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Lost Day. Gli interventi / 2

26 aprile 2010

Ecco la seconda – e ultima – parte della sintesi degli interventi del Lost Day, assieme alle slide dei relatori.
[Il post è stato aggiornato includendo i podcast degli interventi.]


R. ANDO’ – Dalla parte dei fan. Tra pratiche di consumo e produzione
[Ascoltalo]



In prima battuta vorrei dichiarare che non sono una fan di Lost. Sono fan di molti prodotti della cultura mediale, ma non di Lost. Non mi sono mai sentita engaged nei confronti del programma e sottolineo questo aspetto della mia esperienza di audience, per portare all’attenzione dell’aula quanto invece sia importante il coinvolgimento nei confronti di un prodotto.

Il mio intervento ha la funzione di  collegare la prima parte del seminario, centrata sul testo Lost, con la seconda parte, ovvero Lost visto “dalla parte delle audience”. Non darò risposte, ma voglio porre domande, cui, spero, la ricerca etnografica del nostro laboratorio saprà dare risposta.

1) perchè Lost è un fenomeno di successo, non solo televisivo?

2) il futuro dell’intrattenimento sarà  ratings o engagement (Jenkins) ? quale corrispondenza esiste – o meno – tra indici di ascolto e partecipazione dal basso delle audience?

3) cosa garantisce il successo di un contenuto mediale?

4) di cosa parliamo quando parliamo di fan e cosa possiamo imparare da loro?

5) cosa possono imparare i produttori?

Provo a chiarire:

Nella mattinata abbiamo potuto ascoltare analisi molto raffinate sul senso, o sui sensi di Lost, ma la domanda che mi pongo è: cosa fanno i fan con un prodotto come Lost? Come lo hanno gestito? Quanto le forme di appropriazione ed elaborazione sono inedite e sorprendenti, quanto rispecchiano gli obiettivi dei produttori?

Per quanto l’idea di fan (e di spettatore attivo) sia ormai stato rivalutato e risemantizzato dall’opinione pubblica e, come ricordato prima, dall’accademia, alcuni produttori hanno ancora paura dei fan, del loro appropriarsi dei contenuti.

Eppure è proprio nella ridefinizione del rapporto tra fan e produttori che si possono leggere le tracce del cambiamento delle modalità di fruizione e dell’essere audience oggi.

Jenkins fa riferimento al concetto di spreadability. Se i contenuti mediali non sono in grado di essere spalmabili, quindi ripresi e rielaborati su più piattaforme dai pubblici, sono morti. È chiaro che non tutti i contenuti mediali sono spreadable allo stesso modo: alcuni non lo saranno mai, altri nascono con degli spreadable seeds al loro interno. Di certo questa idea di contenuto e di fan/audience ridefinisce i modelli di produzione e il rapporto consumatore/produttore. Quali fattori garantiscono allora garantiscono successo al prodotto?

Possiamo dire che Lost è un prodotto spreadable?  Dobbiamo avere paura dei suoi fan?

BUONANNO
Le modalità partecipative e produttive delle audience hanno sempre caratterizzato i fenomeni della cultura popolare. Non possiamo pensare che soltanto i fan siano attivi, ma anche gli spettatori che non sono fan dimostrano dei livelli di attività.

A. MARINELLI – Fan / Produttori. Esperienze di trans media storytelling applicate a Lost
[Ascoltalo]



Io credo che sia tu che io, che Romana siamo tra quelli che hanno sempre pensato che i pubblici siano attivi. L’attività delle audience è talmente indiscutibile e naturale, oltre che basilare per le nostre riflessioni che non dobbiamo aggiungere altro. Osservando i fan, però, emergono dinamiche ulteriori, elementi di riflessione in più che ci spingono a studiare il fenomeno con rinnovato interesse: il focus non è quanto i fan siano attivi – o se siano più attivi delle audience –  quanto è il tipo di sollecitazione, il rapporto di forze differenti che si sta instaurando tra fan e producer a meritare un nuovo sguardo. Come si diceva prima:  preferisco avere poche migliaia di fan molto engaged o un ranking elevato e successo di massa?

Tornando a Lost, è un caso talmente bello che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Ma è talmente bello e c’è talmente tutto che a volte fa paura. lo hanno fatto con una sapienza tale che è paradigmatica: è sufficiente copiarlo per avere successo?

Io credo che Lost – come già detto anche da Milly [Buonanno] – sia una macchina celibe dal punto di vista narrativo, non clonabile sul piano delle narrazioni. Ma forse è clonabile rispetto a ciò che accade nel rapporto tra fan e producer.

Dal punto di vista dei fan, Lost può essere letto come world building: creare un universo complesso in cui tutti possono contribuire alla creazione dell’universo simbolico. La differenza tra lo spettatore di Lost e il lettore di Dante è che Lost offre una serie di esche che lo spettatore può utilizzare per far valere il suo potere nei confronti del produttore.

Se nella comunicazione di massa lo spettatore è tradizionalmente passivo – nel senso di non produttivo – ma soprattutto isolato, nel caso in oggetto il fruitore ha sempre più gli strumenti per far valere le sue ragioni.

E allora guardiamo al caso specifico: passando in rassegna i siti creati dai produttori, ma anche quelli prodotti dal basso (grassroots), i giochi, persino le università create ad hoc (cfr. slide), si capisce quanto servano ad estendere l’esperienza di fruizione; ad offrire  tasselli che aiutano a rimettere in fila l’esperienza di consumo mediale; servono  a riempire (inventare?)  spazi vuoti per consentire ai fan di rimanere –ben oltre l’atto di visione – nell’universo simbolico del prodotto, o per aiutarli a comprenderlo fino in fondo.

E tutto questo è quello che oggi va sotto il nome di transmedia storytelling.

Rimangono, tuttavia,  le domande.

Lost è paradigmatico per questa struttura dell’universo esteso. Io rimango scettico sulla replicabilità di questo schema su altri prodotti. Le caselline sono tutte quelle corrette, ma la sensazione è che non basti dire ‘copia’ e applicarlo a distesa su altri prodotti.

Un modello del genere si può clonare se abbiamo il senso del baratro davanti: un baratro fatta dalla grande forza del prodotto e dalla sua non replicabilità. La sua forza può essere anche la sua debolezza.

BUONANNO

Anche io penso che un prodotto come Lost non sia facilmente replicabile, e mi rallegro di questa speranza. Questo universo di Lost – ma vale anche per 24 – è un universo tentacolare, che sviluppa tutte le parti. Mi fanno pensare all’istituzione sociale, una sorta di consumo totale. Sono troppo engaging.

Ma quanto è giusto che le persone siano così tanto engaged – e perdano tutto questo tempo – con un prodotto del genere?

MARINELLI

Ci rimandiamo dubbi, perplessità. Ma dobbiamo salvare il metodo di lavoro e i dispositivi di costruzione del mondo di prodotti come Lost.

Ma cosa significa che gli spettatori sono overengaged? e dove sta il limite?

Con prodotti di questo tipo non si riempiono solo spazi testuali, ma anche spazi lasciati vuoti dell’esperienza sociale, culturale e politica. Il tempo d’attenzione è l’unico problema serio e l’attenzione l’unica risorsa scarsa: non appena scende l’attenzione dedicata ad alcune esperienze sociali, può crescere l’engagement nei confronti di questi prodotti. E non è casuale che avvenga post dramma di inizio millennio.

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  1. Jessica B. permalink
    3 maggio 2010 18:19

    Concordo con il prof. Marinelli sul fatto che Lost non è assolutamente replicabile: basti guardare allo scarso successo della serie Flash Forward che sta subendo un calo sempre più netto di telespettatori proprio perché ha voluto attribuirsi il ruolo di erede di Lost con tanto aspettative di gran lunga fuori dalla sua portata.
    Il vizio che ha il mercato americano seriale è di voler replicare e cavalcare l’onda del successo di fenomeni, come appunto Lost, fino allo sfinimento, ma noi audience lo intuiamo perché sappiamo riconoscere il “vero prodotto” che ha saputo fare la differenza.
    Ciò che ha portato al successo della serie al punto da considerarsi fenomeno, sono una serie di elementi messi insieme: una struttura narrativa densa di simbolismo e un continuum spazio temporale esplorato nelle sue varianti di flashback e flashforward che già conoscevamo cui si aggiungono gli interessantissimi flashsideways. Ma soprattutto il rapporto fede-scienza, destino, possibilità, scelta esplicitati in un contesto quale un’isola apparentemente così distante eppure così vicina e fondamentale per il resto del mondo.
    Ora la mia esperienza con Lost è la seguente: ho seguito tutti gli episodi e sono molto ansiosa di scoprire gli ultimi tasselli che andranno a comporre il quadro generale che gli autori Cuse e Lindelof hanno saputo sapientemente costruire ma sono convinta che, come loro stessi hanno affermato in alcune interviste, non tutto sarà svelato. Non ci è dato avere una conoscenza totale ma come persone spettatori di una serie scatena dei dubbi, dei misteri, coinvolgendoci in un viaggio esistenziale che riguarda tutti.
    E per va bene così perché forse al di là delle risposte è importante farsi le domande…

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