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Lost Day. Gli interventi / 1

21 aprile 2010

Pubblichiamo – finalmente – la sintesi della prima parte degli interventi del Lost Day e le slide dei relatori.

[Il post è stato aggiornato includendo i podcast degli interventi.]


M. BUONANNO

L’unica certezza del mondo narrato è che non vi è alcuna certezza. Qualsiasi cosa può accadere e, di fatto, accade. Gli scomparsi ricompaiono. I morti risorgono. Il tempo è reversibile. L’instabilità fa da principio sregolatore e nessuna coerente linearità e teologia guida la traiettoria narrativa.

Questo è un indizio. Mi piacerebbe che alla fine della giornata qualcuno mi dicesse di cosa stiamo parlando.


G. VITIELLO – Perché scrivere un libro su Lost. Genealogia della serie
[Ascoltalo]

Mi hanno chiesto di parlare del perché scrivere un libro su Lost: di fatto mi hanno chiesto la cronaca di un naufragio.

“Stiamo parlando di un libro fantasma, che forse scriveremo, o che forse qualcuno in una dimensione parallela sta scrivendo per noi”.

Il progetto – che per ora non si è concretizzato – coinvolgeva me, un filosofo/giornalista affascinato dai paradossi spaziotemporali e dal libero arbitrio, un romanziere appassionato di letteratura d’appendice (con cui mi sono trovato una mattina a colazione a discutere dei flashback, chiedendoci dove li avessimo già visti ci è finalmente tornato in mente l’inferno della divina commedia, in cui le storie dei personaggi si aprono come finestre, man mano che li incontriamo) e luoghi ameni letterari, un filmologo e un giornalista  culturale. Nessuno di noi è un appassionato – né uno studioso – di televisione, siamo tutti arrivati a Lost per vie traverse.

L’idea era di scrivere un libro su Lost da appassionati del prodotto, affrontandolo come una forma di epica moderna.

Ma di quale epica stiamo parlando?

–          un’epica popolare (dal feuilleton al romanzo d’appendice alla serialità televisiva), una narrazione avventurosa e picaresca;

–          ma anche un’epica alta/colta, riprendendo il concetto wagneriano di opera d’arte totale: una serie che racchiuda tutto, una summa delle narrazioni occidentali che ha l’aspirazione di fornire verità ultime sull’uomo e sul mondo.

Questa duplicità porta ad una sorta di paradosso, che si regge sulla forma aperta / chiusa della narrazione: una parte che lavora a braccio, con esigenze produttive e sollecitazioni del pubblico; l’altra chiusa, che fornisce indizi allo spettatore su un’evoluzione già stabilita della storia.

Come conciliare queste due parti?

In Lost viene portato all’estremo il concetto di simmetria, tipico del cinema hollywoodiano classico: personaggi, scene e punti di vista tornano 2-3 volte nel film: in questo modo si  dà un senso di chiusura e si aiuta lo spettatore a  comprendere meglio il film. Nel caso di Lost, il ritorno degli elementi (flash-sideways) tende a rendere ancor più opaco ed esoterico il testo e crea l’illusione percettiva di uno spazio narrativo chiuso, che magari non esiste.

Questo aspetto è stato anticipato da Twin Peaks. Si tratta dello stesso genere di racconto iniziatico: inizia come un classico giallo di provincia e finisce per diventare una sorta di dramma cosmico.

TP gioca già dal titolo sulla duplicazione degli elementi simbolici. E i due prodotti hanno un rapporto simile con il loro spettatore-tipo, riformulando in chiave esoterica un espediente del romanzi giallo anni 30: il challenge to the reader, in cui gli autori disseminano indizi ed è il lettore a dover ricostruire il puzzle. Ma, mentre negli anni 30 era solo un indovinello logico, in questo caso simile al koan dello zen: un indovinello che si scioglie con una sorta di illuminazione che ha a che fare con tutti gli aspetti della vita; una soluzione esistenziale, non logica. Risolvendo indovinelli di questo tipo si ha una iniziazione differente che ricorda più l’iniziazione che si ha sciogliendo l’enigma della sfinge che non un giallo.

Il testo di Lost prevede due tipi di spettatori: uno che lo interpreta a fondo, cogliendone gli indizi e raccogliendo la sfida degli autori, l’altro che legge la storia a livello più superficiale, ma non per questo la apprezza meno. Lost si pone apertamente come un testo sacro secolare: come la bibbia, che si può leggere anche come un semplice insieme di storie, anche Lost può essere letto in entrambi i modi.


S. LEONZI – Lost in Mithology. Dal naufragio con lo spettatore al naufragio dello spettatore
[Ascoltalo]



“Penso che i 10 diritti del lettore di Pennac siano applicabili allo spettatore televisivo: io Lost l’ho visto così, da fruitore indisciplinato.”

Lost è un gioco a indizi, in cui si mescolano giallo e noir.

La prima stagione del prodotto è un disaster movie in cui siamo tutti coinvolti. È attraversata da due linee parallele che si incontrano nell’immaginario:

–          Metafora politica post 9/11, aspetti legati al trauma (incidente, ma anche passato-ombra), attesa (del nemico), assedio, conflitto.

Il concetto di trauma ritorna nell’incapacità di molti racconti post 9/11 di superarlo, procrastinando continuamente il momento in cui si svela la  verità, esattamente come accade con Lost in cui ogni elemento spiegato si porta dietro una serie di altri interrogativi.

Il prodotto è attraversato da un  confronto/conflitto, sia con l’Altro che con il proprio Se. Quest’ultimo è  esemplificato dal rapporto tra il passato dei personaggi, visibile nei flashback, e la loro vita sull’isola.

–          Temi universali che fanno di lost una metafora politica e  psicologica: peccato, caduta, rinascita, segreto, destino.

I film studies degli anni 50-60 fanno riferimento a temi provenienti dalla psicanalisi freudiana: inconscio, es, io, superio; quelli dagli anni 70-80 ad oggi alla psicanalisi jungiana, ad un inconscio che non è più individuale ma collettivo e quindi alla postmodernità e ad un pluralismo della psiche multistratificata e collettiva. Ci si concentra, quindi, su generi fantastici e supereroi: tutto ciò che non si concentra su un personaggio ma è corale.

La metafora politica rimanda al  conflitto tra la parte cosciente dell’America e quella legata all’inconscio.

Lost mette insieme ordine e disordine: all’interno dell’Isola c’è sia uno spaesamento interiore che uno esteriore.

Il naufragio e l’isola misteriosa fanno pensare a due capolavori, uno letterario ed uno cinematografico:

–          il film “Il signore delle mosche” di Golding: il plot inizia con un incidente aereo, un gruppo di adolescenti che fugge da un disastro nucleare finisce su un’isola misteriosa. Ritroviamo il  conflitto eroe/antieroe, la ricerca di un ordine sociale e la duplicità razionalità/istinto.

–          il libro “Il deserto dei tartari” di Buzzati, in cui ritroviamo il concetto dell’attesa e dell’essere bloccati  al momento del trauma, con i soldati che rimangono per anni nel microcosmo della loro fortezza nel deserto.

L’isola di Lost è vista come una fortezza, il campo-base dei sopravvissuti (la spiaggia) come metafora di un rifugio offerto alla coscienza.

‘Le immagini archetipiche nascono laddove gli archetipi incontrano l’ideologia’ Jung

Ragionando sugli archetipi che potrebbero essere alla base della costruzione dei personaggi di Lost, possiamo trovare delle coppie di personaggi opposti tra loro:

–          Jack ->  il re, buon pastore (che guida, ma fa fatica ad assumere la leadership), l’eroe riluttante. VS Sawyer -> antieroe/ trickster

–          Charlie -> puer VS Locke -> senex

–          Claire -> madre puella (vergine maria, il figlio non ha padre) VS Kate -> femme fatale, ma anche amazzone guerriera

–          Hurley -> messaggero VS Sayid -> guerriero


M. BUONANNO

Lost è un prodotto troppo costruito a tavolino: molto legato a Vogler (cioè la volgarizzazione manualistica de “L’eroe dai mille volti” di Campbell), come in voga negli ultimi decenni tra gli sceneggiatori, e ad un’estetica barocca in cui c’è il gusto, l’intenzionalità barocca dell’eccesso, pur di provocare stupore e meraviglia nello spettatore.


G. CIOFALO – Mi sono perso (in) … Lost
[Ascoltalo]



Ammetto anche io di essere un fruitore indisciplinato di Lost, poi – per una serie di motivi – mi sono “perso dentro Lost”.

Uso i numeri della serie per elencare una serie di elementi che la caratterizzano e rappresentano uno degli elementi più caratteristici di innovazione, ma anche un esempio altrettanto significativo di speculazione culturale rispetto ad un prodotto che ha fatto successo ed è divenuto replicabile e riutilizzabile.

–          Paradossi della verosimiglianza: Lost può vantare il disastro aereo con il maggior numero di sopravvissuti.

–          È interessante il meccanismo di inserimento progressivo dei personaggi, a volte semplici meccanismi di innovazione narrativa.

–          Lost come serie cross mediale: ARG, mobisodes.

Lost rappresenta un esempio paradigmatico del rapporto tra creatività e standardizzazione: quando i prodotti devono produrre in serie cercano si di elevare il livello di creatività, ma anche di avere una elevata standardizzazione per renderli riconoscibili e replicabili. Secondo Morin, il passaggio è dalla forma alla formula: la forma deve essere ripetitiva, standardizzata e facilmente applicabile.

Due livelli:

–          Struttura omologante della narrazione: durata episodi, elementi caratteristici per tutti gli episodi (teaser, 4 atti da 10 minuti…), alcune linee narrative per ogni puntata riconducibili ad un certo numero di scene (3 per episodio: una per il protagonista dell’episodio, una per il mistero della puntata ed una anticipatrice – quindi di flash-back/forward/sideways).

–          Struttura standardizzatrice dell’innovazione: processo graduale che vede un livello di innovazione così alto da produrre spiegazioni parziali all’interno di un mistero più grande ancora da risolvere.

La durata di Lost ha esasperato tutto ciò, provocando una serie di paradossi spaziotemporali: il tempo è virtualizzato; lo spazio (isola) è primordiale, ma anche una sede per esperimenti, ma anche distopico e utopico (isola che non c’è).

Esistono una serie di paradossi nel prodotto:

–          Paradossi narrativi (flashback/forward)

–          Paradossi simbolici ( ad esempio Rousseau: vengono fatte citazioni in maniera libera e non sempre motivata, senza necessariamente collegare i personaggi ai loro nomi).

–          Paradosso della verosimiglianza: non solo per l’essere sopravvissuti al disastro aereo, ma la sovversione di ruoli e status di gran parte dei personaggi.

A livello narrativo, va sottolineata la capacità di modificare lo stile (e il genere?) narrativo in funzione dei personaggi. Ad esempio, Jack->med drama, kate->road movie, Hurley -> elementi comici.

Il riferimento costante al bianco e nero come elementi rappresentativi della duplicità bene/male. L’elemento oscuro di Lost (MIB) rappresenta una figura particolarmente suggestiva ed è la declinazione dell’archetipo dell’ombra/ mutaforme relativamente a quattro possibili caratterizzazioni: male, incubo, paura, distopia. A seconda dei cicli narrativi, lo stesso personaggio riesce ad acquisire lo stesso tipo di funzione cambiando il suo aspetto o la declinazione del suo personaggio

Dunque, Lost è uno show mitologico, ma anche standardizzato e seriale, con dei limiti presenti e ben riconoscibili. È un testo aperto, rivolto ai lettori. Ma la sfida allo spettatore è diventata una sfida agli sceneggiatori, che dovranno chiudere tutte le linee narrative che hanno aperto per portare avanti la storia.


M. BUONANNO

Lost è un esempio emblematico di una svolta della scrittura televisiva verso la complessificazione narrativa. Pur essendo un testo molto complesso e una straordinaria novità, non necessariamente Lost rappresenta un’innovazione: la formula è straordinaria, ma non sono certa che ci sia innovazione. Questa si ha quando qualcosa di nuovo diventa processo, quindi replicabile, una forma che diventa formula. Twin Peaks non è mai diventato processo, non ha generato formula, e probabilmente non la genererà neppure Lost.


S. LEONZI

{dopo domanda di Marinelli che chiede spiegazioni sul naufragio dello spettatore}

Nei disaster movie c’è sempre una minaccia esterna che in un qualche modo si risolve, quindi la possiamo guardare da lontano stando sicuri che è circoscritta e definita. Possiamo definire Lost come un  eco-thriller: è l’uomo che fa parte della natura, che l’ha contaminata. La minaccia non viene dall’esterno ma dall’interno.

Non posso più osservare il disastro, ma sono dentro il disastro, non posso fuggire dal disastro perchè mi circonda.


L. VALERIANI
[Ascoltalo]

Io non ho nessuna autorità per parlare di Lost se non quella del fan, e proprio in quanto fan ho scritto un saggio in “Eroi del quotidiano. Figure della serialità televisiva” (un testo sulle serie televisiva scritto – da fan – da giovani ricercatori) in cui ho parlato della relazione spazio/tempo in 24 e Lost.

Ho scelto queste due serie perché sono ai primissimi posti nelle classifiche degli ascolti e del filesharing (pratica interessante perché sottolinea un’attività, una ribellione del fan, alle logiche del palinsesto televisivo) e mi sembravano molto significative della dimensione postmoderna in cui viviamo, in due modi differenti ma complementari.

In 24 c’è una messa in discussione del tempo: una presentificazione che agisce per  sottrazione. Questa coincidenza tende a rompere la differenza tra il tempo della fiction e quello reale.

In 24 il perdersi è un tempo che non dà spazio, in Lost il perdersi nello spazio è anche un perdersi temporale.

Il “perdersi in Lost” è un meccanismo intenzionale. Lindelof dice: “per molti versi, Lost è come un videogioco. Lì c’è sempre una mappa, nell’angolo in basso, che è scura e inizia a rivelarsi solo man mano che inizi ad esplorarla”. A me sembra che Lost, più che una mappa, funzioni come una serie di pixel luminosi che si accendono sotto i piedi man mano che cammini, ma non hai mai una concezione panoramatica del totale, vedi solo quello che pian piano ti si scopre davanti.

Non sei in grado di fare previsioni, anche se tutta la serie lavora sulle previsioni dei fan.

Mentre l’immaginario di 24 agisce a livello di produzione e montaggio con i meccanismi tipici del cinema, l’immaginario di Lost agisce più che altro a livello narrativo. Viene cancellata la categoria del futuro: il passato rimane attaccato a brandelli alla narrazione – che, però, non si inseriscono nella serie come un continuum e creano una percezione di discontinuità. Tra l’altro, non essendoci uno stacco netto tra tempo presente e passato, si ha una percezione simile a  quella dei mondi virtuali o dell’ascensore nei grattaceli, un teletrasporto senza percezione di continuità.

L’altro elemento è quello della complessificazione progressiva della trama lineare bidimensionale, simile ma non identica al collage e al montaggio simbolico cinematografico. Il montaggio non è simbolico, non si riesce mai a trovare una ragione precisa a cui ricondurre tutti gli elementi: il testo funziona come una tag cloud, in cui sono le ricorrenze che hanno valore, è l’assemblaggio che definisce il senso.

“Nelle serie, in particolare Lost e 24,[..] la macchina produttiva televisiva riesce a portare a catastrofe il prodotto, perché sforna una serie che è un iperlink, cioè sperimenta con il linguaggio in modi che richiedono l’esperienza del fan per coglierlo e la consapevolezza critica per leggerlo”.

In queste serie, l’industria tv sviluppa la capacità di assumere forme acquisite dalla cultura come il collage all’interno dei meccanismi tipici della televisione (serialità, quotidianità), facendoli interagire con l’universo del fandom, con il concetto postmoderno di citazione,  con le nuove forme di autorialità e con l’elasticità nella postproduzione, a partire da una diversa esperienza dello spazio/tempo.


M. BUONANNO

L’idea di un libro scritto da fan, per una persona della mia generazione, è una delle novità degli ultimi anni. Quando le persone della mia generazione hanno iniziato ad occuparsi di tv si faceva una differenza tra accademici che si occupavano di cinema e di tv: gli studiosi di  cinema lo amano anche, mentre chi studia la tv non la ama per niente.

Adesso, negli ultimi anni – grazie anche a questa nuova ondata di quality tv – questa situazione si è invertita: gli studiosi di tv sono, possono anche essere, dei fan. E questi sono, al tempo stesso, interventi di studiosi e di fan.


[Fine prima parte]

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