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		<title>Se Monti va a Porta a Porta …</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 12:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<p>La decisione di Mario Monti di presentare il decreto “salva-Italia” a Porta a Porta questa sera ha suscitato polemiche e critiche da diverse parti, in campo politico, giornalistico, e nel dibattito pubblico. E se il clamore in un primo momento si era concentrato sulla anticipazione della presentazione televisiva rispetto ai tempi e a luoghi della politica (cosa non certo rara nelle precedenti legislature), ora che il clima istituzionale è stato rasserenato (Monti ha presentato ieri la manovra alla Camera e al Senato), resta il problema della opportunità della scelta di presentare in tv il pacchetto dell’esecutivo e, nello specifico, di farlo  nell’ambito del programma Porta a Porta.</p>
<p>Il premier è accusato di aver ceduto alle lusinghe televisive, in continuità con lo stile comunicativo del predecessore (o piuttosto in virtù di una presunta non contenibile vanità accademica), e di aver quindi finito per concedersi al “terzo ramo del parlamento”, come <em>affettuosamente</em> viene definito il salotto di Vespa, senza valutare i rischi connessi a questa scelta.  Non solo. Ma la scelta di Porta a Porta per molti è da considerarsi un errore, quasi presagio di sciagura, anche in virtù della storica scelta di Berlusconi di quel contesto per firmare il celebre “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=JIcSlkWWCtg">contratto</a>” con gli Italiani.</p>
<p>Nel frattempo sono migliaia i cittadini che stanno sottoscrivendo l’appello “<a href="http://www.libertaegiustizia.it/2011/12/04/monti-non-andare-in-quel-salotto/">Monti non andare in quel salotto</a>”, lanciato oggi da Libertà e Giustizia, l’associazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti. E l’invito ad esprimere una posizione pro-contro sta invadendo il web e viene rilanciato dai media mainstream</p>
<p>Il premier dal canto suo valuta la <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Manovra-Monti-onda-di-eccitazione-psicodrammatica-su-Porta-a-Porta_312716673160.htm">polemica</a> come “solo un&#8217;onda di eccitazione psicodrammatica» e la sua presenza da Vespa, nel frattempo si è ridotta a una partecipazione alla prima parte della puntata. Niente talk in seconda serata, dunque, cui invece parteciperanno il ministro dello sviluppo Economico Corrado Passera, il vice ministro dell&#8217;Economia Vittorio Grilli, e non il ministro del Welfare Elsa Fornero come precedentemente annunciato. Per Monti, solo un’intervista dalle 20.35 alle 21.05.</p>
<p>Lasciando per un momento che le notizie si rincorrano freneticamente, mi sembra opportuno provare a ragionare sulla questione, che mi sembra centrale rispetto alla riflessione più ampia sul rapporto tra media e politica. È  chiaro, infatti, che una simile decisione presta il fianco ad attacchi incrociati e a letture ipersemplificate della questione. Ma resta il sospetto che dietro le chiacchiere giornalistiche, le polemiche o le boutade politiche come quella di Osvaldo <a href="http://www.corriere.it/politica/11_dicembre_02/monti-da-vespa_0ec8737c-1cf8-11e1-9ee3-e669839fd24d.shtml">Napoli </a>ci sia qualcosa di più. È davvero, come dichiara Lucia <a href="http://www.tvblog.it/post/30335/monti-andra-da-vespa-domani-in-access-e-seconda-serata">Annunziata</a> , un problema di non competenza televisiva e di scarsa sensibilità nei confronti del (o superiorità verso) mezzo dimostrata da un governo di tecnici e professori &#8211; posto che verrebbe da chiedersi se invece la “competenza” televisiva sia quella mostrata nella occupazione del video da parte dei politici -  o al contrario la scelta di Porta a Porta è il frutto di una valutazione appropriata e non banale del rapporto tra politica, media e popolazione italiana?</p>
<p>Negli ultimi anni, la televisione ha certamente stressato il suo ruolo di centralità sulla scena politica italiana, contribuendo a quello che da più parti è stato definito un processo di spettacolarizzazione e personalizzazione, giocato sul carisma dei leader, sul confronto trasformato in game, sulla traduzione dei temi in storie. Nel processo di costruzione della politica “pop” (Van Zoonen 2005; Mazzoleni, Sfardini 2009) i leader devono possedere capacità organizzativa, carisma e straordinaria sintonia con umori popolari, sempre più volubili, e i “cittadini” (gli elettori) vengono letti sempre più come audience televisiva, impegnata in una chiacchiera salottiera che, dagli spazi tradizionali della politica, si è spostata nell’intimità della sfera domestica.</p>
<p>Provando ad applicare questo modello interpretativo al governo Monti siamo immediatamente frenati da una evidente perplessità. Allo sguardo degli elettori (audience televisiva) si propone un gruppo di professori, di tecnici, una squadra austera, persino fredda, certamente rispettosa della liturgia politica e del bon ton. Come sottolinea efficacemente <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/06/monti-e-il-nuovo-presidio-della-scena-pubblica">Boccia Artieri</a>,  “a fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo <em>stare</em><em> </em>contava quasi più del <em>dire</em>, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti” .</p>
<p>D’altra parte il paragone Monti/Berlusconi non lascia scampo, e viene stigmatizzato nei diversi video montaggi che circolano in rete, che contrappongono l’ampia e colorita gestualità del secondo con l’aplomb del primo, la chiacchiera e la barzelletta da osteria alla formalità della citazione dotta o della battuta subito trasformata in aforisma, magari da condividere via sns, secondo una logica da <em>textual poachers</em> cara ad un certo tipo di audience (come il recentissimo “commuoviti ma correggimi” della conferenza stampa di domenica 4 dicembre).</p>
<p>Di fronte alla presentazione del Governo alla Camera e al Senato, così come della manovra finanziaria domenica in conferenza stampa davanti ai giornalisti, la prima sensazione è che un certo teatro televisivo verrà meno, che i toni urlati da match sportivo saranno aboliti, che su tutto comincerà a regnare il rigore, la formalità (e non il formalismo), la severità e la disciplina. Anche quando dalle maglie strette di questa rappresentazione scappa una lacrima, come quella della Fornero commossa sul passaggio dedicato ai sacrifici da chiedere agli Italiani, che rimbalza per tutto il web, dando la stura ai commenti più empatici (positivi o negativi che siano) di un pubblico della politica abituato a ben altre esternazioni e ad un tifo da campionato.</p>
<p>Ma se questo è lo stile, allora perché Porta a Porta? Perché non un messaggio diretto alla nazione, a reti unificate, come auspicato da più parti e ritenuto decisamente più in linea con lo stile del nuovo esecutivo?</p>
<p>Non possiamo certo raccontarci che la partecipazione a Porta a Porta sia una svista di questo governo, o un errore di valutazione sulle potenzialità della tv. Anzi. Scegliere il salotto di Vespa sembra essere piuttosto una scelta comunicativa forte e basata sulla conoscenza delle dinamiche di funzionamento del mezzo: parlare alla pancia degli italiani in un contesto rilassante in cui sono abituati a consumare i grandi temi di cui è intrisa l’opinione pubblica, dal successo di Fiorello, ai grandi delitti irrisolti. In cui, di fatto, che piaccia o no, viene tessuto il senso comune degli italiani, in cui le rappresentazioni socialmente condivise, gli stereotipi trovano sostanza, vengono elaborati, masticati, digeriti e riprodotti come nuovi.</p>
<p>Che Monti intenda rivolgersi agli Italiani è emerso chiaramente dall’appello all’orgoglio nazionale, all’invito a prendere atto della gravità della situazione (chiamatelo pure “decreto salvitalia”), alla richiesta di comportamenti coerenti, di compattezza da parte della politica. Ma la scelta di non consegnare il messaggio ad una strategia comunicativa austera, cerimoniosa, solenne quale quella dei messaggi diretti al ricevente (Thompson, 1998), potrebbe aiutare ad ottenere un impatto emotivo e cognitivo più forte e a sostituire l’incertezza di una comunicazione totalmente senza feedback, con una a feedback gestibile (il talk show), da condividere anche con altri membri della squadra di governo. Senza contare che la scelta di suddividere l’intervento da Vespa in due diversi momenti, un primo più breve in access prime time e il secondo più lungo in seconda serata come di consueto, consentirà probabilmente di raggiungere una platea piuttosto ampia e di sostituirsi al megafono di Radio Londra.</p>
<p>Di fronte a questa strategia solo qualche considerazione. La scelta di Monti comporta un azzardo dal punto di vista delle strategie comunicative e una rottura con le aspettative costruite in questi primi giorni di governo.<a href="http://www.kataweb.it/tvzap/2011/12/05/da-jovanotti-a-benigni-il-gran-finale-di-fiorello-345143/"> Fiorello</a> ieri sera lo ha espresso in modo lapidario:  “Presidente Monti, ci sono rimasto un po’ male, mi aspettavo che venisse da me a presentarla, e invece va da Vespa… Quello sta godendo come un riccio, ma non ci doveva andare perché l’ha già fatto qualcun altro… ve lo ricordate, quando fece il contratto agli italiani? E lei Monti, che farà, il testamento?”.</p>
<p>La scelta esprime però la consapevole decisione di giocare “fuori casa” sul terreno dell’avversario, nel desiderio (forse) di allargare la platea del proprio pubblico. Se va a 8 e mezzo o dalla Annunziata, in definitiva non parla ai suoi potenziali tifosi – la parte più matura e raziocinante del pubblico? Se va da Vespa intercetta invece una parte del qualunquismo e del malpancismo che tanti disastri – anche sul piano elettorale – ha portato all’Italia dell’ultimo decennio. Chi storce il naso di fronte a questa scelta potrebbe opportunamente cominciare a preoccuparsi di cosa accade nel salotto di Vespa, dove gran parte della cultura italiana viene servita ogni sera.</p>
<p>Infine, sono di nuovo d’accordo con Boccia Artieri quando sottolinea che “la strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento”.</p>
<p>Più attesa di così?</p>
<p>A noi non resta che seguirlo stasera …</p>
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		<title>Twitter è un social network site? Cosa ci fanno le star? Qualche riflessione</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 16:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesca comunello</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">by @fcomun</p>
<p align="JUSTIFY">Da qualche tempo, e con intensità crescente negli ultimi giorni, numerosi osservatori si interrogano sulle trasformazioni che sta vivendo Twitter in Italia. Interessante, in tal senso, è il contributo di <a href="http://punto-informatico.it/3348518/PI/Commenti/contrappunti-cinguettii-democratici.aspx">Massimo Mantellini, che sostiene che Twitter stia perdendo le caratteristiche di un social network per diventare un sistema di spargimento di notizie</a>.</p>
<p align="JUSTIFY">Il dibattito, che accompagna una veloce crescita di popolarità di Twitter in Italia (<a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/11/30/news/pazzi_per_twitter-25821671/">descritta anche da Riccardo Luna su Repubblica</a>), è stato innescato dalla crescente presenza, all&#8217;interno di Twitter, di <em>star </em>generaliste (e, conseguentemente, dei loro fan), che ha allarmato molti degli utenti di più vecchia data. Tra i numerosi contributi in proposito, trovo interessante l&#8217;analisi di <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/11/25/quando-le-star-italiane-sbarcano-su-twitter/">Giovanni Boccia Artieri</a>. Il nostro punto di vista sul più ampio rapporto tra televisione e Twitter è contenuto nel <a href="http://asaudience.wordpress.com/2011/11/28/gli-stili-della-social-tv-un-contributo-in-tre-puntate-piu-una-il-caso-twitter/">post precedente.</a></p>
<p align="JUSTIFY">Ma facciamo un passo indietro. Da più parti ci si chiede se Twitter sia o meno un social network site (SNS), o se lo sia stato in passato e oggi non lo sia più, proprio a causa delle (troppe) star generaliste che lo popolano. Il primo passo che posso fare per tentare di contribuire al dibattito è recuperare la definizione di social network sites più utilizzata dagli studiosi a livello internazionale e verificare se Twitter possa essere ricondotto al suo interno.</p>
<p align="JUSTIFY">In un citatissimo <a href="http://jcmc.indiana.edu/vol13/issue1/boyd.ellison.html">articolo del 2007, danah boyd e Nicole Ellison</a> affermano che un SNS è “un servizio che consente all&#8217;utente di:</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">costruire un profilo pubblico o semi-pubblico</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">creare una lista di utenti con cui condivide una connessione</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">vedere e attraversare le liste di connessione”</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Stando a questa definizione, possiamo certamente affermare che Twitter è un SNS (l&#8217;unico elemento che lo allontana dalla definizione citata è che le studiose, nel 2007, facevano riferimento a servizi “web-based”, non potendo prevedere il massiccio spostamento delle pratiche d&#8217;uso a ridosso delle <em>App</em>).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma forse questa è una risposta troppo sbrigativa e troppo ancorata ai formalismi, come lo sarebbe il richiamo alla più puntuale definizione di “microblog”. Dietro la riflessione di questi giorni su Twitter/SNS c&#8217;è senza dubbio la preoccupazione che la piattaforma stia diventando eccessivamente “pop” o “mainstream”, troppo “simile a Facebook”. Il che richiama la diffidenza di vecchia data che gli utenti di Twitter (quando sono su Twitter) mostrano nei confronti della superficialità e, appunto, del generalismo attribuiti a Facebook (emblematici in tal senso, ai tempi di Vieni via con me di Fazio e Saviano, i numerosi tweet che suggerivano “FB=Grande fratello e Twitter= Vieni via con me” o che chiosavano i contenuti “alti” della trasmissione – e del relativo flusso di tweet – con “E intanto su Facebook coltivano patate su Farmville”).</p>
<p align="JUSTIFY">A poco vale ricordare che Facebook ci mostra ciò che i nostri contatti condividono (non siamo esposti ai “contenuti di Facebook” ma, in larga misura, ai contenuti che i nostri contatti decidono di condividere su Facebook): dalla scelta degli “amici” di FB deriva gran parte della “qualità” (comunque la vogliamo intendere) dei “contenuti” di FB.</p>
<p align="JUSTIFY"> Ma torniamo alla domanda iniziale: Twitter è un SNS? O la presenza così numerosa delle star ne ha snaturato la natura orizzontale e democratica, rendendolo qualcosa di diverso? Sollecitata dalle osservazioni di <a href="https://twitter.com/#!/stefanoepifani">Stefano Epifani</a> al post di Mantellini, un paio di giorni fa ho scritto, certo un po&#8217; sbrigativamente, che “la topologia dei social network (on- e offline) si regge su hub. Altra storia è dialogo vs diffusione informazioni”. Lo spazio di un tweet mi imponeva di sintetizzare al massimo, provo a spiegarmi meglio. La <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Analisi_delle_reti_sociali">social network analysis</a> e la <a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=new science of networks&amp;source=web&amp;cd=1&amp;ved=0CCUQFjAA&amp;url=http://research.yahoo.com/files/w_ARS.pdf&amp;ei=p0zWToDPGYnIsgbx8J2hDg&amp;usg=AFQjCNFK7iZMDv6WCeIJskqzPIhdTpjXPQ">scienza delle reti</a> hanno mostrato che gran parte delle reti sufficientemente estese (sociali, ma anche tecnologiche) non hanno una distribuzione “democratica” dei link al proprio interno. In termini tecnici, queste reti vengono definite “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rete_a_invarianza_di_scala">a invarianza di scala</a>”. Semplificando un po&#8217;, possiamo dire che si tratta di reti in cui pochi <em>hub </em>hanno un elevatissimo numero di link, mentre la maggior parte dei nodi ha un numero di link molto inferiore. Questo principio, tra le altre cose, è alla base della nota ipotesi delle “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_del_mondo_piccolo">reti piccolo mondo</a>”, nota anche come “<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sei_gradi_di_separazione">sei gradi di separazione</a>” (<a href="http://www.corriere.it/cronache/11_novembre_23/gradi di separazione-simona-marchetti_57c62ae6-15ce-11e1-abcc-e3bae570f188.shtml">recentemente “scesi” a quattro, limitatamente al social network dei contatti Facebook</a>). Si tratta di un principio che è stato rilevato nei network sociali offline (i contatti/amicizie nel mondo fisico), nelle reti tecnologiche (al punto da portare <a href="http://doppiozero.com/materiali/recensioni/lampi-nel-web">Barabasi, noto esponente della scienza delle reti, ad affermare che il web non è democratico</a>, proprio perché è composto da pochi hub molto interconnessi e da moltissimi nodi poco interconnessi – il fenomeno è ancora più macroscopico se combinato con i criteri di indicizzazione dei siti web da parte di Google, centrati proprio sulla <em>lik analysis </em>come criterio di attribuzione di rilevanza), nelle reti neurali, nelle catene alimentari di molti ecosistemi, ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche la topologia di Facebook rispecchia questa architettura (solo parzialmente bilanciata dal fatto che la piattaforma impone un numero massimo di amici per i profili personali). Per fare un esempio concreto, molti di noi avranno pochi “amici” che raggiungono il tetto massimo di 5000 contatti e tanti “amici” con un numero molto inferiore di contatti (poche centinaia).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa cambia allora con Twitter? Come hanno osservato in molti, la natura asimmetrica della relazione (non c&#8217;è bisogno di reciprocità, si può seguire qualcuno senza che questi a sua volta ci segua), ma anche la valenza simbolica dei termini utilizzati (“follower/following”, invece del “friend” di FB) paiono facilitare una distribuzione diseguale dei contatti. Non è un caso che le “twitstar” fossero presenti su Twitter ben prima dell&#8217;ingresso di star del mondo dello spettacolo. Certo le star mainstream accelerano e amplificano questi processi, soprattutto quando adottano (e stimolano nei loro follower) stili di presenza online assai distanti da quelli sin qui consolidati (ricordo però che in tempi non sospetti Laura Pausini era il profilo italiano con più follower, seguita dal Milan).</p>
<p align="JUSTIFY">Ma anche qui è necessario un (ultimo) passo indietro. Ci stiamo chiedendo cosa sia realmente Twitter. Ogni tecnologia (e ancor più una tecnologia <em>social</em>) “è” il risultato della complessa interazione tra le sue caratteristiche strutturali (in termini di vincoli e opportunità all&#8217;azione, ciò che posso e ciò che non posso fare con la tecnologia) e le pratiche d&#8217;uso intersoggettivamente definite dagli utenti. Questi ultimi sono vincolati dalle caratteristiche strutturali della piattaforma, ma possono anche <em>piegarla </em>a usi imprevisti (la storia delle tecnologie della comunicazione è piena di esempi, primo tra tutti l&#8217;sms, nato praticamente “per caso”). Su Twitter, come ricordava <a href="https://twitter.com/#!/LR">Luca Rossi</a>, l&#8217;hashtag è un chiaro esempio di <em>innovazione dal basso</em>; così come il tasto “retweet” (molti ricorderanno il periodo in cui il retweet veniva fatto “a mano”, digitando appunto “RT @utente ecc.”). Se osserviamo i social media, questi processi sono in costante evoluzione (sia sul piano tecnologico, sia rispetto alle pratiche d&#8217;uso), nulla è davvero stabilizzato.</p>
<p align="JUSTIFY">Twitter cambierà ancora, come è cambiato negli ultimi anni, come è cambiato Facebook dall&#8217;estate del 2008, in cui da alcune centinaia di migliaia di utenti si è superato il milione (<a href="http://vincos.it/osservatorio-facebook/">si vedano i grafici di Vincenzo Cosenza</a>). Probabilmente si affermeranno stili di utilizzo differenti, non senza ampie aree di sovrapposizione e di ibridazione. Chi osserva con allarme questa evoluzione troverà senza dubbio nuove forme per garantire la sua legittima aspirazione a mantenere uno stile il più possibile orientato al dialogo, ritagliandosi gli spazi per conversare solo con alcune categorie di utenti e su temi specifici. E forse le star, almeno quelle più avvedute, si faranno almeno in parte contaminare dalle regole del gioco stabilite sin qui dagli utenti (italiani) di Twitter. Quel che è certo è che sarà molto interessante osservare la mutazione in corso.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><em>Update</em></p>
<p align="JUSTIFY">La discussione online continua: segnalo l&#8217;ottimo<a href="http://blog.stefanoepifani.it/considerazioni-sparse/caro-massimo-stavolta-su-twitter-non-sono-daccordo/"> post di Stefano Epifani</a>, che risponde in modo puntuale a Mantellini e, tra gli altri spunti interessanti, ribadisce la differenza tra social network e social network site; e quello di <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/01/la-trasformazione-di-twitter-vista-da-dentro/">Giovanni Boccia Artieri</a>, che tiene magistralmente insieme il dialogo con il mondo twitter e i riferimenti scientifici (offrendo un denso update frutto del dialogo online). Interessante anche il post di <a href="http://diparipasso.com/2011/11/30/ma-in-fondo-che-tweetimporta/">Diletta Parlangeli</a>. Nel frattempo, Vincenzo Cosenza ci offre l&#8217;(attesissima) <a href="http://vincos.it/2011/12/01/twitter-in-italia-analisi-dei-segnali-di-crescita/">analisi dei dati su Twitter in Italia</a>. E Luca Rossi riflette in modo puntuale sulle <a href="http://larica.uniurb.it/redline/2011/12/01/di-twitter-metriche-e-limiti-dellanalisi/">metriche e sui limiti dell&#8217;analisi,</a> sollevando questioni centrali (tra tutte, la mappatura delle hastag conversation), che meritano certamente tutta la nostra attenzione.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/422/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/422/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=422&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Il caso Twitter</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:26:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Romana Andò e Francesca Comunello La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=412&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Romana Andò e Francesca Comunello</p>
<p align="JUSTIFY">La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media. Di seguito le nostre riflessioni sul caso Twitter, basate su alcune <a href="http://asaudience.wordpress.com/2011/11/28/gli-stili-della-social-tv-un-contributo-in-tre-puntate-piu-una-una-breve-premessa/">osservazioni preliminari sugli stili della social tv in Italia. </a></p>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY"><strong>Il caso Twitter</strong></p>
<p align="JUSTIFY">I dati relativi alla diffusione di Twitter in Italia descrivono un fenomeno ancora di nicchia: nell&#8217;ottobre 2010, gli utenti italiani di Twitter erano 1.300.000, ma solo 375.000 potevano definirsi “utenti attivi” (avevano cioè prodotto almeno un tweet nel mese precedente; fonte: <span style="color:#000080;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://vincos.it/">http://vincos.it</a></span></span>). Alcuni mesi più tardi, Audiweb riporta circa 2.000.000 di utenti, mentre <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/11/30/news/pazzi_per_twitter-25821671/">Riccardo Luna su Repubblica.it a fine novembre parla di 2.400.000 utenti</a> (i dati internazionali confermano che gli utenti attivi si collocano tra il 20% e il 30% del totale).  Benché il dato sia in crescita, siamo ancora molto lontani dai 20.000.000 di utenti di Facebook. Si osserva, tuttavia, un cortocircuito tra il sistema dei media broadcast e l&#8217;ambiente di microblogging, che ne estende la portata e la visibilità ben oltre il (ristretto) nucleo di utenti di Twitter. I mezzi di informazione più tradizionali (dalla carta stampata ai TG generalisti) “spulciano Twitter” (testuale dal TG1) con sempre maggior frequenza, riportandone estratti cui si attribuisce frettolosamente la dignità di opinione del “popolo della rete” (lessico assai in voga appunto nei media generalisti, ma percepito con chiaro disagio dagli utenti del web). È in questo contesto che si inquadra anche la crescente attenzione per Twitter da parte di personaggi del mondo dello spettacolo, che alcuni hanno letto (con l&#8217;inevitabile fiorire di polemiche) come una inopportuna occupazione dello strumento da parte di star “generaliste”. A poco è valso ricordare che, negli USA, è stata proprio la presenza di personaggi dello spettacolo il motore per una diffusione massiccia della piattaforma, o che alcune star presidiano Twitter (in forme e con modalità differenti) da mesi, quando non da anni (Laura Pausini, ad esempio, è da tempo l&#8217;utente italiano con il maggior numero di followers, complice anche la sua notorietà internazionale). Interessate, in proposito, l&#8217;analisi di<span style="color:#000080;"><span style="text-decoration:underline;"><a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/11/25/quando-le-star-italiane-sbarcano-su-twitter/"> GBA_Mediamondo</a></span></span>. Segnaliamo, inoltre, che la struttura del network (incentivata dall&#8217;asimmetria della relazione following/follower) e le pratiche d&#8217;uso condivise, favoriscono la nascita di “micro-star” o “twit-star”, la cui influenza è spesso specializzata (orientata, cioè, a specifici temi). Il “problema” non è che le star si iscrivano a Twitter. Semmai, dovremmo riflettere sugli stili di interazione che adottano, sul tentativo di traferire in Twitter logiche tipicamente broadcast, sulla loro capacità di acclimatarsi in un ambiente che richiede capacità di ascolto e rifugge forme troppo strillate di autopromozione. Sarebbe inoltre interessante capire se e quanto questa crescente presenza di star avrà la capacità di modificare l&#8217;ambiente Twitter (in termini di crescita degli utenti, di avvicinamento della piattaforma a stili più mainstream, ecc.)</p>
<p align="JUSTIFY">Ma il rapporto Twitter tv non si limita solo al tema delle star. L’uso della piattaforma a ridosso dei programmi e dei canali televisivi è oggi un dato acquisito sulle cui modalità, forse, vale la pena riflettere.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco gli stili che abbiamo individuato, secondo il criterio della prevalenza e non della esclusività:</p>
<ol>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Broadcasting Twitter</p>
</li>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">(Twit)star + emotional connections</p>
</li>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Twitter journalism</p>
</li>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Twitter viral laughter</p>
</li>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Twitter engagement and interaction</p>
</li>
<li>
<p lang="en-US" align="JUSTIFY">Twitter embedded</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Il primo stile (<strong>Broadcasting Twitter)</strong> si riferisce all’uso più televisivo e monodirezionale di Twitter: dai lanci redazionali sul cosa accadrà nel programma, alle continue sollecitazioni alla visione dello stesso (“tra poco in onda”) che ricordano gli avvisi pre-break pubblicitario per non perdere pubblici (“restate con noi”), all’uso dei sondaggi (ampiamente saccheggiati negli anni dalla telepolitica e divenuti una istituzione come la presenza di Renato Mannheimer a Porta a Porta). Il programma tipo di questa categoria è Servizio Pubblico, la cui presenza social è pervasiva sul piano quantitativo, ma ancora starata rispetto agli stili della rete (con margini di miglioramento, già osservati in corso d’opera). In questo caso, i social media vengono usati prevalentemente come facilitatori della visibilità del prodotto (con ottimi riscontri numerici) ma non è ancora maturo il processo di inclusione dei contenuti web nelle linee editoriali del programma e nel format tv (molto tradizionale)</p>
<p align="JUSTIFY">Il secondo stile, (<strong>Twit)star + emotional connections,</strong> è rappresentato emblematicamente dal caso Fiorello #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend. Abbiamo qui la star (@sarofiorello) che tweetta, prima e dopo il programma, in prima persona, mescolando contenuti promozionali (ospiti, novità, sorprese) a contenuti più privati (il suo vissuto). Il “vuoto” lasciato da Fiorello durante la trasmissione viene completamente colmato e gestito dal basso, dalle audience-fan che seguono la diretta e commentano, con maggiore enfasi sul coinvolgimento emotivo e l’apprezzamento nei confronti del conduttore e degli ospiti (gli storici “complimenti per la trasmissione” in versione sns) che sugli stessi contenuti. Ci avviciniamo, in questo caso, a logiche assai diffuse tra le star USA che utilizzano Twitter.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel terzo stile (<strong>Twitter journalism</strong>) prevale decisamente il contenuto sulla relazione: i tweet riguardano essenzialmente le informazioni giornalistiche, gli approfondimenti rispetto al programma e creano un interessante effetto di agenda setting 2.0 che si riverbera nel web nei giorni successivi. Interessante è poi la valorizzazione del buzz on line durante il programma, con richiami ai temi lanciati dalla Rete e agli utenti. È il modello Exit, oggi gestito con efficacia da Piazza Pulita e Agorà.</p>
<p align="JUSTIFY">Il quarto stile (<strong>Twitter viral laughter</strong>) gioca prevalentemente con la viralità della satira e della comicità. La battuta, il tormentone, che già autonomamente circolano nel web (anche come frammenti video in modalità Youtube), viene cavalcato dalla redazione del programma (si pensi al caso Italialand), che si limita &#8211; ma non è poco &#8211; a postare le battute più belle, in tempo reale, generando un’intensa attività di RT. Stando ad alcune ricerche internazionali (ma anche a quanto possiamo osservare in Italia), è proprio l&#8217;ironia, ancor più dei contenuti strettamente informativi, la chiave per scatenare la viralità su Twitter</p>
<p align="JUSTIFY">Il quinto stile (<strong>Twitter engagement e interaction</strong> ) è lo stile di X-Factor (di cui si è già discusso su questo blog). La modalità game si presta alla valorizzazione della partecipazione dal basso, dai meccanismi di voto, alla gestione della “tifoseria”, attiva canali di interazione e favorisce l’engagement nei confronti del programma.</p>
<p align="JUSTIFY">Il sesto stile (<strong>Twitter embedded</strong>) rappresenta un po’ l’avanguardia delle applicazioni social ai contenuti tv e trova il suo format ideale in SocialKing . Il prodotto ibrido è televisivo ma web-based allo stesso tempo: i sns sono il contenuto (si parla di video e contenti web particolarmente significativi e/o originali), i protagonisti (“ti senti un re dei social media?) e la piattaforma di condivisione con i pubblici connessi.</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi Twitter in Italia è (ancora) una nicchia. Una nicchia che ha grande visibilità al suo esterno e i cui membri più attivi mostrano elevati livelli di consapevolezza, di sensibilità per le peculiarità comunicative e gli stili di interazione dell&#8217;ambiente che abitano. I tentativi, più o meno improvvisati, di piegare Twitter alle logiche del broadcast sono spesso rifiutati e diventano oggetto di polemiche da parte degli utenti. Negli ambienti social, è noto, le” regole del gioco” sono in parte dettate dalle caratteristiche delle piattaforme (in termini di vincoli e opportunità all&#8217;azione), ma derivano, in misura maggiore, dalle norme e dalle pratiche intersoggettivamente definite dagli utenti. La sfida dei prossimi mesi sarà capire se e come le star del generalismo saranno capaci di adottare i linguaggi e le pratiche condivise di un ambiente per loro nuovo. O quanto, invece, non tenteranno di utilizzare la propria influenza per cambiare le regole del gioco, spostando l&#8217;accento, anche in Twitter, su tratti più “pop”, generalisti e tendenzialmente unidirezionali. L&#8217;impressione di questi giorni è che, probabilmente, le due logiche tenderanno a coesistere.</p>
<p align="JUSTIFY">Nella prossima puntata vi proporremo le nostre osservazioni sull&#8217;uso di Facebook in ambito televisivo.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/412/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/412/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=412&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Gli stili della social tv: un contributo in tre puntate (più una). Una breve premessa</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 15:18:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Romana Andò e Francesca Comunello La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=408&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Romana Andò e Francesca Comunello</p>
<p align="JUSTIFY">La tv sta diventando social. Ecco il mantra che circola in questi giorni anche tra i non addetti ai lavori, che si lasciano sorprendere ed esaltano la convergenza tra schermo televisivo e schermo del pc (o tablet), tra contenuti video e esperienze di partecipazione delle audience via social media.</p>
<p align="JUSTIFY">Posto che la tv è, a nostro avviso, sempre stata social o socializzante, in virtù del fatto che il più grande piacere che provano le audience nel fruire contenuti è quello di parlarne dopo e condividerne significati, il fenomeno che andiamo osservando non è nuovissimo né omogeneo quanto a pervasività e qualità.</p>
<p align="JUSTIFY">È chiaro che la cura de #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend di Fiorello che dal suo account @sarofiorello anticipa, commenta, coinvolge gli spettatori ha reso Twitter quasi nazional popolare (con buona pace dei puristi del microblogging). Così come Facebook è stato ampiamente sfruttato e ulteriormente popolarizzato dall’esperienza di Santoro con Servizio pubblico. Ma l’uso del web 2.0 a ridosso dei contenuti mediali ( e in particolare della serialità )non è una novità per le nicchie più attive delle audience, fan e early adopters dei sns che hanno costruito il loro curriculum partendo da bulletin board e newsgroups, passando per i forum e i blog e arrivando ai social media.</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi certamente i numeri iniziano a confermare la traduzione di comportamenti di nicchia in pratiche diffuse e l’uscita dall’ambito fiction verso i lidi dell’intrattenimento e dell’informazione.</p>
<p align="JUSTIFY">La maggior parte dei broadcaster italiani, dunque, sta correndo ad occupare gli spazi dei social media, i luoghi della conversazione on line (a livello di network, canale, programma o personaggio), ma osservando lo scenario attuale si scopre che il fenomeno ha una penetrazione a macchia di leopardo e presenta significative differenze in termini di profondità dell’esperienza prodotta e di stile di gestione del mondo social.</p>
<p align="JUSTIFY">Una prima segmentazione da operare tra le esperienze osservate è quella che riguarda la direzione della comunicazione via social media, ovvero la gestione unidirezionale o bidirezionale del flusso comunicativo tra player e utenti/spettatori. Per quanto l’idea stessa di unidirezionalità sembri paradossale in ottica web , la trasposizione della cultura televisiva tradizionale negli spazi on line rischia di importare la logica broadcast all’interno della logica network.</p>
<p align="JUSTIFY">Un’altra linea di demarcazione, utile per osservare il fenomeno e distribuire le diverse esperienze, è legata alla personalizzazione del flusso comunicativo on line: in altre parole diverse sono le esperienze in cui la gestione degli ambienti web è curata da una redazione web, più o meno asettica, dalla redazione di un programma specifico, o dal suo protagonista.</p>
<p align="JUSTIFY">Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla contrapposizione relazione vs contenuto, ovvero dalla prevalenza di costruzione di meccanismi di engagement delle audience basati sulla affettività e emotività del rapporto o sullo scambio di contenuti. Suddivisione, questa, che diventa importante se letta in relazione ale diverse piattaforea di sns e alle pratiche dei loro utenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Infine, un altro fondamentale criterio di selezione ruota intorno alla capacità dei player di integrare, anche a livello editoriale, sns e programma/contenuti o, piuttosto, mantenerle come due esperienze separate e non dialoganti, se non in sede di osservazione ex post degli esiti del prodotto tv.</p>
<p align="JUSTIFY">Sulla base di queste dimensioni abbiamo giocato a individuare degli stili nell’uso dei social media (certamente non esaustivi), con particolare riferimento a Twitter e Facebook, adottati da alcuni programmai della tv italiana.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Nei prossimi due post, un&#8217;analisi sull&#8217;utilizzo dei social media da parte di programmi e personaggi televisivi italiani <a href="http://asaudience.wordpress.com/2011/11/28/gli-stili-della-social-tv-un-contributo-in-tre-puntate-piu-una-il-caso-twitter/">(il primo è dedicato a Twitter</a>, il secondo a Facebook); nel terzo post, alcune indicazioni per un più efficace utilizzo dei social media in ambito televisivo. </em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/408/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/408/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=408&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>X Factor: tra pubblici e social media</title>
		<link>http://asaudience.wordpress.com/2011/11/20/x-factor-tra-pubblici-e-social-media/</link>
		<comments>http://asaudience.wordpress.com/2011/11/20/x-factor-tra-pubblici-e-social-media/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2011 21:47:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulia Marinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Sky]]></category>
		<category><![CDATA[Social Network]]></category>
		<category><![CDATA[X Factor]]></category>
		<category><![CDATA[Xtra Factor]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella parte di pubblico televisivo che giovedì sera non ha contribuito a far vincere la serata a un Don Matteo che - Fiorello a parte - rimane il cavallo di battaglia dell’autunno di RaiUno, si trovava di fronte ad una scelta di campo: credere nell’esperimento di Santoro e sintonizzarsi su 2,5 ore di un Servizio Pubblico senza contraddittorio o vedere cosa Mr. Sky fosse stato in grado di mettere in piedi con la quinta edizione di X Factor.
Con buona pace della mia coscienza civica (messa a tacere dal ricordo delle due puntate precedenti di Santoro), ho optato per X Factor. Attirata più dagli aspetti di entertainment del programma che da interessi di tipo più analitico, su cui non avevo ancora pienamente riflettuto.
Non è stato prima di mezzanotte passata, e gruppo di ascolto andato via (ma di questo parleremo tra poco), che ho iniziato a comprendere come, in realtà, facesse tutto parte di un piano ben orchestrato.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=380&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-387" title="xf1" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf1.jpg?w=600" alt=""   /></a></p>
<p>Quella parte di pubblico televisivo che giovedì sera non ha contribuito a far vincere la serata a un Don Matteo che &#8211; Fiorello a parte &#8211; rimane il cavallo di battaglia dell’autunno di RaiUno, si trovava di fronte ad una scelta di campo: credere nell’esperimento di Santoro e sintonizzarsi su 2,5 ore di un <em>Servizio Pubblico</em> senza contraddittorio o vedere cosa Mr. Sky fosse stato in grado di mettere in piedi con la quinta edizione di <em>X Factor</em>.</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-388" title="xf2" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf2.jpg?w=600" alt=""   /></a>Con buona pace della mia coscienza civica (messa a tacere dal ricordo delle due puntate precedenti di Santoro), ho optato per <em>X Factor</em>. Attirata più dagli aspetti di entertainment del programma che da interessi di tipo più analitico, su cui non avevo ancora pienamente riflettuto.</p>
<p>Non è stato prima di mezzanotte passata, e gruppo di ascolto andato via (ma di questo parleremo tra poco), che ho iniziato a comprendere come, in realtà, facesse tutto parte di un piano ben orchestrato.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Il format di X Factor ha ottenuto un grande successo nel Regno Unito in cui è nato, ed è stato in breve tempo esportato in molti Paesi: in Italia (dove Rai lo ha acquistato per trasformarlo nel talent show di punta della sua rete ‘giovane’) l’accoglienza è stata altalenante, con ascolti poco più elevati della media di rete di RaiDue e, sicuramente, non paragonabili con il successo ottenuto da Amici.</p>
<p>Dopo le prime quattro edizioni, Rai ha deciso di <a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/01/14/news/addio_a_x_factor-11227141/">non proseguire</a> con il format, che è stato in breve tempo <a href="http://www.tvblog.it/post/25303/x-factor-passa-a-sky-per-due-stagioni">acquistato da Sky</a> per le due stagioni successive.</p>
<p>Il network satellitare ha, quindi, deciso di renderlo il prodotto di punta della sua stagione autunnale, iniziando già dall’inizio dell’estate una forte promozione per i casting che si sarebbero tenuti a breve.</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-389" title="xf3" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf3.jpg?w=600" alt=""   /></a>I casting, appunto: l’aver saputo valorizzare il ‘materiale umano’ presente tra i 50.000 aspiranti cantanti è stata la prima scelta riuscita di Sky. I provini, una delle parti potenzialmente più deboli del programma, sono stati, invece, il vero punto di forza del suo lancio sulla piattaforma satellitare. Anche per merito degli ottimi ascolti delle prima puntata (520mila spettatori lineari, 1.066.000 di contatti), la mattina seguente mezza Italia non faceva altro che parlare delle <a href="http://xfactor.sky.it/2011/10/26/aspettando-il-ritorno-delle-lallai-2/">sorelle Lallai</a> e di <a href="http://xfactor.sky.it/2011/10/21/fiocco-di-neve-e-nata-una-stella/">Fiocco di Neve</a>. Creando un meccanismo virale, significativamente alimentato dai Social Network, che ha coperto perfettamente la settimana intercorsa tra una puntata e la successiva.<span id="more-380"></span></p>
<p>Chi non era riuscito a vedere il programma su SkyUno, in PVR su MySky o attraverso le repliche domenicali su Cielo ha, inizialmente, avuto qualche difficoltà a trovarlo sulla repository abituale di ‘tv del giorno prima’ (nota ai più come YouTube). La policy, già adottata da Sky a ridosso di programmi di punta come <em>Aniene</em> di Corrado Guzzanti, è di gestire ‘internamente’ anche le esperienze di fruizione frammentata e post-televisiva del prodotto. I video  relativi al programma sono caricati direttamente sulla <a href="http://xfactor.sky.it/video/">piattaforma distributiva</a> di Sky e totalmente banditi (provate a fare una ricerca!) da Youtube.</p>
<p>Inutile dire che l’obiettivo ultimo è portare più abbonati sulla piattaforma satellitare: va, piuttosto, notato come stia diventando sempre più abituale per i network televisivi (si pensi alla gestione che La7 fa dei programmi di punta del suo palinsesto, con <em>Italialand</em> di Crozza in diretta streaming su YouTube) quella condivisione dei ‘propri’ contenuti che fino a pochi anni fa era al centro di furibonde dispute fan/produttori. Hanno compreso che è quel tipo di viralità (spreadability?) che crea attenzione.</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf4.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-390" title="xf4" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf4.jpg?w=600" alt=""   /></a>E l’attenzione porta pubblico. Che vuol dire nuovi abbonamenti (o almeno questo è quel che speriamo per il bene della piattaforma satellitare), ma anche modi creativi per riuscire a vedere un prodotto pur non essendo abbonati a Sky. È così che hanno ottenuto un enorme successo i liveblogging (c’è quello ufficiale, e poi i tanti ufficiosi tra cui spicca quello di tvblog), l’utilizzo spasmodico dei tweet altrui come fonte di informazione su quanto stava avvenendo e un grande ritorno: le visioni collettive a casa di amici. Quello a fianco è solo uno dei tweet che mostrano il ritorno di questa modalità di fruizione, in special modo tra i più giovani.</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf5.jpg"><img class="size-full wp-image-391 alignright" title="xf5" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf5.jpg?w=600" alt=""   /></a>La struttura del programma, invece, rimane praticamente la stessa. Ad eccezione del dramma da televoto che giovedì ha dato prova di aver bisogno di qualche miglioramento (non si vota a ‘buttar fuori’ ma a ‘tenere dentro’, e si possono tenere dentro n-1 concorrenti: se il pubblico non conosce i concorrenti tutti insieme ma man mano che si esibiscono, è naturale che l’ultimo venga fatto fuori) e ci ha ricordato ancora una volta che le competenze analitiche degli spettatori sono, spesso, più sviluppate di quelle di alcuni autori.</p>
<p>La vera novità è, però, un’altra. E arriva dopo mezzanotte, a <em>X Factor</em> finito e mentre il pubblico abbandona lo studio: è il dopofestival 2.0 e si chiama <em>Xtra Factor</em>.</p>
<p>Max Novaresi e Brenda Lodigiani, accompagnati da Costantino della Gherardesca, La Pina e Rocco Tanica (tutti rigorosamente a briglie sciolte, essendo abbondantemente conclusa la fascia di garanzia) che commentano la puntata appena andata in onda <em>con i contributi del pubblico</em>. Che sono ben diversi dall’idea media di ‘contributo del pubblico’  a cui si è abituati.</p>
<p>Intanto perchè sono stati presentati così:</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf61.jpg"><img class="size-full wp-image-392 alignnone" title="xf6" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/11/xf61.jpg?w=600&#038;h=375" alt="" width="600" height="375" /></a></p>
<p>Poi perché il primo contributo della puntata è un’immagine spixelata di un ragazzo nella sua cameretta, che arriva attraverso Skype. E si va avanti su questa falsa riga, facendo a Elio una domanda proveniente da Facebook, commentando i tweet (con tag #xtra5) che nel frattempo scorrono su un pannello nella scenografia, arrivando fino ad organizzare un collegamento in diretta con quella che nel frattempo è diventata la vlogger più cliccata del mese, Fiocco di Neve.</p>
<p>A questo punto gli entusiasti inizierebbero già a parlare di social web che entra nello schermo televisivo. <a href="http://www.tvblog.it/post/29751/x-factor-xtra-factor-recensione">Altri</a> lo hanno già bollato come un prodotto che “va bene per il web, non per la tv”.</p>
<p>Probabilmente la verità, come al solito, sta nel mezzo. Si tratta di un ottimo esperimento – se vogliamo, possiamo addirittura chiamarla televisione partecipativa – che ben si sposa con la scelta di innovare e rilanciare un format particolare (con dei protagonisti ancor più particolari) come X Factor, su un canale che nonostante gli sforzi di Sky continua ad avere un pubblico contenuto. Ha sicuramente bisogno di molti aggiustamenti, che probabilmente arriveranno con il tempo.</p>
<p>Ma non dobbiamo far passare in secondo piano il fatto che, finalmente, qualcuno abbia compreso anche in Italia l’importanza di coinvolgere in maniera diretta le audience a ridosso di un programma televisivo, secondo una pratica che oltreoceano (ma anche in molti Paesi europei) è oramai considerata quasi routine. Per ogni dubbio, chiedere agli <a href="http://ema-twittertracker.mtv.com/live/#buzz">MTV European Music Awards</a>.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/380/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/380/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=380&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>“Come le serie stanno cambiando la tv” @ Roma FictionFest</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 10:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>asaudience</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Celata]]></category>
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		<description><![CDATA[L’edizione 2011 del Roma Fiction Fest, appuntamento immancabile per tutti gli amanti della fiction e dintorni, si è da poco conclusa, nonostante fosse partita sotto una cattiva stella. Come di consueto, il Festival ha promosso anteprime, eventi, Masterclass, incontri di Industry e convegni, tra i quali l’appuntamento “Come le serie stanno cambiando la tv” (28 settembre, Sala Petrassi), in cui studiosi e professionisti del mercato mediale si sono confrontati sul ruolo che le serie televisive, prima negli Stati Uniti e adesso nel resto del mondo, rivestono nel processo evolutivo della televisione.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=372&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’edizione 2011 del Roma Fiction Fest, appuntamento immancabile per tutti gli amanti della fiction e dintorni, si è da poco conclusa, nonostante fosse partita sotto una cattiva stella. Come di consueto, il Festival ha promosso anteprime, eventi, Masterclass, incontri di Industry e convegni, tra i quali l’appuntamento <strong>“Come le serie stanno cambiando la tv” (</strong>28 settembre, Sala Petrassi), in cui studiosi e professionisti del mercato mediale si sono confrontati sul ruolo che le serie televisive, prima negli Stati Uniti e adesso nel resto del mondo, rivestono nel processo evolutivo della televisione.</p>
<p>L’idea cioè era quella di discutere sulle prospettive della cosiddetta <em>Connected tv</em>, ovvero una televisione sempre più contaminata dal digitale e da internet, a partire dall’osservazione del fenomeno fiction e della rielaborazione dello stesso da parte delle audience: queste, infatti, oggi non possono più essere considerate solo come fruitori dei prodotti, ma vanno osservate nel loro appropriarsi delle serie tv attraverso una pluralità di piattaforme di distribuzione (<em>video on demand</em>, <em>web </em>e <em>mobile tv</em>, ecc.) e registrazione (<em>PVR</em>), per l’intensa attività di scambio di contenuti che animano via Internet (<em>filesharing)</em> e per la condivisione di emozioni e interpretazioni che gestiscono attraverso i Social Network (<em>Social Tv</em>).</p>
<p>2 i panel del convegno: il primo, <strong><em>Dal pubblico ai pubblici, dalla televisione alle televisioni</em>, </strong>introdotto da Alberto Marinelli (Sapienza Università di Roma) , e coordinato da Raffaele Barberio  di Key4Biz; il secondo, <strong><em>Dalla pirateria ai nuovi modelli di business</em></strong>, introdotto da Giandomenico Celata (Multimedia Lab – CATTID, Sapienza Università di Roma) e coordinato da Ernesto Assante di Repubblica.</p>
<p>La domanda di partenza era, dunque: come cambia lo scenario creativo, produttivo e distributivo della televisione in un momento storico nelle quali le serie tv stanno sradicando ad una ad una le certezze dei diversi player di settore?</p>
<p>Di seguito il liveblogging della mattinata ( a cura di Melania Romanelli):</p>
<p><span id="more-372"></span></p>
<p>Il primo a prendere la parola è stato <strong>Alberto Marinelli</strong>. Dalla sua presentazione è emerso un ritratto nuovo e attuale della televisione, sempre più svincolata come esperienza di consumo dal medium televisivo e sempre più leggibile come <em>anytime</em> e <em>anywhere</em>: emergono nuove pratiche di fruizione, definitivamente svincolate dal palinsesto broadcast (il cosiddetto <em>timeshifting</em>) e dal legame con il tradizionale tv-set sostituito da diverse piattaforme (multi)mediali (il <em>placeshifting</em>), scelte appositamente dalle audience, rigorosamente al plurale.</p>
<p>Basta un dato a fotografare la situazione: solo il 12 % di coloro che dichiara di guardare la televisione, infatti, lo fa esclusivamente osservando lo schermo e il video; la restante parte non si accontenta di una sola attività e vira decisamente sul multitasking,  integrando consumo di video e pratiche conversazionali da social media (<em>tweetting</em> e chat su Facebook).</p>
<p>Un altro aspetto rilevante è lo spostamento semantico dal concetto di crossmedialità, a quello di  transmedialità, termine proposto da Henry Jenkins e che richiama proprio il coinvolgimento delle audience: non più, quindi, un contenuto veicolato in diverse piattaforme, bensì un contenuto “aumentato” e reso “altro” grazie alla sua “spalmabilità” su diverse piattaforme e all’engagement dei fan. Emblematico in tal senso il caso  del serial <em>Lost</em> (si veda il testo di Romana Andò di prossima uscita) i cui creatori sono stati costretti a ripensare completamente in corso d’opera i contenuti da attivare, incrementando il valore e i significati veicolati dal prodotto stesso a prescindere dalla sua messa in onda televisiva e, soprattutto, grazie all’apporto dei fan in ambito social su Internet (basti pensare al lavoro creativo su Fanfiction, Fanart, e Fanvideo).</p>
<iframe src='http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/9728309' width='600' height='492'></iframe>
<p>La linearità del processo, comunicativo è, dunque, definitivamente superato? Quali sono i prossimi step? Come acquisire consapevolezza del nuovo scenario condiviso e imparare a gestirlo e studiarlo, anche in ottica di mercato (non solo accademica n.d.r.).</p>
<p>Le risposte e anche alcune provocazioni sono state raccolte da Raffaele Barberio, che ha introdotto ad uno ad uno gli ospiti del primo panel.</p>
<p><strong>Andrea Fabiano (Marketing strategico, Rai).</strong> È indubbia la presenza di un livello sempre più alto di engagement delle audience con il prodotto, anche in un Paese come l’Italia dove la popolazione fa più fatica a stare dietro a tali dinamiche, sia per fattori culturali che anagrafici. Se è vero che, in un periodo di crisi e di frammentazione come quello che stiamo vivendo, è fondamentale porre l’attenzione sulla capacità della serialità di suscitare interesse e dialogo tra gli spettatori, è pur vero che per gli operatori dei media e per i broadcaster resta centrale un punto interrogativo: quanto e come provare a governare il flusso di engagement del pubblico? Per Fabiano questo punto rappresenta una chimera, una velleità sbagliata nell’approccio top down; ciò che si potrebbe fare, al contrario, è cercare di andare incontro alla frammentazione cambiando marcia, sviluppando percorsi variegati in termini di storie e linguaggi capaci di aprire nuovi modelli di business: sui canali satellitari, più inclini alla sperimentazione, sul web. Questa, insomma, la partita che la Rai ha deciso di giocare nel suo prossimo futuro.</p>
<p><strong>Egidio Viggiani (Univideo e Gruppo Dgtv). </strong> In qualità di rappresentante dei distributori, Viggiani porta l’esempio del canale africano Nessma, capace di suscitare l’idea di una nuova possibilità di mercato nella comunità italiana in Africa, grazie proprio alla serialità. La rete, infatti, attraverso la messa in onda di fiction italiana in quei paesi dove il nostro idioma è conosciuto da una grande fetta di popolazione, è riuscito ad eliminare la supremazia della fiction americana ed aprire alla riflessione sulla possibilità di una produzione autoctona di audiovisivo. Ciò che resta da capire, tuttavia, è come eventualmente creare nuovi canali distributivi e legali – per i contenuti prodotti in autonomia o a basso budget &#8211; che possano prescindere i soliti canali mainstream. La questione, per Viggiani,  resta tuttora aperta.</p>
<p><strong>Gianluca Foschi (La 7). </strong>La7 e produzione di fiction: matrimonio impossibile? Foschi è molto sereno sulle reali possibilità del cosiddetto “terzo polo” televisivo di riuscire a sviluppare contenuti propri di fiction, specie in un periodo in cui anche i principali competitors hanno drasticamente ridotto i loro investimenti in tale settore. Per ora, infatti, si procede con la messa in onda di prodotti stranieri il più possibile diversi (sulla scia di <em>Sex&amp;The City e </em>il recente <em>The Kennedy’s), </em>puntando sugli eventi live di news e informazione, quali talk show, di basso costo produttivo e con ottimi risultati di ascolto.  La sua idea, comunque, è quella di riagganciare il popolo del web, tentando di farlo entrare di diritto nella tv, seguendo il trend dettato dal programma televisivo <em>Exit</em> di Ilaria D’Amico, nel quale gli spettatori tweettavano i propri messaggi in diretta.</p>
<p><strong>Angelo Fabbrocini (Geca Italia). </strong>Secondo i dati rilevati ed analizzati da Geca Italia, è indubbio un cambiamento del pubblico televisivo e del mercato di produzione dei contenuti, stravolti entrambi dal processo di digitalizzazione ancora in atto. Sebbene il pubblico della tv generalista continui a crescere, parallelamente, infatti, crescono anche i numeri della tv digitale (Mediaset Premium, i canali Rai, la Fox su Sky, il gruppo Discovery). Canali come La 5 e Rai 4, inoltre, confermano la tesi del convegno: sono le serie, dunque, il prodotto più sicuro in termini di attenzione e fidelizzazione delle platee televisive, che si spostano sul satellite e sul digitale terrestre proprio seguendo i contenuti seriali. Diamo i numeri: nel 2004 – 2005 i programmi più visti sono stati le miniserie in 2 puntate (solo 3 titoli di media e di lunga serialità); nel 2010 – 2011, al contrario, sono ben 6 i titoli tra i più visti che riguardano la lunga serialità, appuntamento fisso da seguire ad ogni messa in onda. Un dato, poi, è ancora più entusiasmante: la presenza di fiction per ragazzi, il cui target aumenta di peso negli ascolti, limando il primato tutto italiano della fascia over 65.</p>
<p>Una domanda sorge spontanea (a Fabbrocini, ma non solo): se è vero che il genere fiction si conferma leader tra i generi televisivi più seguiti, come mai sta subendo pesanti tagli per via della crisi?</p>
<p><strong>Francesco Soro, (Corecom). </strong>Soro (una delle voci più vivaci della mattinata) si è posto il problema di come conciliare i due mondi apparentemente distanti di tv e Internet. Citando più volte il precedente intervento di Marinelli, Soro ricorda quanto sia importante sperimentare e non aver paura del futuro, impegnandosi a degli interventi necessari per meglio fotografare il fenomeno e cavalcarne l’onda positiva. Un esempio su tutti? L’inadeguatezza dell’Auditel – commento che ha suscitato brusio in sala e nel panel di voci più o meno concordi – strumento sempre utile ma da ripensare e rinnovare in collaborazione con altri partner autorevoli (es. la Nielsen). Il fulcro del problema, dunque, è cercare di aprire gli occhi su un fatto palese: la social tv esiste già, nonostante il broadcaster, e nonostante i tentativi di “portare” gli utenti del web nella televisione vecchio stampo. Secondo Soro, infatti, più che portare il pubblico di internet sul brand, perché non cercare di differenziare le offerte aggregando i risultati di ascolto delle varie piattaforme? Due gli esempi che avallano la sua tesi: Michele Santoro, che proporrà un programma direttamente sul web e, sul versante seriale, il nuovo prodotto <em>New Girl, </em>andato in onda prima su Youtube e poi sulla Fox. La messa in onda sul web di quest’ultimo, infatti, non solo non ha danneggiato i dati della messa in onda televisiva – rimasti sulla media di rete – ma ha contribuito a creare un aspettativa dettata proprio dalle discussioni operate dai fan. Aggregazione, dunque, la parola del futuro.</p>
<p>Dopo l’intervento “futurista” di Soro, Ernesto Assante ha introdotto <span style="text-decoration:underline;">il secondo panel</span>, dando voce ai broadcaster interessati a capire come muoversi in un mondo in continuo cambiamento. Nella sua introduzione <strong>Giandomenico Celata</strong>, ha ipotizzato nuovi modelli di business in un mercato affollato di nuovi e forti player: non solo tv, insomma, ma anche le <em>tech industries</em> (Apple, Google, Yahoo!), le <em>telcos</em> (Wind, Telecom, Fastweb, Vodafone), e il mondo dell’elettronica. L’idea è simile a quella di Soro, ma stavolta dal punto di vista del marketing: un mercato composto di aggregazioni di diversi mercati, incluso anche quello generato dal fandom. Non più, quindi, solo i classici network televisivi, ma diversi protagonisti (TiVo, Google TV, Cubovision, Ulu, Rai.tv ecc) uniti insieme come tanti broadcaster, che operano direttamente sul web al servizio delle audience. Solo così, secondo Celata, è possibile riunire insieme le audience diversificate di blockbuster, prodotti commercial, crossover, segmentate e di nicchia.</p>
<iframe src='http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/9728271' width='600' height='492'></iframe>
<p>Ecco di seguito gli interventi degli altri partecipanti al secondo panel, moderati da Ernesto Assante.</p>
<p><strong>Layla Pavone (Osservatorio Isobar e IAB). </strong>Gestendo un’azienda che si occupa proprio di distribuire gli investimenti pubblicitari dei propri clienti nei vari media, la Pavone ha smorzato subito gli entusiasmi: sebbene sia indubbia la nuova ascesa di audience sul web, altrettanto indubbio è che in Italia non sia auspicabile la crescita dei modelli di business ipotizzati da Celata. Le cause? Poca divulgazione della cultura della legalità, mancanza di infrastrutture e, soprattutto, un problema a monte con i broadcaster. Se è vero, dunque, che gli investitori pubblicitari &#8211; ormai stanchi di investire i propri budget nella classica tv generalista in declino &#8211; stiano cercando altre zone di movimento e <em>revenue</em> sicure, è lampante quanto sia preponderante la nascita di un istituto singolo che aggreghi i dati di Auditel, Audiweb e “pirateria”, quest’ultima risorsa e non minaccia.</p>
<p><strong>Giampaolo Rossi  (Rai Net). </strong>Dopo i complimenti della Pavone al lavoro della Rai per la sua attività sul web, Rossi ha tenuto a ricordare quanto in effetti la Rai stia cercando di affrontare il problema di petto, muovendosi su più fronti (il portale Rai.tv, il canale YouTube, 94° più visto a livello mondiale). Purtroppo, però, i problemi che si riscontrano si giocano tutti a livello di accordi virtuosi con la controparte social dei broadcaster tradizionali, quali appunto Youtube e Google, che dovrebbero promuovere la messa in rete di contenuti legali e protetti, gestendo il flusso di contenuti degli utenti. Dopo aver contribuito alla messa in rete di gran parte della programmazione free, comunque, un nuovo passo in avanti diventa urgente: fare transmedialità creando un nuovo broadcaster sul web. Un eminente esempio da seguire: la BBC, <em>as always</em>.</p>
<p><strong>Piero De Chiara (Telecom Italia). </strong>De Chiara si è lanciato fin da subito in una presentazione del problema dal punto di vista tecnico, aspetto poco comprensibile ai più ma di certo importante per il movimento dei dati e per il loro peso reale nella infrastruttura di rete. Ciò che emerge, in ogni caso, è la presa di coscienza di Telecom del problema: entrare nei contenuti televisivi perché rappresentano il futuro; fornire ai clienti i contenuti quando e come vogliono potenziando l’offerta on demand; puntare sulla serialità “scendendo a patti” con la pirateria sul web e offrendo contenuti legali, a basso costo e di ottima qualità. Il nodo centrale: di nuovo, un monitoraggio preciso e puntuale del movimento degli utenti sul web.</p>
<p><strong>Francesca Tauriello (Disney Italia). </strong>Un target giovane e un approccio giovane quello della Disney, un’azienda interessata a mettersi davvero nei panni delle audience e dei nativi digitali. Chi l’ha detto, si chiede la Tauriello, che lo spettatore sia disposto a pagare? Partendo da questo importante presupposto, il primo grande passo è, innanzitutto, affrontare con decisione le questioni tecniche e, successivamente, operare sui contenuti. Ripensare l’offerta dei colossi dell’audiovisivo non tanto da un punto di vista di mercato, dunque, quanto dal punto di vista delle audience, consentendo loro di scegliere i tempi e le modalità di fruizione, accelerando la fruizione dei contenuti e, soprattutto, l’offerta online di quelli già spesi in altri ambiti più tradizionali. Il problema, semmai, è proprio a livello legale, cercando di superare l’annosa questione dei diritti d’autore per la diffusione sul web con un nuovo sistema di contrattualistica. Oppure lavorare a livello di formato. Un esempio, di nuovo, viene da <em>Lost, </em>distribuito legalmente dalla Disney e già doppiato ad una settimana dopo la messa in onda americana, grazie ad un lavoro forsennato di accordi e scambi di script con la produzione dello show. Risultato? Forte fidelizzazione al brand da parte delle audience, per la prima volta vero motore del processo di distribuzione, con un’offerta pensata apposta per loro da un broadcaster attento alle esigenze del proprio fandom. Nuove sfide: lavorare sul marketing, promuovendo iniziative culturali legate ai singoli prodotti sui diversi device e, infine, lanciare il 3D e l’HD grazie agli accordi con i partner.</p>
<p><strong>Federico Scardamaglia (Apt). </strong>Come Fabbrocini, anche Scardamaglia sottolinea la cecità di alcuni broadcaster televisivi nella contrazione dei budget per la fiction, nonostante il genere sia ancora leader del palinsesto. Con la moltiplicazione dei device, si chiede Scardamaglia, c’è la possibilità da parte dei produttori di avere più distribuzione? La sua risposta, purtroppo, è negativa, con il duopolio Rai e Mediaset a farla ancora da padrone e con la necessità ancora inattesa di individuare sul web nuove piattaforme di circolazione dei contenuti. Una cosa, però, appare certa: il bisogno di ritornare alla centralità dell’opera creativa e al rapporto produttore/ autore.</p>
<p>Il talento e la collaborazione, insomma, ci salveranno dalla crisi. O, almeno, è quello che ci si auspica alla fine di questo appassionante incontro di “teste”.</p>
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		<title>&#8220;Lo share non conta. Conta la rete.&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 16:08:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[auditel]]></category>
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		<description><![CDATA[Così Francesco Facchinetti su Twitter riferendosi ai risultati di Star Academy, il nuovo talent show di Rai2, che succede a X-Factor – conservandone studio, conduttore e posizionamento di rete –  e, come collocazione nel palinsesto, a Anno Zero.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=360&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Così Francesco Facchinetti su Twitter riferendosi ai risultati di Star Academy, il nuovo talent show di Rai2, che succede a X-Factor &#8211; conservandone studio, conduttore e posizionamento di rete &#8211;  e, come collocazione nel palinsesto, a Anno Zero.</p>
<p>La prima puntata del programma (29.09.2011) ha registrato, infatti, una media di share del 6,41% e 1.352.000 telespettatori: un risultato certamente non premiante e che sembra non rispondere positivamente alle innovazioni del nuovo format (grande successo internazionale) rispetto alla esperienza X- Factor (che l’anno scorso alla prima ottenne il 17% con una media stagionale dell’11,4% e un debutto nel 2008 con il 9%).</p>
<p>Difficile oltre che anacronistico cercare le cause della debacle nella controprogrammazione Rai, che con il più che sperimentato Don Matteo, arriva a quota 25-30%, né d’altra parte nell’offerta alternativa Mediaset.</p>
<p>È chiaro che Star Academy – e il suo conduttore attivissimo in rete, sia su Facebook che su Twitter &#8211; insistono su un pubblico diverso, più giovane e più competente, attivo on line e molto vicino all’idea di audience/fan di cui andiamo discutendo da qualche anno.</p>
<p>A segnalarmi che fosse opportuno monitorare il fenomeno bastavano dunque questi presupposti; ma il motivo per cui oggi mi sembra così rilevante da discuterne sul blog ( e riaprirlo!!) è un altro e risiede nel rischio di una lettura superficiale del fenomeno del fandom/audiencing on line e nella liquidazione senza troppe cerimonie dell’Auditel.</p>
<p>Due temi che mi stanno a cuore e di cui si è lungamente parlato anche nell’ambito dei lavori del convegno “come le serie stanno cambiando la tv” presentato al Fiction Fest lo scorso 28 settembre (a breve una sintesi della giornata qui su www.asaudience.wordpress.com).</p>
<p>Provo a ricapitolare brevemente ripartendo dalla battuta di Facchinetti rilanciata via Twitter</p>
<p>&#8220;<em>Lo share di Star Academy su Twitter è alle stelle. Quello televisivo non mi importa. Quello che conta nel 2011 è la rete!</em>”</p>
<p>Tre brevi periodi che condensano una serie di spunti corretti mescolati a banalizzazioni pericolose.</p>
<p><span id="more-360"></span></p>
<p><span style="text-decoration:underline;">1)       Lo share di <em>Star Academy</em><em> </em>su Twitter è alle stelle</span></p>
<p>Vero. #staracademy è stato trending topic durante la messa in onda del programma e nelle ore successive (ma si registrava una significativa animazione anche nell’attesa della messa in onda – ormai tipico rituale del pubblico che segue contenuti video attraverso diversi schermi n.d.a.).</p>
<p>Ma una affermazione del genere pecca di un pericolosissimo generalismo: vero è che del programma si parlava in rete e che molti erano on line impegnati a commentare in tempo reale – confermando i dati americani sull’uso dei sns durante la fruizione di contenuti mediali – ma la quantità non è sinonimo di gradimento. È questo, cioè, un caso in cui non basta rilevare il buzz, ma occorre valutarne anche il sentiment…</p>
<p>Non vale, quindi,  il vecchio adagio “che se ne parli bene o male … purché se ne parli” perché se le audience parlano vanno ascoltate e non contate come teste (sindrome da Auditel?).</p>
<p>Peraltro le diverse piattaforme ospitano e abilitano dinamiche di engagement molto diverse.</p>
<p>Su Facebook per esempio, rispetto a Twitter,  l’equazione parlanti=fan è certamente più azzardabile.</p>
<p>Sulla pagina Facebook di Facchinetti (134 mila like) infatti, la mobilitazione è continua, dai post dedicati alla nascita della figlia e al suo carillon, al post delle 9.09 p.m. del 29.09 -  poco prima dell’inizio della trasmissione – che è stato likato 1867 volte e 843 sono i commenti raggiunti durante la notte. Quello che sperimentiamo con il caso Facchinetti, più che Star Academy (per il contesto italiano), è che iniziano ad esserci i numeri per poter parlare di fandom on line e che il nostro è abilissimo nel gestire questo rapporto diretto con i suoi fan.</p>
<p>Sempre a titolo esemplificativo questo post su Fb (ore 13 circa del 3 ottobre 2011 – mentre scrivo)</p>
<p><em>&#8220;Elencatemi quali secondo voi sono le cose da risolvere a <a href="http://www.facebook.com/StarAcademyItalia">Star Academy Italia</a> e quali invece vi piacciono tanto. Grazie, condividete a manetta. Ciao&#8221; </em></p>
<p><em></em>ha registrato – nel giro di 2 ore – 422 commenti, peraltro giocando da una parte con l’aspettativa dei fan di poter incidere sulle logiche produttive di un prodotto e, dall’altra, anticipando e prevenendo il rischio di cancellazione dopo 2 puntate di cui è consapevole (“<em>Mi piacerebbe che ogni tanto ci fosse la volontà di capire che era la prima puntata. Star Academy migliorerà, il kick/off andava bene”)</em>.</p>
<p>Entrambe pratiche assolutamente non consuete per la televisione italiana.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">2)       Quello televisivo non mi importa.  </span></p>
<p>La polemica qui è con l’Auditel, bersaglio facile negli ultimi tempi essendo ormai venuto meno il rapporto di rispecchiamento tra offerta e domanda, non certo a causa dello strumento di rilevazione quanto del mutato scenario del sistema mediale.</p>
<p>Il caso Star Academy è doppiamente significativo: a voler guardare bene è un caso in cui l’Auditel sembra persino funzionare in quanto ci dice 1) che ci troviamo di fronte ad un programma certamente più di nicchia rispetto a Don Matteo o Io Canto 2) che pur insistendo sulla nicchia, che si vorrebbe affezionata al genere, Star Academy non è stato particolarmente seguito ( e magari gradito?).</p>
<p>Attenzione dunque a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Siamo tutti – da studiosi – insoddisfatti dell’Auditel rispetto alla sua incapacità di gestire la complessità attuale; laddove si continui ad utilizzare questo solo strumento come ago della bilancia dei giochi economici del sistema mediale; laddove i dati registrati per un programma servano, in modalità causa-effetto a orientare le scelte editoriali; laddove si lavori con nano-audience sempre più frammentate e dinamiche. Ma quando Facchinetti dice:</p>
<p><em>Ragazzi su Twitter abbiamo spaccato con Star Academy.</em><strong><em> </em></strong><strong><em>Il dato della tele e’ antico e non vale più niente.</em></strong></p>
<p>… non stiamo esagerando?</p>
<p><span style="text-decoration:underline;">3)       Quello che conta nel 2011 è la rete!</span></p>
<p>L’entusiasmo è certamente importante. Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo per l’Italia e ben venga che si gridi al prodigio. È comunque un modo per alzare la soglia di attenzione su una questione che altrove (leggi mercati statunitensi) è sentita e curata.</p>
<p>D’altra parte però, messa da parte la sbandata che – come al solito – è quantofrenica, il buzz on line è certamente un fenomeno che va affrontato con attenzione. Ho già ricordato rapidamente la differenza tra commentare su Twitter (dove #staracademy era tt) e sulla pagina fb di Facchinetti.</p>
<p>Ma un altro pericolo che qui si corre è pensare che il pubblico sia solo quello che chatta, commenta, posta, si fa beffe o osanna un determinato contenuto o personaggio. Esistono diversi pubblici, diverse strategie di fruizione e consumo, dalle più “statiche” alle più “dinamiche”. E non sempre le più dinamiche diventano poi effettivamente così engaged da garantire il successo di un programma, specie sulla tv generalista. Se è vero, infatti, che queste ultime si mobilitano e attivano nell’attesa proprio perché ricettive e all’erta rispetto alla novità, creando rumore intorno all’evento mediale – come nel caso di Star Academy – e garantendogli una certa eco positiva o negativa, è vero anche che sono più instabili – per il fatto stesso di essere ricettive – e, per il fatto di essere competenti, sanzionano con criterio. Le critiche mosse spontaneamente via Twitter alla prima puntata relativamente a ritmo del programma, stile, conduttori, meccanismi di gioco, somiglianza/differenza con altri format simili, da X-Factor a Operazione trionfo, ne sono una testimonianza.</p>
<p>La sensazione è che ci troviamo di fronte ad un fenomeno da maneggiare con cura, senza eccessivi trionfalismi o vecchie immotivate paure.</p>
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		<title>Il tormentone Qualunquemente</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 12:58:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle sale da venerdì 22 gennaio, Qualunquemente ha già rimpiazzato Checco Zalone al primo posto nella classifica degli incassi al cinema nel weekend scorso: la media è stata di quasi 10.000 euro a copia,  per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800.00 presenze Ma questi numeri non arrivano inaspettati.. Forte di una campagna [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=348&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle sale da venerdì 22 gennaio, Qualunquemente ha già rimpiazzato Checco Zalone al primo posto nella classifica degli incassi al cinema nel weekend scorso: la media è stata di quasi 10.000 euro a copia,  per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800.00 presenze</p>
<p>Ma questi numeri non arrivano inaspettati..</p>
<p><a href="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/01/qualunquemente-4100.jpg"><img class="size-full wp-image-349 alignright" title="qualunquemente-4100" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2011/01/qualunquemente-4100.jpg?w=600" alt=""   /></a></p>
<p>Forte di una campagna di comunicazione non convenzionale, basata su manifesti elettorali affissi molto tempo prima dell’uscita del film, su <a href="http://www.facebook.com/pages/Cetto-Laqualunque/17924982474" target="_blank">pagine facebook</a> dedicate con più di 68mila iscritti, su trailer,  <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HPsmnu1OyiU" target="_blank">video e canzoni</a> lanciati attraverso youtube a creare attesa e a nutrire fidelizzazione, cui si è aggiunta la complicità prodotta con l’iniziativa delle <a href="http://video.corriere.it/tutti-fila-gazebo-cetto-laqualunque/a442efe0-20e1-11e0-bf27-00144f02aabc" target="_blank">elezioni primarie</a> che si sono svolte nelle grandi città italiane per votare il politico  Cetto La Qualunque, il successo e la riconoscibilità mediatica di Albanese ne sono usciti ulteriormente rafforzati ed era difficile immaginare un riscontro da parte del pubblico diverso da quello ottenuto in questo week end.</p>
<p>Anche io faccio parte della vasta schiera di spettatori, di quello che <a href="http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Cinema,+''Qualunquemente''+batte+anche+Checco+Zalone&amp;idSezione=9450" target="_blank">è stato definito</a> “un pubblico numeroso e trasversale” visto che il film “fa gola alle masse ma stuzzica anche i palati degli spettatori più ricercati”.</p>
<p>Già. Ma perché fa gola? Quali sono le effettive motivazioni del successo? Cosa cercano le audience – non tanto i fan di Albanese che sono affezionati al comico indipendentemente dalla sua ultima performance cinematografica &#8211; in questo prodotto?</p>
<p>Non sono una appassionata del genere comico in generale e, conoscendo Albanese dai tempi di “<em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=NdN4GGrlFlI" target="_blank">Su la testa</a></em>”, trovo che le sue maschere siano più congeniali al teatro e al cabaret, che non ai linguaggi e agli stili di un lungometraggio.</p>
<p>D’altra parte non voglio arrampicarmi sugli specchi a cercare una qualche motivazione legata alla critica cinematografica (mi ricorda il tal film, si ispira alla tal opera, Cetto eroe neorealista) come rocambolescamente hanno tentato di fare, non senza suscitare ilarità, alcuni giornalisti alla conferenza stampa del film e nelle successive recensioni spuntate come funghi nei blog in Rete.</p>
<p>Certamente il tam tam pubblicitario e virale degli ultimi tempi, l’attesa alimentata da programmi come <em>Che tempo che fa</em> e <em>Vieni via con me</em> e la straordinaria contemporaneità con una realtà che, come dichiara lo stesso Albanese, ha superato qualunque immaginazione garantendo ampia pubblicità indiretta, hanno reso appetibile l’occasione.</p>
<p>Ma ora, dopo i fasti del botteghino, molti già gridano al fallimento. Alcuni  <a href="http://allucineazioni.wordpress.com/2011/01/19/qualunquemente-quando-la-realta-supera-la-finzione%E2%80%A6che-delusione/" target="_blank">lamentano</a> “una grande delusione: poteva diventare un film epocale, è soltanto un film “qualunque”.</p>
<p>Altri sottolineano l’occasione persa per un film di denuncia.</p>
<p>A me viene un dubbio. Una specie di tarlo che mi spinge a domandarmi non solo perché la gente lo va a vedere, ma cosa si aspetta ( o si aspettava) da questo film.</p>
<p>Molti sostengono che il film produca &#8211;  tanto naturalmente quanto inesorabilmente &#8211; risate amare “Si ride molto, ma di un riso che nasce dal rovo spinoso della  satira, tanto che talvolta, per la vergogna, non si ride affatto.”</p>
<p>Gli spettatori hanno effettivamente vissuto questa sensazione che implica auto riflessività, capacità di lettura della rappresentazione sociale, contesa tra mediale e “reale”, al punto da passare dal riso ad una depressione desolante?</p>
<p>Il ricorso allo stereotipo non è una novità e Qualunquemente si colloca sulla stessa linea di una serie di film italiani anche dell’ultima ora, da Benvenuti al Sud, a Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, a Immaturi, tutti giocati più o meno marcatamente sullo stereotipo e sulla risata familiare che lo stesso solleva. Anche quelle sono risate amare? Dovrebbero esserlo?</p>
<p>Ci siamo chiesti se l’effetto caricaturale di Benvenuti al Sud ci ha provocato profonde scosse emotive al limite della malinconia e del malessere di fronte a quella rappresentazione diffusa che da sempre divide il nostro Paese?</p>
<p>O il caso in oggetto è diverso? Quali sono gli obiettivi che vengono attribuiti a Qualunquemente? Rispecchiamento? Identificazione? Presa di distanza? Catarsi?</p>
<p>Non si ride perché ci troviamo all’uscita di una seduta di autocoscienza, o semplicemente il film non fa ridere perché la sceneggiatura in definitiva è povera e ripetitiva e Albanese per un’ora e mezza è troppo anche per gli affezionati del genere?</p>
<p>La sensazione è che questo parlare di riso amaro, di denuncia, è l’ennesima proiezione di una certa intellighenzia, che questo si aspetta dal pubblico e dalla sua elevazione culturale, lasciandolo guidare per mano da un certo tipo di satira e, allo stesso modo, delegando alle battute di La Qualunque una doverosa e feroce critica sui costumi italiani, non solo in termini politici, oltre che un’azione fortemente pedagogica e di indirizzo.</p>
<p>Qualunquemente è davvero la medicina che scuote gli animi dal torpore politico degli ultimi anni? E la politica può accontentarsi di delegare alla satira quello che non riesce più a comunicare e condividere?</p>
<p>Un’altra chiave di lettura gettonatissima è quella del vecchio adagio: il cinema imita la realtà o &#8211; peggio- la realtà imita il cinema.</p>
<p>Posto che a me sembra un falso problema, come ci insegnano tra gli altri Berger e Luckman,è questa la chiave con cui interpretare il successo del film?</p>
<p>Si dice che il film non ci convince perché ciò che racconta non è né iperbolico, né surreale, né grottesco, laddove la cronaca riferisce di fatti più iperbolici, surreali, grotteschi.</p>
<p>I giornalisti si logorano  e ci sfiniscono con domande sulla capacità profetica di autori, registi, produttori del film, riusciti a uscire nelle sale con un tempismo che sa di vaticinio,  rispetto agli sviluppi politici del paese. Smentiti poi dallo stesso Albanese che <a href="http://www.youtube.com/watch?v=VXbhiITnxNQ">ci ricorda</a>, qualora ce ne fosse bisogno, che questi temi non sono affatto nuovi nella nostra  storia.</p>
<p>Il leit motiv ‘I have no dream ma mi piace u pilu’ sembra così vicino al caso Ruby, “<a href="http://ednews.blog.kataweb.it/2011/01/18/albanese-in-sala-con-qualunquemente/">sembra fatto apposta</a>, ma se il film fosse uscito sei mesi fa o due anni fa non sarebbe stato diverso”.</p>
<p>Allora la domanda resta in piedi. Perché  si va a vedere Albanese?</p>
<p>Siamo di nuovo alla sindrome da evento, costruita nei mesi scorsi da Vieni via con me, per cui partecipare ai contenuti mediali, andare al cinema come accendere la tv, equivale in definitiva ad “esserci” e a occuparsi di politica?</p>
<p>Personalmente tremo all’idea che si possa pensare che l’effetto del film debba essere univocamente quello della risata amara e dell’autocompiacimento deprimente. Ma soprattutto rabbrividisco di fronte alla delusione dichiarata nei confronti della tanto attesa, quanto mancata, lezione politica prodotta da un film comico.</p>
<p>Ormai sembra che parlando dì audience si parli della sindrome politica italiana in cui siamo tutti immersi e forse compiaciuti. Come autori e come spettatori.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/348/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=348&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>A chi fa male la comunicazione?</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 10:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Marinelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[scienze della comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[Non nascondiamoci dietro la evidente rozzezza degli attacchi e cerchiamo di osservare e di dare un senso a quanto sta accadendo. Provando a superare il senso di profondo disagio &#8211; quasi di disgusto &#8211; per l’ulteriore prova di ideologica arretratezza della classe politica che gli elettori ci consegnano con disarmante continuità. Il governo in carica [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=342&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non nascondiamoci dietro la evidente rozzezza degli attacchi e cerchiamo di osservare e di dare un senso a quanto sta accadendo. Provando a superare il senso di profondo disagio &#8211; quasi di disgusto &#8211; per l’ulteriore prova di ideologica arretratezza della classe politica che gli elettori ci consegnano con disarmante continuità.</p>
<p>Il governo in carica è sicuramente il più interessato alla comunicazione – e al controllo dei media – tra quelli che si sono succeduti nella vita della nostra repubblica. Si può dire che è ossessionato dalla comunicazione. Che non ha vita autonoma rispetto alla comunicazione.</p>
<p>E’ guidato dal tycoon della più grande impresa media italiana; da un uomo che tutti – anche i suoi più acerrimi avversari politici – considerano insuperabile come comunicatore. Quando lancia gli slogan (“meno tasse per tutti”); incorre in apparenti gaffes, in realtà abili ammiccamenti al suo elettorato (meglio essere appassionati delle belle ragazze che gay”); racconta barzellette con espressioni poco adatte alle educande e riesce addirittura ad ottenere una valutazione positiva del “contesto” da parte delle gerarchie cattoliche; irrompe telefonicamente nelle trasmissioni televisive di gossip denunciando i “comunisti in cachemire”; si fa fotografare attorniato da figli e nipoti sulla copertina di <em>Chi</em>.</p>
<p>Nel tempo libero da queste attività, vengono esaminati quotidianamente sondaggi di opinione, realizzati bozzetti per i loghi e il nome dei nuovi movimenti elettorali che si succedono con cadenza quasi biennale, prenotati gli spazi per gli adorati cartelloni pubblicitari 6X3, valutata l’efficacia comunicativa del personale politico secondo le logiche del casting televisivo.  L’elenco – a mero titolo di esempio – è assolutamente incompleto e consapevolmente disinteressato rispetto a questioni di tipo legislativo, regolamentare o di controllo dei posti di responsabilità nella stampa o in tv.</p>
<p>Verrebbe da dire che, fin quando è in carica “un” governo Berlusconi, il lavoro non dovrebbe mancare per i giovani laureati in discipline comunicative. Non c’è traccia invece di gravosi impegni futuri per i famosi “laureati in discipline tecniche”, se si fa eccezione del nucleare e del ponte sullo stretto di Messina. E anche quando i ministri assumono, come nel recente caso del Ministro per il Turismo Brambilla, sembrano nettamente privilegiate il marketing e la comunicazione.</p>
<p>E allora, perché almeno due ministri della Repubblica (Gelmini e Sacconi) pensano apparentemente il contrario e attaccano i laureati in scienze della comunicazione?</p>
<p>Basterebbe infatti che i nostri due ministri controllassero i dati per rientrare, come sempre, in sintonia con Berlusconi. E se proprio si vogliono prendere le distanze dalle università pubbliche – potenziale covo di “comunisti” nell’immaginario ministeriale – si può sempre evitare la rozzezza di un attacco indifferenziato e distinguere gli universi di riferimento. Dai dati Almalaurea, Gelmini e Sacconi potrebbero così apprendere che i laureati nel 2008 del corso di laurea specialistica in Pubblicità e comunicazione d’impresa della Facoltà di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dello IULM (Milano), a distanza di 1 anno dalla laurea, lavorano per il 72,9%, sono disoccupati per l’11,6% e guadagnano in media 1.157€ al mese. Sia detto per inciso, i dati pubblici Almalaurea – utilizzati anche dagli uffici ministeriali – per il corrispondente corso di laurea nel mega ateneo pubblico Sapienza di Roma sono i seguenti: 55% lavorano; 18,3% si dichiarano disoccupati; il salario medio scende a 838€ mese. Indicatori di una maggiore difficoltà di assorbimento da parte del mercato del lavoro, anche se si deve considerare – come si evince dai bilanci Mediaset – che la crisi ha fortemente inciso sui budget pubblicitari e, più in generale, sulle attività di promozione e comunicazione aziendali.</p>
<p>E anche sul piano del profilo formativo, i due ministri potrebbero prendere atto – pacatamente – che l’istituzione dei corsi di laurea in comunicazione non ha significato promuovere lo studio di “amenità” varie. Dopo aver scontato qualche inefficienza e improvvisazione – come molte altre facoltà umanistiche dove i curricula sono meno prescrittivi a livello europeo – la maggior parte dei corsi di laurea in scienze della comunicazione hanno assunto una configurazione disciplinare e obiettivi formativi  molto simili a quelli che vengono proposti in altre università, in Europa e negli Stati Uniti. Come per le discipline scientifiche, i migliori laureati in scienze della comunicazione italiani &#8211; almeno dalle esperienze cui posso accedere personalmente &#8211; non sono affatto svantaggiati quando chiedono di lavorare o continuare a studiare (in un Master o un dottorato) a Londra o a Los Angeles.</p>
<p>Ovviamente continuano a esistere in giro per l’Italia corsi di laurea in comunicazione poco qualificati. Ma questo è vero per molte facoltà, anche scientifiche: una laurea in ingegneria in un Politecnico del nord, come tutti sanno, non è assimilabile a una laurea in ingegneria in una piccola università del centro sud. E poi, il Ministro Gelmini dovrebbe al riguardo sentirsi garantita dalla “stretta” imposta non solo dalla recente riforma universitaria ma anche dai regolamenti e dalle prime circolari ministeriali applicative. Il controllo centralizzato &#8211; che alcuni, a ragione, definiscono troppo burocratico &#8211; dovrebbe garantire almeno sul rispetto degli standard di docenza e attrezzature, oltre che sulla relativa omologazione dei curricula.</p>
<p>Rimane il fatto che la rozzezza e la carica ideologica del dibattito pubblico in Italia è impressionante e non finisce mai di stupirmi nonostante la lunga esperienza di vita e professionale. Dieci anni fa la parola “comunicazione” veniva evocata per prendere applausi e colpire l’immaginario dei giovani che affollavano le prove di accesso ai corsi di laurea in Scienze della comunicazione, spesso senza sapere bene cosa andavano a studiare.</p>
<p>Ora la parola comunicazione viene rigettata dalla classe politica. O per essere più precisi: viene svalutata la formazione universitaria nelle discipline comunicative, non gli “esperti in comunicazione” che prendono le consulenze ministeriali, propongono inqualificabili spot per promuovere il turismo in Italia con la voce del premier e affollano i talk show televisivi. Viene quasi da pensare che a qualcuno dispiaccia che la <em>media literacy</em> promossa dalle università (pubbliche e private) diventi patrimonio e asse portante delle competenze professionali di migliaia di ragazzi e ragazze. E per questo la si definisca una “amenità”. Ma così non si offende solo la preparazione e l’investimento culturale e professionale di molti giovani; si fa un danno anche al paese, contribuendo a marginalizzare alcune delle intelligenze più vivaci, autonome  e creative.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/342/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/342/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=342&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Chi ha paura degli stereotipi? Sospesa tra Elastimamma ed Emma Morley</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Dec 2010 15:40:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Romana Andò</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[elastimamma]]></category>
		<category><![CDATA[gender]]></category>
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		<description><![CDATA[La scorsa settimana sono stata in Lituania, ospite dell’EIGE, per una interessante tavola rotonda di esperti sul tema dello stereotipo di genere. Oltre a constatare una certa diffidenza e curiosità da parte delle colleghe europee rispetto allo scenario italiano in termini di rappresentazione femminile, ho avuto modo di rafforzare la mia opinione sugli stereotipi e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=333&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La scorsa settimana sono stata in Lituania, ospite dell’<a href="http://www.eige.europa.eu/" target="_blank">EIGE</a>, per una interessante tavola rotonda di esperti sul tema dello stereotipo di genere. Oltre a constatare una certa diffidenza e curiosità da parte delle colleghe europee rispetto allo scenario italiano in termini di rappresentazione femminile, ho avuto modo di rafforzare la mia opinione sugli stereotipi e sul loro ruolo sociale.</p>
<p>Il mio non felicissimo (forse inappropriato) esordio nella discussione è, infatti, stata la constatazione che gli stereotipi di per sé non sono né buoni né cattivi. Semplicemente servono a garantire la nostra stabilità cognitiva, emotiva e relazionale e la nostra continuità sociale. Sono parte dell’ideologia e quindi riguardano “il rapporto vissuto dagli uomini col loro mondo”, tanto per citare Althusser.</p>
<p>Ovviamente gli stereotipi, essendo depositari della funzione di stabilità e riconoscibilità sociale, possono anche diventare claustrofobici, eccessivamente statici (è un loro tratto distintivo anche questo), asfittici e resistenti al cambiamento. E di questo ci accorgiamo quando non sono più in grado di garantirci identificazione e istruzioni per l’uso, adeguate ai tempi.</p>
<p>Gli stereotipi nei confronti dei quali, tuttora, il dibattito è animato sono il portato, almeno in Italia, di un modello sociale patriarcale, in cui la donna è costretta a ruoli marginali e privati (la famiglia) mentre l’uomo è il gestore della cosa pubblica. Il potere della donna (ma anche il suo lavoro) consiste nel cercare di attirare a sé con grazia e bellezza le attenzioni dell’uomo, altrimenti distratto dagli affari, e altrimenti inesorabilmente violento e dispotico. È la storia del romanzo rosa, così ben raccontata da Janice Radway nella ricerca Reading the romance, di cui ho tradotto le conclusioni per l’antologia <em><a href="http://www.guerini.it/schedaLibro.asp?id=1595" target="_blank">Audience Reader. Saggi e riflessioni sull’esperienza di essere audience</a></em>.</p>
<p>È la storia raccontata dai manifesti raccolti da Elisa Giomi nel video <em>Se questa è una donna:</em></p>
<p><em><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://asaudience.wordpress.com/2010/12/06/chi-ha-paura-degli-stereotipi-sospesa-tra-elastimamma-ed-emma-morley/"><img src="http://img.youtube.com/vi/u_ER_8ic4rs/2.jpg" alt="" /></a></span><br />
</em></p>
<p>L’enfatizzazione, poi, per il corpo femminile che deriva dalla mercificazione e dalla spettacolarizzazione dello stesso a fini economici non è che una deriva becera che, da una parte esalta e sollecita lo sguardo voyeuristico maschile e allo stesso tempo, tuttavia, sembra incitare le donne ad immaginare l’esibizione fisica come un tratto di ascesa sociale irrinunciabile (il cosiddetto fenomeno del “velinismo”).<span id="more-333"></span></p>
<p>Mi fermo qui e mi assumo i rischi di una trattazione così superficiale del tema e rimando a letture ben più argomentate. Ma questa premessa mi serve per affrontare un altro discorso che ha ancora a che fare con lo stereotipo e con l’ideologia.</p>
<p>Da studiosa di audiences ne descrivo &#8211; e ripeto come un mantra &#8211; le caratteristiche di complessità (eterogeneità dei soggetti), competenza (media literacy), mutevolezza (nomadismo tattico), immaginando che il rapporto tra pubblici e contenuti mediali non sia affatto scontato, né in termini di selezione (quali media, quali contenuti), né in termini di decodifica (quale senso/i), né tanto meno in termini di incorporazione, appropriazione e restituzione sociale (quale interpretazione, quale narrazione).</p>
<p>Perché allora non dovrei adottare questo sguardo più che indulgente sui pubblici rispetto ai contenuti mediali che perpetuano stereotipi di genere?</p>
<p>È evidente che gli stereotipi negativi vadano messi in discussione (più ancora che combattuti o eliminati), ma nel merito sappiamo che non si può scegliere di uscire dall’ideologia, ma si può scegliere di “conoscerla il più approfonditamente possibile, riconoscerla il più in fretta possibile e, attraverso il proprio lavoro interpretativo, sempre e necessariamente incompleto, lavorare per trasformarla” (Spivak 1988) .</p>
<p>Anche perché gli steccati ideologici e stereotipizzati di una cultura oggi sono molto meno rigidi del passato e decisamente più permeabili sono i confini verso culture altre. È immaginabile che i nostri figli (per guardare solo poco più in là) che guardano una tv di mille canali, giocano ai videogame, dialogano nei social network entrino in contatto con altre ideologie, altri stereotipi? Quali sono gli stereotipi per loro validi rispetto alle perfomance di genere? Quali rispetto ai ruoli genitoriali e così via?</p>
<p>Fin qui la prima provocazione. Che guarda alla me tipizzata come impegnata nel meeting europeo e alla me tipizzata che studia le audience.  Uno sguardo alla me tipizzata che consuma contenuti mediali può essere utile a chiarire il senso di questo post e il mio pensiero sugli stereotipi.</p>
<p>L’input è il racconto di un’esperienza, la mia (e di molti/e altri/e), di lettrice di uno dei blog più interessanti degli ultimi tempi:</p>
<p style="text-align:center;"><a href="http://www.nonsolomamma.splinder.com/"></a><a href="www.nonsolomamma.splinder.com"><img class="aligncenter size-medium wp-image-334" title="nonsolomamma1" src="http://asaudience.files.wordpress.com/2010/12/nonsolomamma1.jpg?w=300&#038;h=122" alt="" width="300" height="122" /></a></p>
<p>Alcuni dati: ad oggi il blog, nato nel settembre del 2006, è stato visitato 6313412 volte.</p>
<p>Oggi, 6 dicembre 2010, le visite sono state 2400 (alle 14.30) e 20 almeno le persone connesse insieme a me.</p>
<p>La media di visitatori giornalieri è di 5000. I commenti a ogni post sono sempre tanti, spesso sopra il centinaio.</p>
<p>Il <a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=28963469394" target="_blank">gruppo</a> facebook ha 522 membri; Claudia de Lillo (alias Elasti),  ha 1192 amici.</p>
<p>Dal blog sono stati tratti 2 libri, editi da Tea, <em>Non solo mamma. </em><em>Diario di una mamma elastica con due hobbit, un marito part-time e un lavoro a tempo pieno</em>, arrivato alla sesta edizione, e <em>Non solo due</em> . <em>Viaggi, avventure e stress quotidiano della mamma elastica piu&#8217; famosa d&#8217;Italia, con due hobbit (+1) e un marito sempre part-time</em>.</p>
<p>Ma chi è elastimamma e quali sono i motivi del suo successo? Claudia de Lillo nel blog si presenta così:</p>
<p>“sono elastigirl ma per vivere faccio la giornalista. ho tre hobbit, di sesso maschile, uno grande di sette anni, uno piccolo di quattro e uno minuscolo arrivato a dicembre e un marito part-time perché buona parte del suo tempo sta a londra dove lavora (e dove probabilmente ha una vita parallela con un&#8217;altra moglie e altri figli&#8230;). viviamo a wisteria lane che poi è il posto dove abitano le casalinghe disperate, dove si incontrano l&#8217;idraulico figo, la vicina sciantosa e stronza, il padre psicopatico, il figlio disturbato, l&#8217;adolescente inquieta e via così.”</p>
<p>Dice la stessa elastimamma in un’<a href="http://www.milanoperibambini.it/rubriche/libri-i-consigli-di-forkids/791-claudia-de-lillo-e-qelasti-mammaq" target="_blank">intervista</a>:</p>
<p>“Credo che la vita delle mamme lavoratrici (e non solo) con bambini piccoli sia fatta, oltre che di mille difficoltà, anche di grande solitudine. Ci sono poche occasioni per incontrarsi con altre donne che vivono la stessa esperienza, per condividere, per ridere e lamentarsi tutte insieme. Probabilmente il web è un canale efficace per ritrovarsi tutte insieme, con i tempi e i modi più opportuni per ognuna. Quando non si ha il tempo nemmeno per mettersi il balsamo nei capelli o la crema idratante sul viso, è complicato ritagliarsi un&#8217;ora per chiacchierare con un&#8217;amica. Accendere il computer, anche alle 11 di sera, una volta messi a letto i bambini e il marito, può essere un modo per incontrare altre come te”</p>
<p>Altre come te…</p>
<p><a href="http://latartarugafolle.over-blog.com/ext/http://it.youtube.com/watch?v=5Y_fvlNzX8I" target="_blank">Scrive</a> per es una blogger dopo aver letto le storie di Elasti, “Sono andata a dare un&#8217;occhiata e devo ammettere che è una vera e propria forza. Una come tante, una come noi,  una che si aggrappa all&#8217;ironia per continuare a fare i salti mortali quando si è a capo di una impresa familiare e per non farsi disintegrare dalla stanchezza.</p>
<p>Sfogliando i commenti ai post, o le presentazioni dei membri del gruppo di facebook troviamo voci e racconti di donne (ma non solo) che si riconoscono nel modello (o stereotipo) Elasti, che si descrivono come lei (e non è emulazione n.d.a.) e attraverso i suoi racconti trovano senso per i loro vissuti, per la propria gestione della vita quotidiana.</p>
<p>Elasti non è un modello, ma aiuta a fare i conti con i modelli e gli stereotipi in declino (la Mamma con la M maiuscola che nell’immaginario europeo è ancora un tratto caratterizzante la cultura italiana, insieme al machismo etc), con i modelli e gli stereotipi in crescita (ruby e le altre) e persino con i modelli e gli stereotipi del femminismo, che oggi talvolta mancano di vocalità presso le generazioni più giovani, accusate di disimpegno, ma forse più semplicemente in cerca di nuove rappresentazioni .</p>
<p>Elastimamma è uno stereotipo? Chi ha paura degli stereotipi?</p>
<p>In volo per la Lituania ho letto <em>Non solo due</em> di Claudia de Lillo. In volo per Roma ho letto <em>Un giorno</em> di David Nicholls.</p>
<p>Si può vivere sospese tra Elastimamma e <a href="http://www.oneday-twopeople.com/emma.htm" target="_blank">Emma Morley</a>? Per me si.</p>
<p>P.s. qualche tempo fa Claudia de Lillo è stata invitata in una trasmissione Rai. Il video è su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5Y_fvlNzX8I" target="_blank">youtube</a>, con 11.619 visualizzazioni. Credo valga la pena vederlo, per capire il lavoro sugli stereotipi operato dalla tv generalista. Ma anche per capire che le alternative ci sono.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/asaudience.wordpress.com/333/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/asaudience.wordpress.com/333/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=asaudience.wordpress.com&amp;blog=12816041&amp;post=333&amp;subd=asaudience&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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