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L’esperienza inception

25 ottobre 2010

C’è chi dice che è un capolavoro assoluto e chi una grande operazione commerciale. Per me è stata un’esperienza.

Sto parlando di Inception.

Che sia un film che ha raggiunto risultati straordinari, consacrando il suo regista e il cast tra i big del cinema, è fuori discussione. Basta dare un’occhiata alla top 250 di Imdb per averne una conferma.

Che oltre agli ascolti abbia generato un fenomeno di fandom considerevole quantitativamente e qualitativamente, è sottolineato dal fiorire di forum e gruppi che discutono sui temi del film e soprattutto sul finale, dai video rimontati su youtube oltre ad una ricchissima e attivissima produzione di fan fiction (tra le altre, questa).

Basterebbe questo per  farne un oggetto di sicuro interesse scientifico e non. Ma il motivo che mi spinge a parlarne riguarda la mia particolare fruizione di Inception.

Quello che voglio dire è che nelle 2 ore e mezzo di film ho sperimentato su me stessa sensazioni contrastanti di immersione, al limite dell’assorbimento nei confronti del film, della storia che si srotolava davanti ai miei occhi, degli effetti speciali che hanno giocato con la mia capacità e disposizione alla  immaginazione, della ricchezza dei personaggi, seppur così poco tratteggiati a livello di story line.

Sono rimasta semplicemente senza fiato, sospesa nei tempi del racconto, persa nei livelli del film e affannata nella corsa contro i minuti che scorrevano, come mi succedeva quando giocavo a DoomDuke Nukem da ragazzina. Incollata alla poltrona come sulla discesa delle montagne russe, ho vissuto una esperienza di visione in soggettiva, unica per quanto mi riguarda. Una sensazione che neppure il 3D riesce a dare per quanto cerchi di offrire profondità, perché quello che ne deriva è una profondità di superficie, non di sostanza.  Come invece accade con Inception.

E aggiungo che Inception  non è il “mio” genere di film e denuncio immediatamente la mia distanza dai canoni del film d’azione, del thriller, della fantascienza. Ma questo non mi ha impedito di goderne a pieno e di trasformare un pomeriggio al cinema in una esperienza.

Allora ho pensato che Inception valesse bene un post su questo blog, rivendicasse una discussione e una messa alla prova di tante teorie sulle audience che frequento da  anni. Oltre che un punto di vista alternativo e complementare al mio, quello del testo filmico, come proposto da Guido Vitiello, che ha accolto con entusiasmo – se non ispirato – questa sfida interpretativa.

Le parole chiave con cui ho provato ad orientarmi nei labirinti di Inception sono competenze, genere, videogame, realtà e,naturalmente, esperienza.

Parto da competenze – e inevitabilmente da genere – perché la prima riflessione che mi è venuta in mente nei giorni successivi alla visione è che quello che fa un prodotto come Inception è mettere alla prova e sollecitare continuamente le  competenze interpretative delle audience. Qui non ci sono “frecce luminose” come quelle descritte da Steven Berlin  Johnson, che ti avvertono su cosa e come devi pensare rispetto allo sviluppo narrativo. Devi ragionare, indagare, fare passeggiate inferenziali per comprendere e orientarti nelle diverse realtà rappresentate. La gestione del racconto avviene su diverse story line che procedono parallele, ciascuna con il suo tempo – inteso come scorrere – e con il suo mondo – il livello costruito; e lo spettatore deve tenere continuamente attivo il proprio controllo sul testo, pena il perdersi nel limbo e invecchiare senza aver capito. Obiettivo che il film persegue con decisione dall’inizio alla fine.

Quando Johnson diceva che quello che fa male ci fa bene e rivalutata il ruolo delle tv, delle fiction, nell’allenare la nostra mente quando impariamo a gestire universi complessi di relazioni e accadimenti, non pensava ancora a Lost, o a Inception.  Ma di certo confermava e anticipava allo stesso tempo  la capacità e la voglia del lettore di riempire gli spazi bianchi, di cercare il senso, di contribuire alla conoscenza condivisa e di usare collettivamente l’intelligenza così come prodotti come questo sollecitano.

Non è un caso che nei forum e negli spazi di discussione sorti intorno a Inception quelle che circolano sono domande e risposte, supposizioni che passano senza soluzione di continuità dalla produzione di senso intima delle audience allo spazio partecipato dell’on line. (spoiler alert)

Questo significa che se la trottola continua a girare, lui alla fine non si trova nel suo sogno, ma in quello di qualcun altro…e a ‘sto punto, di chi?

A me è venuta la malsana idea che tutto fosse stato orchestrato in realtà per immettere in lui l’idea di perdonarsi, per questo non è un suo sogno. Durante il film, quando la trottola cade, è perchè la “realtà” è in verità un suo sogno nel sogno. Dio santo” (tratto da un forum dedicato)

Inception richiede il coinvolgimento attivo dello spettatore nel completamento dei testi, nel rispondere alle interrogazioni che il testo prevede, per sollecitare lo spettatore a riversarsi nel testo e a con-versare con lui. È un testo che obbliga ad essere intelligenti.

Ma fa di più. Inception sembra essere il contenuto mediale adatto a spiegare le abilità digitali che oggi sono necessarie per vivere nella cultura della convergenza. Penso all’ultimo testo di Jenkins (Culture partecipative e competenze digitali) e alle 11 skill che i minori possiedono di default per il solo fatto di essere nativi digitali e che noi adulti cerchiamo affannosamente di recuperare, frequentando i loro testi e i loro ambienti.

Tra queste c’è il GIOCO, che in Inception è la capacità di fare esperienza di ciò che ci circonda come forma di problem solving, quando siamo chiamati a pensare insieme ai protagonisti al modo in cui risolvere il livello.

C’è la SIMULAZIONE ovvero l’abilità di interpretare e costruire modelli dinamici dei processi del mondo reale, quando continuamente lo svolgersi della storia ci impone di assumere uno sguardo elastico sulle rappresentazioni della realtà che vengono proposte; c’è anche la  PERFORMANCE nel senso di esercitare la nostra “projective identity”, riferendoci alla fusione che si realizza tra giocatore/spettatore e il suo avatar/protagonista, ovvero il personaggio assunto nel gioco, o – come in questo caso – nel film.

Certamente esercitiamo il nostro MULTITASKING, esaminando l’ambiente del film e spostando e attivando continuamente l’attenzione su dettagli salienti in un dato momento o circostanza.

Se poi ci avventuriamo a vedere cosa succede dopo la fruizione del film, negli spazi di condivisione on line, vediamo fan che giocano con la loro capacità di APPROPRIAZIONE , ovvero l’abilità di campionare e remixare i contenuti mediali, mettendoli poi in circolo in rete.

Ma naturalmente le audience sono portate anche a gestire la CONOSCENZA DISTRIBUITA (sperimentando l’abilità di interagire secondo modalità dotate di senso con strumenti che espandono le nostre capacità mentali, la stessa Rete e la logica wiki in testa come grande database di conoscenza), così come ad esercitare l’INTELLIGENZA COLLETTIVA (cioè l’abilità di mettere insieme conoscenza e confrontare materiali informativi con altri in vista di un obiettivo comune) e ad allenare, il GIUDIZIO, ragionando sull’affidabilità e credibilità dei contenuti. E le skill sono altre ancora.

Fin qui, dunque, il discorso sulle competenze – che approfondiremo prossimamente su questo blog. E quando parliamo di competenze parliamo – chiaramente – anche di competenze di genere.

In questo senso Inception è un prodotto non classificabile fino in fondo sotto una specifica etichetta. È un film di fantascienza, di azione, ma anche un mélo, che rimanda ad altrettanti archivi condivisi di conoscenza, a differenti cassette degli attrezzi da utilizzare per smontarlo, ad altrettante modalità di decodifica iscritte nei diversi  frame interpretativi che sembra attivare, ad un patrimonio di citazioni (o fonti di ispirazione) condivise o condivisibili all’interno di una comunità.

È poi l’uso situato che ne fanno le audience a stabilire cosa è Inception e a trasformarne il senso, piegandolo ad esigenze cognitive, emotive e relazionali, culturali di volta in volta diverse. Arrivando persino a superare il testo e a immaginare uno stile Inception, svincolato dai suoi stessi contenuti e capace di dar conto a e inquadrare imprevedibilmente altre narrazioni.

Tornando alle parole chiave, in molti hanno visto nel film il trionfo della architettura dei videogame. Ed è innegabile il rimando a quell’universo sia in termini di rappresentazione che in termini di movimento all’interno della storia. Fin dal linguaggio, che si riferisce ai diversi livelli del sogno come ai livelli di un videogioco, al tempo che scorre in maniera diseguale a seconda della complessità della sfida, alla prova che prevede sempre il trovare il luogo in cui tutto culmina, la cassaforte o la porta per passare al livello successivo o tornare indietro.

Alcuni sostengono che il citazionismo del film si spinge perfino nel ricostruire uno dei livelli del film ad immagine e somiglianza di alcuni videogame, creando così un universo  piacevolmente riconoscibile per  gli amanti del genere e indulgendo in un effetto immediato di riconoscibilità intellettuale tra produttori e audience.

Ma la questione è più profonda di quanto fin qui argomentato e trova una interessante spiegazione nelle parole di Henry Jenkins. Come sostiene Jenkins, il riferimento al genere videogame, lungi dall’agire da barriera di accesso al testo per i non addetti ai lavori – come alcuni erroneamente hanno percepito a partire dalle argomentazioni di Jenkins – certamente però opera in termini di cultura condivisa. È evidente che il film non è un prodotto del videogioco, come accaduto per TombRaider, o Resident Evil, ma è il frutto di una contaminazione tra cultura cinematografica e da videogame che fa da sfondo “naturale” a quelle  audience cresciute entro questi riferimenti di genere.

Non è un caso che il pubblico americano si sia caratterizzato per una netta predominanza di spettatori uomini e compresi nei 35 anni di età. Ovvero generazioni che hanno la cultura da console nel loro DNA e si ritrovano con competenze maturate in anni di fruizione multimediale a gestire con maggiore naturalezza un prodotto per altri estremamente complesso.

Così, sono espliciti riferimenti al videogame le architetture dei livelli (o quadri, o mondi) da attraversare; è da videogame l’avere un obiettivo da raggiungere entro un determinato lasso di tempo, e da videogame è persino il mancato conferimento di profondità dei personaggi. Profondità che le audience esperte recuperano sulla base della loro attività di speculazione costante che le porta a vedere nei protagonisti di una fiction per es, storie ed emozioni che semplicemente non  ci sono (almeno per il momento).

Tutto questo ci porta a pensare che Inception gioca con la nostra capacità immersiva e immaginativa, con i sogni ad occhi aperti e con l’appagamento che ne deriva, mentre allo stesso tempo ci chiede di svelare il trucco della rappresentazione. Richiama la nostra costante attenzione e sfida le nostre capacità di viaggiatori dello spazio e del tempo. Interpolatori spazio-temporali alla maniera di Thompson, ci troviamo a gestire più realtà contemporaneamente, con tempi diversi, luoghi diversi, persino dinamiche relazionali diverse: il tutto all’interno di un tempo e di uno spazio, quello della visione e della sala, che è già un tempo diverso e sospeso rispetto alla vita quotidiana, cui il racconto – quale che esso sia – concede sempre una tregua.

Siamo, quindi, portati a sospendere il dubbio e affidarci al testo, anche quando questo viaggia evidentemente e pesantemente contro il nostro senso comune e mette a dura prova le nostre capacità di critica.  Qual è la realtà in Inception? Quali convenzioni rispettano le realtà di Inception? E come possiamo – da audience – conciliarle con le nostre convenzioni “reali”?

Si insinua forse il dubbio che il tutto sia una metafora del nostro rapporto con i media, del nostro entrare e uscire da mondi perennemente attivi, always on, da navigare e attraversare. In inception speriamo insieme al protagonista, soffriamo con lui e investiamo in quel poco di sensato sembra esserci.

Il film “Ti cattura in una maniera tale che, a fine proiezione, credevo di essere appena uscito a mia volta dal “livello” cinematografico. Credevo di aver sognato.” (da un forum)

Salvo poi tornare nella supposta quiete della nostra vita quotidiana e pensare che è stato tutto un sogno. O forse no?

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6 commenti leave one →
  1. romana andò permalink
    25 ottobre 2010 12:53

    e per effetto della mediazione infinita di significati, del cut and remix, può succedere anche questo
    http://tv.repubblica.it/copertina/parodia-di-inception-south-park-copia-e-si-scusa/55315?video=&ref=HRESS-5

    • Melania permalink
      25 ottobre 2010 13:16

      No!!! Fare una parodia di una cosa che “non si ha avuto tempo di vedere”? Matt ma che ci combini?!!

  2. Melania permalink
    25 ottobre 2010 13:06

    Anche io mi ero accorta del “fenomeno” mediale che Inception ha generato, specie in un periodo in cui a suscitare reazioni emotive ed intelligenti, collettive o soggettive sono sempre più le serie tv e non il cinema. E mi fa molto piacere rifletterci su.

    La grande idea di Inception è davvero la contaminazione con il videogame, proprio perchè, come dici, costringe ad essere intelligenti, a rimanere concentrati, a non poter fare altro che fruirlo, così come avviene nei sogni, dove non abbiamo l’apparente controllo di ciò che sogniamo. E Nolan sceglie l’immaginario del videogame non dalla tipica cultura del videogame, o dai tanti contenuti che da essa vengono rimediati al cinema. Sceglie di raccontare una storia originale e a tratti melò, dove a cambiare non sono i sentimenti cardine che ci guidano nella vita, ma una realtà sempre più mediale almeno a livello di strumenti. E l’esperimento riesce proprio perchè questa scelta onesta e riflettuta è stata fatta con cognizione di causa e non per guadagnare qualche soldo al botteghino.

    Inception è una sorta di miracolo mediale. E merita queste (stupende) considerazioni e tante altre ancora. E la visione di Inception è tutta racchiusa dalla parola “esperienza”, che io trovo precisa e puntuale per esplicitare una serata al cinema particolare e speciale.
    Inception va oltre il film. Oltre il videogioco. Un contenuto esperenziale che spero dia il là ad una serie di prodotti così ispirati.

    Tornare al cinema a vedere questo tipo di prodotto mi rende davvero felice. Ah, Ritorno al Futuro (mercoledì) a parte!!!

  3. Slash permalink
    25 ottobre 2010 16:24

    va beh io sono di parte (Nolan)

    cmq la profondità dei personaggi è “muta”, nel senso che c’è ma è espressa nell’immobilità stralunata dei visi

    (tra l’altro credo che (in tema di inter-testualità) il film assuma un significato abbastanza diverso a secondo se si è visto o no Memento)

  4. MisterBooman permalink
    17 novembre 2010 15:42

    Un piccolo contributo, già “vecchio” di un paio di giorni, al dibattito su come le audience siano attive nei confronti dell’oggetto Inception. http://www.youtube.com/watch?v=PxTF9Vu78lo . Fontana e Stasi si sono appropriati di alcuni temi di fondo del film: a) la possibilità di entrare nei sogni delle persone per inserirvi un’idea; b) il confine labile tra sogno e realtà. Il risultato, a mio avviso, è degno di attenzione per due motivi. Da una parte c’è l’estensione dell’esperimento di iniezione, aprendo un ventaglio potenzialmente infinito di possibilità. Pensiamo a tutte le incursioni che si potrebbero fare nei sogni di molte persone, comuni o famose, per inserire elementi che cambino il loro destino e il nostro. In questo senso, un simile filone potrebbe dar vita ad una grande quantità di varianti, inconsuete eppure coerenti rispetto ad Inception Berlusconi, una sorta di parodia seriale. Dall’altra parte, i due autori hanno sottratto al prodotto originale qualcosa che potesse essere utile alle loro finalità, riscrivendola, per farne un nuovo discorso, dannatamente locale e concreto. Ma tutto questo rientra, come gli autori del blog ci insegnano, nella gamma delle forme alle quali l’audience attiva può dare vita attraverso le performance.

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  1. L’esperienza Inception.. dal punto di vista del testo « As Audience

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