce l’engagement nei confronti del programma.

Il sesto stile (Twitter embedded) rappresenta un po’ l’avanguardia delle applicazioni social ai contenuti tv e trova il suo format ideale in SocialKing . Il prodotto ibrido è televisivo ma web-based allo stesso tempo: i sns sono il contenuto (si parla di video e contenti web particolarmente significativi e/o originali), i protagonisti (“ti senti un re dei social media?) e la piattaforma di condivisione con i pubblici connessi.

Oggi Twitter in Italia è (ancora) una nicchia. Una nicchia che ha grande visibilità al suo esterno e i cui membri più attivi mostrano elevati livelli di consapevolezza, di sensibilità per le peculiarità comunicative e gli stili di interazione dell’ambiente che abitano. I tentativi, più o meno improvvisati, di piegare Twitter alle logiche del broadcast sono spesso rifiutati e diventano oggetto di polemiche da parte degli utenti. Negli ambienti social, è noto, le” regole del gioco” sono in parte dettate dalle caratteristiche delle piattaforme (in termini di vincoli e opportunità all’azione), ma derivano, in misura maggiore, dalle norme e dalle pratiche intersoggettivamente definite dagli utenti. La sfida dei prossimi mesi sarà capire se e come le star del generalismo saranno capaci di adottare i linguaggi e le pratiche condivise di un ambiente per loro nuovo. O quanto, invece, non tenteranno di utilizzare la propria influenza per cambiare le regole del gioco, spostando l’accento, anche in Twitter, su tratti più “pop”, generalisti e tendenzialmente unidirezionali. L’impressione di questi giorni è che, probabilmente, le due logiche tenderanno a coesistere.

Nella prossima puntata vi proporremo le nostre osservazioni sull’uso di Facebook in ambito televisivo.

Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Una breve premessa

28 novembre 2011

di Romana Andò e Francesca Comunello

La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media.

Posto che la tv è, a nostro avviso, sempre stata social o socializzante, in virtù del fatto che il più grande piacere che provano le audience nel fruire contenuti è quello di parlarne dopo e condividerne significati, il fenomeno che andiamo osservando non è nuovissimo né omogeneo quanto a pervasività e qualità.

È chiaro che la cura de #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend di Fiorello che dal suo account @sarofiorello anticipa, commenta, coinvolge gli spettatori ha reso Twitter quasi nazional popolare (con buona pace dei puristi del microblogging). Così come Facebook è stato ampiamente sfruttato e ulteriormente popolarizzato dall’esperienza di Santoro con Servizio pubblico. Ma l’uso del web 2.0 a ridosso dei contenuti mediali ( e in particolare della serialità )non è una novità per le nicchie più attive delle audience, fan e early adopters dei sns che hanno costruito il loro curriculum partendo da bulletin board e newsgroups, passando per i forum e i blog e arrivando ai social media.

Oggi certamente i numeri iniziano a confermare la traduzione di comportamenti di nicchia in pratiche diffuse e l’uscita dall’ambito fiction verso i lidi dell’intrattenimento e dell’informazione.

La maggior parte dei broadcaster italiani, dunque, sta correndo ad occupare gli spazi dei social media, i luoghi della conversazione on line (a livello di network, canale, programma o personaggio), ma osservando lo scenario attuale si scopre che il fenomeno ha una penetrazione a macchia di leopardo e presenta significative differenze in termini di profondità dell’esperienza prodotta e di stile di gestione del mondo social.

Una prima segmentazione da operare tra le esperienze osservate è quella che riguarda la direzione della comunicazione via social media, ovvero la gestione unidirezionale o bidirezionale del flusso comunicativo tra player e utenti/spettatori. Per quanto l’idea stessa di unidirezionalità sembri paradossale in ottica web , la trasposizione della cultura televisiva tradizionale negli spazi on line rischia di importare la logica broadcast all’interno della logica network.

Un’altra linea di demarcazione, utile per osservare il fenomeno e distribuire le diverse esperienze, è legata alla personalizzazione del flusso comunicativo on line: in altre parole diverse sono le esperienze in cui la gestione degli ambienti web è curata da una redazione web, più o meno asettica, dalla redazione di un programma specifico, o dal suo protagonista.

Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla contrapposizione relazione vs contenuto, ovvero dalla prevalenza di costruzione di meccanismi di engagement delle audience basati sulla affettività e emotività del rapporto o sullo scambio di contenuti. Suddivisione, questa, che diventa importante se letta in relazione ale diverse piattaforea di sns e alle pratiche dei loro utenti.

Infine, un altro fondamentale criterio di selezione ruota intorno alla capacità dei player di integrare, anche a livello editoriale, sns e programma/contenuti o, piuttosto, mantenerle come due esperienze separate e non dialoganti, se non in sede di osservazione ex post degli esiti del prodotto tv.

Sulla base di queste dimensioni abbiamo giocato a individuare degli stili nell’uso dei social media (certamente non esaustivi), con particolare riferimento a Twitter e Facebook, adottati da alcuni programmai della tv italiana.

Nei prossimi due post, un’analisi sull’utilizzo dei social media da parte di programmi e personaggi televisivi italiani (il primo è dedicato a Twitter, il secondo a Facebook); nel terzo post, alcune indicazioni per un più efficace utilizzo dei social media in ambito televisivo. 


X Factor: tra pubblici e social media

20 novembre 2011

Quella parte di pubblico televisivo che giovedì sera non ha contribuito a far vincere la serata a un Don Matteo che – Fiorello a parte – rimane il cavallo di battaglia dell’autunno di RaiUno, si trovava di fronte ad una scelta di campo: credere nell’esperimento di Santoro e sintonizzarsi su 2,5 ore di un Servizio Pubblico senza contraddittorio o vedere cosa Mr. Sky fosse stato in grado di mettere in piedi con la quinta edizione di X Factor.

Con buona pace della mia coscienza civica (messa a tacere dal ricordo delle due puntate precedenti di Santoro), ho optato per X Factor. Attirata più dagli aspetti di entertainment del programma che da interessi di tipo più analitico, su cui non avevo ancora pienamente riflettuto.

Non è stato prima di mezzanotte passata, e gruppo di ascolto andato via (ma di questo parleremo tra poco), che ho iniziato a comprendere come, in realtà, facesse tutto parte di un piano ben orchestrato.

Ma andiamo con ordine.

Il format di X Factor ha ottenuto un grande successo nel Regno Unito in cui è nato, ed è stato in breve tempo esportato in molti Paesi: in Italia (dove Rai lo ha acquistato per trasformarlo nel talent show di punta della sua rete ‘giovane’) l’accoglienza è stata altalenante, con ascolti poco più elevati della media di rete di RaiDue e, sicuramente, non paragonabili con il successo ottenuto da Amici.

Dopo le prime quattro edizioni, Rai ha deciso di non proseguire con il format, che è stato in breve tempo acquistato da Sky per le due stagioni successive.

Il network satellitare ha, quindi, deciso di renderlo il prodotto di punta della sua stagione autunnale, iniziando già dall’inizio dell’estate una forte promozione per i casting che si sarebbero tenuti a breve.

I casting, appunto: l’aver saputo valorizzare il ‘materiale umano’ presente tra i 50.000 aspiranti cantanti è stata la prima scelta riuscita di Sky. I provini, una delle parti potenzialmente più deboli del programma, sono stati, invece, il vero punto di forza del suo lancio sulla piattaforma satellitare. Anche per merito degli ottimi ascolti delle prima puntata (520mila spettatori lineari, 1.066.000 di contatti), la mattina seguente mezza Italia non faceva altro che parlare delle sorelle Lallai e di Fiocco di Neve. Creando un meccanismo virale, significativamente alimentato dai Social Network, che ha coperto perfettamente la settimana intercorsa tra una puntata e la successiva. Continua a leggere…

“Come le serie stanno cambiando la tv” @ Roma FictionFest

17 ottobre 2011

L’edizione 2011 del Roma Fiction Fest, appuntamento immancabile per tutti gli amanti della fiction e dintorni, si è da poco conclusa, nonostante fosse partita sotto una cattiva stella. Come di consueto, il Festival ha promosso anteprime, eventi, Masterclass, incontri di Industry e convegni, tra i quali l’appuntamento “Come le serie stanno cambiando la tv” (28 settembre, Sala Petrassi), in cui studiosi e professionisti del mercato mediale si sono confrontati sul ruolo che le serie televisive, prima negli Stati Uniti e adesso nel resto del mondo, rivestono nel processo evolutivo della televisione.

L’idea cioè era quella di discutere sulle prospettive della cosiddetta Connected tv, ovvero una televisione sempre più contaminata dal digitale e da internet, a partire dall’osservazione del fenomeno fiction e della rielaborazione dello stesso da parte delle audience: queste, infatti, oggi non possono più essere considerate solo come fruitori dei prodotti, ma vanno osservate nel loro appropriarsi delle serie tv attraverso una pluralità di piattaforme di distribuzione (video on demand, web e mobile tv, ecc.) e registrazione (PVR), per l’intensa attività di scambio di contenuti che animano via Internet (filesharing) e per la condivisione di emozioni e interpretazioni che gestiscono attraverso i Social Network (Social Tv).

2 i panel del convegno: il primo, Dal pubblico ai pubblici, dalla televisione alle televisioni, introdotto da Alberto Marinelli (Sapienza Università di Roma) , e coordinato da Raffaele Barberio  di Key4Biz; il secondo, Dalla pirateria ai nuovi modelli di business, introdotto da Giandomenico Celata (Multimedia Lab – CATTID, Sapienza Università di Roma) e coordinato da Ernesto Assante di Repubblica.

La domanda di partenza era, dunque: come cambia lo scenario creativo, produttivo e distributivo della televisione in un momento storico nelle quali le serie tv stanno sradicando ad una ad una le certezze dei diversi player di settore?

Di seguito il liveblogging della mattinata ( a cura di Melania Romanelli):

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“Lo share non conta. Conta la rete.”

4 ottobre 2011

Così Francesco Facchinetti su Twitter riferendosi ai risultati di Star Academy, il nuovo talent show di Rai2, che succede a X-Factor – conservandone studio, conduttore e posizionamento di rete –  e, come collocazione nel palinsesto, a Anno Zero.

La prima puntata del programma (29.09.2011) ha registrato, infatti, una media di share del 6,41% e 1.352.000 telespettatori: un risultato certamente non premiante e che sembra non rispondere positivamente alle innovazioni del nuovo format (grande successo internazionale) rispetto alla esperienza X- Factor (che l’anno scorso alla prima ottenne il 17% con una media stagionale dell’11,4% e un debutto nel 2008 con il 9%).

Difficile oltre che anacronistico cercare le cause della debacle nella controprogrammazione Rai, che con il più che sperimentato Don Matteo, arriva a quota 25-30%, né d’altra parte nell’offerta alternativa Mediaset.

È chiaro che Star Academy – e il suo conduttore attivissimo in rete, sia su Facebook che su Twitter – insistono su un pubblico diverso, più giovane e più competente, attivo on line e molto vicino all’idea di audience/fan di cui andiamo discutendo da qualche anno.

A segnalarmi che fosse opportuno monitorare il fenomeno bastavano dunque questi presupposti; ma il motivo per cui oggi mi sembra così rilevante da discuterne sul blog ( e riaprirlo!!) è un altro e risiede nel rischio di una lettura superficiale del fenomeno del fandom/audiencing on line e nella liquidazione senza troppe cerimonie dell’Auditel.

Due temi che mi stanno a cuore e di cui si è lungamente parlato anche nell’ambito dei lavori del convegno “come le serie stanno cambiando la tv” presentato al Fiction Fest lo scorso 28 settembre (a breve una sintesi della giornata qui su http://www.asaudience.wordpress.com).

Provo a ricapitolare brevemente ripartendo dalla battuta di Facchinetti rilanciata via Twitter

Lo share di Star Academy su Twitter è alle stelle. Quello televisivo non mi importa. Quello che conta nel 2011 è la rete!

Tre brevi periodi che condensano una serie di spunti corretti mescolati a banalizzazioni pericolose.

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