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Twitter è un social network site? Cosa ci fanno le star? Qualche riflessione

30 novembre 2011

by @fcomun

Da qualche tempo, e con intensità crescente negli ultimi giorni, numerosi osservatori si interrogano sulle trasformazioni che sta vivendo Twitter in Italia. Interessante, in tal senso, è il contributo di Massimo Mantellini, che sostiene che Twitter stia perdendo le caratteristiche di un social network per diventare un sistema di spargimento di notizie.

Il dibattito, che accompagna una veloce crescita di popolarità di Twitter in Italia (descritta anche da Riccardo Luna su Repubblica), è stato innescato dalla crescente presenza, all’interno di Twitter, di star generaliste (e, conseguentemente, dei loro fan), che ha allarmato molti degli utenti di più vecchia data. Tra i numerosi contributi in proposito, trovo interessante l’analisi di Giovanni Boccia Artieri. Il nostro punto di vista sul più ampio rapporto tra televisione e Twitter è contenuto nel post precedente.

Ma facciamo un passo indietro. Da più parti ci si chiede se Twitter sia o meno un social network site (SNS), o se lo sia stato in passato e oggi non lo sia più, proprio a causa delle (troppe) star generaliste che lo popolano. Il primo passo che posso fare per tentare di contribuire al dibattito è recuperare la definizione di social network sites più utilizzata dagli studiosi a livello internazionale e verificare se Twitter possa essere ricondotto al suo interno.

In un citatissimo articolo del 2007, danah boyd e Nicole Ellison affermano che un SNS è “un servizio che consente all’utente di:

  • costruire un profilo pubblico o semi-pubblico

  • creare una lista di utenti con cui condivide una connessione

  • vedere e attraversare le liste di connessione”

Stando a questa definizione, possiamo certamente affermare che Twitter è un SNS (l’unico elemento che lo allontana dalla definizione citata è che le studiose, nel 2007, facevano riferimento a servizi “web-based”, non potendo prevedere il massiccio spostamento delle pratiche d’uso a ridosso delle App).

Ma forse questa è una risposta troppo sbrigativa e troppo ancorata ai formalismi, come lo sarebbe il richiamo alla più puntuale definizione di “microblog”. Dietro la riflessione di questi giorni su Twitter/SNS c’è senza dubbio la preoccupazione che la piattaforma stia diventando eccessivamente “pop” o “mainstream”, troppo “simile a Facebook”. Il che richiama la diffidenza di vecchia data che gli utenti di Twitter (quando sono su Twitter) mostrano nei confronti della superficialità e, appunto, del generalismo attribuiti a Facebook (emblematici in tal senso, ai tempi di Vieni via con me di Fazio e Saviano, i numerosi tweet che suggerivano “FB=Grande fratello e Twitter= Vieni via con me” o che chiosavano i contenuti “alti” della trasmissione – e del relativo flusso di tweet – con “E intanto su Facebook coltivano patate su Farmville”).

A poco vale ricordare che Facebook ci mostra ciò che i nostri contatti condividono (non siamo esposti ai “contenuti di Facebook” ma, in larga misura, ai contenuti che i nostri contatti decidono di condividere su Facebook): dalla scelta degli “amici” di FB deriva gran parte della “qualità” (comunque la vogliamo intendere) dei “contenuti” di FB.

 Ma torniamo alla domanda iniziale: Twitter è un SNS? O la presenza così numerosa delle star ne ha snaturato la natura orizzontale e democratica, rendendolo qualcosa di diverso? Sollecitata dalle osservazioni di Stefano Epifani al post di Mantellini, un paio di giorni fa ho scritto, certo un po’ sbrigativamente, che “la topologia dei social network (on- e offline) si regge su hub. Altra storia è dialogo vs diffusione informazioni”. Lo spazio di un tweet mi imponeva di sintetizzare al massimo, provo a spiegarmi meglio. La social network analysis e la scienza delle reti hanno mostrato che gran parte delle reti sufficientemente estese (sociali, ma anche tecnologiche) non hanno una distribuzione “democratica” dei link al proprio interno. In termini tecnici, queste reti vengono definite “a invarianza di scala”. Semplificando un po’, possiamo dire che si tratta di reti in cui pochi hub hanno un elevatissimo numero di link, mentre la maggior parte dei nodi ha un numero di link molto inferiore. Questo principio, tra le altre cose, è alla base della nota ipotesi delle “reti piccolo mondo”, nota anche come “sei gradi di separazione” (recentemente “scesi” a quattro, limitatamente al social network dei contatti Facebook). Si tratta di un principio che è stato rilevato nei network sociali offline (i contatti/amicizie nel mondo fisico), nelle reti tecnologiche (al punto da portare Barabasi, noto esponente della scienza delle reti, ad affermare che il web non è democratico, proprio perché è composto da pochi hub molto interconnessi e da moltissimi nodi poco interconnessi – il fenomeno è ancora più macroscopico se combinato con i criteri di indicizzazione dei siti web da parte di Google, centrati proprio sulla lik analysis come criterio di attribuzione di rilevanza), nelle reti neurali, nelle catene alimentari di molti ecosistemi, ecc.

Anche la topologia di Facebook rispecchia questa architettura (solo parzialmente bilanciata dal fatto che la piattaforma impone un numero massimo di amici per i profili personali). Per fare un esempio concreto, molti di noi avranno pochi “amici” che raggiungono il tetto massimo di 5000 contatti e tanti “amici” con un numero molto inferiore di contatti (poche centinaia).

Cosa cambia allora con Twitter? Come hanno osservato in molti, la natura asimmetrica della relazione (non c’è bisogno di reciprocità, si può seguire qualcuno senza che questi a sua volta ci segua), ma anche la valenza simbolica dei termini utilizzati (“follower/following”, invece del “friend” di FB) paiono facilitare una distribuzione diseguale dei contatti. Non è un caso che le “twitstar” fossero presenti su Twitter ben prima dell’ingresso di star del mondo dello spettacolo. Certo le star mainstream accelerano e amplificano questi processi, soprattutto quando adottano (e stimolano nei loro follower) stili di presenza online assai distanti da quelli sin qui consolidati (ricordo però che in tempi non sospetti Laura Pausini era il profilo italiano con più follower, seguita dal Milan).

Ma anche qui è necessario un (ultimo) passo indietro. Ci stiamo chiedendo cosa sia realmente Twitter. Ogni tecnologia (e ancor più una tecnologia social) “è” il risultato della complessa interazione tra le sue caratteristiche strutturali (in termini di vincoli e opportunità all’azione, ciò che posso e ciò che non posso fare con la tecnologia) e le pratiche d’uso intersoggettivamente definite dagli utenti. Questi ultimi sono vincolati dalle caratteristiche strutturali della piattaforma, ma possono anche piegarla a usi imprevisti (la storia delle tecnologie della comunicazione è piena di esempi, primo tra tutti l’sms, nato praticamente “per caso”). Su Twitter, come ricordava Luca Rossi, l’hashtag è un chiaro esempio di innovazione dal basso; così come il tasto “retweet” (molti ricorderanno il periodo in cui il retweet veniva fatto “a mano”, digitando appunto “RT @utente ecc.”). Se osserviamo i social media, questi processi sono in costante evoluzione (sia sul piano tecnologico, sia rispetto alle pratiche d’uso), nulla è davvero stabilizzato.

Twitter cambierà ancora, come è cambiato negli ultimi anni, come è cambiato Facebook dall’estate del 2008, in cui da alcune centinaia di migliaia di utenti si è superato il milione (si vedano i grafici di Vincenzo Cosenza). Probabilmente si affermeranno stili di utilizzo differenti, non senza ampie aree di sovrapposizione e di ibridazione. Chi osserva con allarme questa evoluzione troverà senza dubbio nuove forme per garantire la sua legittima aspirazione a mantenere uno stile il più possibile orientato al dialogo, ritagliandosi gli spazi per conversare solo con alcune categorie di utenti e su temi specifici. E forse le star, almeno quelle più avvedute, si faranno almeno in parte contaminare dalle regole del gioco stabilite sin qui dagli utenti (italiani) di Twitter. Quel che è certo è che sarà molto interessante osservare la mutazione in corso.

Update

La discussione online continua: segnalo l’ottimo post di Stefano Epifani, che risponde in modo puntuale a Mantellini e, tra gli altri spunti interessanti, ribadisce la differenza tra social network e social network site; e quello di Giovanni Boccia Artieri, che tiene magistralmente insieme il dialogo con il mondo twitter e i riferimenti scientifici (offrendo un denso update frutto del dialogo online). Interessante anche il post di Diletta Parlangeli. Nel frattempo, Vincenzo Cosenza ci offre l’(attesissima) analisi dei dati su Twitter in Italia. E Luca Rossi riflette in modo puntuale sulle metriche e sui limiti dell’analisi, sollevando questioni centrali (tra tutte, la mappatura delle hastag conversation), che meritano certamente tutta la nostra attenzione.

3 commenti Lascia un →
  1. 4 dicembre 2011 21:00

    riporto qui il mio commento lasciato anche su altro blog:

    secondo Shirky (2008), gli strumenti sociali si basano su 3 regole:
    promessa (è il perché, qualcosa che si può mantenere)
    strumento (è il come, ciò che definisce il genere di relazione)
    patto (le regole del gioco).
    La fama invece può essere definita come uno sbilanciamento tra attenzione in entrata e in uscita, quando si scrive per migliaia di persone, diventa difficile scegliere chi ascoltare e chi ignorare, alla lunga la tendenza diventa quella di ignorare. Si è così diventati famosi. l’egualitarismo è quindi possibili solo in piccoli sistemi sociali. Quando lo strumento perde dimensionalmente la possibilità di interscambio paritario, smette di essere social. Molti dei personaggi famosi che scrivono su twitter, non lo fanno in una logica social. Twitter può essere social oppure no, a seconda dell’uso che se ne fa.

Trackback

  1. La trasformazione di Twitter vista da dentro « I media-mondo. La mutazione che vedo attorno a me.
  2. Caro Massimo, stavolta su Twitter non sono d’accordo… | Il Blog di Stefano Epifani

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