Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Una breve premessa
di Romana Andò e Francesca Comunello
La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media.
Posto che la tv è, a nostro avviso, sempre stata social o socializzante, in virtù del fatto che il più grande piacere che provano le audience nel fruire contenuti è quello di parlarne dopo e condividerne significati, il fenomeno che andiamo osservando non è nuovissimo né omogeneo quanto a pervasività e qualità.
È chiaro che la cura de #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend di Fiorello che dal suo account @sarofiorello anticipa, commenta, coinvolge gli spettatori ha reso Twitter quasi nazional popolare (con buona pace dei puristi del microblogging). Così come Facebook è stato ampiamente sfruttato e ulteriormente popolarizzato dall’esperienza di Santoro con Servizio pubblico. Ma l’uso del web 2.0 a ridosso dei contenuti mediali ( e in particolare della serialità )non è una novità per le nicchie più attive delle audience, fan e early adopters dei sns che hanno costruito il loro curriculum partendo da bulletin board e newsgroups, passando per i forum e i blog e arrivando ai social media.
Oggi certamente i numeri iniziano a confermare la traduzione di comportamenti di nicchia in pratiche diffuse e l’uscita dall’ambito fiction verso i lidi dell’intrattenimento e dell’informazione.
La maggior parte dei broadcaster italiani, dunque, sta correndo ad occupare gli spazi dei social media, i luoghi della conversazione on line (a livello di network, canale, programma o personaggio), ma osservando lo scenario attuale si scopre che il fenomeno ha una penetrazione a macchia di leopardo e presenta significative differenze in termini di profondità dell’esperienza prodotta e di stile di gestione del mondo social.
Una prima segmentazione da operare tra le esperienze osservate è quella che riguarda la direzione della comunicazione via social media, ovvero la gestione unidirezionale o bidirezionale del flusso comunicativo tra player e utenti/spettatori. Per quanto l’idea stessa di unidirezionalità sembri paradossale in ottica web , la trasposizione della cultura televisiva tradizionale negli spazi on line rischia di importare la logica broadcast all’interno della logica network.
Un’altra linea di demarcazione, utile per osservare il fenomeno e distribuire le diverse esperienze, è legata alla personalizzazione del flusso comunicativo on line: in altre parole diverse sono le esperienze in cui la gestione degli ambienti web è curata da una redazione web, più o meno asettica, dalla redazione di un programma specifico, o dal suo protagonista.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla contrapposizione relazione vs contenuto, ovvero dalla prevalenza di costruzione di meccanismi di engagement delle audience basati sulla affettività e emotività del rapporto o sullo scambio di contenuti. Suddivisione, questa, che diventa importante se letta in relazione ale diverse piattaforea di sns e alle pratiche dei loro utenti.
Infine, un altro fondamentale criterio di selezione ruota intorno alla capacità dei player di integrare, anche a livello editoriale, sns e programma/contenuti o, piuttosto, mantenerle come due esperienze separate e non dialoganti, se non in sede di osservazione ex post degli esiti del prodotto tv.
Sulla base di queste dimensioni abbiamo giocato a individuare degli stili nell’uso dei social media (certamente non esaustivi), con particolare riferimento a Twitter e Facebook, adottati da alcuni programmai della tv italiana.
Nei prossimi due post, un’analisi sull’utilizzo dei social media da parte di programmi e personaggi televisivi italiani (il primo è dedicato a Twitter, il secondo a Facebook); nel terzo post, alcune indicazioni per un più efficace utilizzo dei social media in ambito televisivo.
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