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Ripensare abilità e competenze nella cultura partecipativa: il punto di vista di Henry Jenkins

5 novembre 2010

Qualche giorno fa, in un negozio di giocattoli smart e politically correct, mentre cercavo una soluzione operativa alla creatività debordante di mia figlia, mi sono sentita chiamata ad intervenire in supporto alla commessa, contro (o a favore di?) una mamma che argomentava l’eccellenza delle capacità del suo bambino di 2 anni, così intelligente da non giocare volentieri con quanto proposto per quella fascia di età (trenini, costruzioni, pittura), ma piuttosto con prodotti più “intelligenti”  – appunto -, come per es. un tubo per imparare le tabelline, di cui lui stesso, si diceva, faceva insistente richiesta. Negli stessi giorni incappo nell’ennesimo articolo su l’ Espresso dedicato ai bambini digitali, dall’altisonante titolo “generazione I-KIDS”, che,  tra le altre suggestioni, invitava ad osservare come bambini piccolissimi – dai 2 anni in su – siano in grado di gestire apps su I-phone, giocare con I-Pad, imparare le lingue con il solo scorrere dei polpastrelli su schermi interattivi e sensibili. Apparentemente i due episodi hanno poco in comune. Da una parte assistiamo all’esaltazione dell’intelligenza prodotta dal sapere tradizionale, come le tabelline, dall’altra all’entusiasmo sfrenato per le skill abilitate dalle frontiere delle nuove tecnologie. Tuttavia, in comune i due racconti hanno i bambini e la definizione e lo sviluppo delle loro competenze nella società contemporanea, così come queste sono mediate da definizioni istituzionali e adulto centriche, o informali e mutuate dalla logica del peer to peer. Ed è questo il tema su cui intendo lavorare. Di fatto, l’osservazione di episodi “normali” come questi pone una serie di interrogativi cui occorre, a mio giudizio, dare prontamente risposta.  Cosa significa per un bambino essere competente oggi? Chi stabilisce i parametri di questa competenza e come questi vengono discussi e concertati socialmente ? In cosa differiscono o come stanno mutando le competenze necessarie per abitare una società basata sulle logiche della convergenza mediale, della cultura partecipativa? Qual è il ruolo delle istituzioni formali preposte all’educazione? Quale ruolo esercitano i genitori? Quale i media e le nuove tecnologie? Sono in gran parte queste le domande che solleva e a cui prova a rispondere Hanry Jenkins nel suo nuovo libro, Culture partecipative e competenze digitali, curato in Italia da Alberto Marinelli e Paolo Ferri, per Guerini Editore. Non è un libro per tecno-entusiasti, né chiaramente per lettori apocalittici. Certamente, è un testo che impone, con la consueta chiarezza dell’autore, di ragionare sui cambiamenti sociali che si manifestano a partire dall’impegno nell’uso di nuove tecnologie e dal coinvolgimento attivo nelle dinamiche della cultura partecipativa, che le nuove generazioni di ragazzi – altrove definiti nativi digitali – producono nelle pratiche quotidiane. Partendo dall’osservazione dei comportamenti innovativi dei giovani in relazione ai media, così come fotografati dalle statistiche istituzionali, il testo va ben oltre il rischio diffuso di una acritica esaltazione delle performance tecnologiche giovanili, puntando, piuttosto, a ragionare sul modo in cui integrare la spinta al cambiamento e affrontarne la sfida, cercando di riattivare un dialogo doveroso tra adulti, famiglia, scuola per un ripensamento condiviso dell’esperienza di apprendimento del minore. Se, dunque, ciò che può attrarre a prima vista del testo di Jenkins è la pur utilissima classificazione delle competenze che naturalmente i minori apprendono a partire dall’uso quotidiano dei media e le “istruzioni per l’uso” dedicate ai docenti, che vogliano ispirarsi attivamente a questo scenario per progettare la didattica e il lavoro in aula, ciò che per me è ancora più rilevante è, invece, la sensibilità espressa dall’autore nei confronti dei rischi sociali connessi al cambiamento, delle sfide etiche che esso impone, e l’attenzione che pone nel disegnare un nuovo ruolo di indirizzo e progettazione condivisa delle abilità e competenze per le famiglie e le istituzioni preposte alla formazione. Del Jenkins classico, dell’AcaFan, cui molti giovani studiosi si sono affezionati ed ispirati negli ultimi anni, troviamo nel volume una eco nella sua capacità di tradurre in maniera incisiva e suggestiva l’idea della presenza quotidiana dei media nella nostra esperienza, così come nel suo essere in definitiva il teorico della “normalizzazione” del fandom e delle audience più in generale. Ed è proprio in virtù della apertura del suo sguardo che gli è possibile parlare di fan, di studenti e di competenze, senza soluzione di continuità, all’interno di un quadro di riferimento culturale e tecnologico straordinariamente cambiato e in divenire. Ma in questo libro Jenkins fa di più e legittima – se possibile con ancora più veemenza –  la centralità di pratiche legate alla fruizione mediale, sottolineandone l’impatto sociale e relazionale e l’impossibilità di ignorarne la portata e la pervasività rispetto alle altre dimensioni culturali del vivere. In altre parole, riferendosi allo specifico contesto dell’apprendimento, è ormai impossibile leggere lo studente come una tabula rasa su cui le istituzioni della formazione scrivono a loro piacimento, ma è necessario conoscere e valorizzare le abilità che ha maturato e matura quotidianamente anche nel contesto extrascolastico.  Così come d’altra parte è fondamentale non aver paura delle competenze che i minori mostrano spavaldamente di possedere più e meglio degli adulti. Ma c’è di più. Oggi è sempre più indispensabile mettere da parte lo sguardo eccessivamente orgoglioso, la sindrome da laissez-faire – sempre più tecnoentusiasta – che molti adottano nell’osservare i minori nell’esercizio delle loro abilità. Se è vero che i minori oggi sono sempre più precoci, che gli stimoli che ricevono (anche quelli che per anni abbiamo stigmatizzato come negativi, come la tv) li rendono ogni giorno più “smart” (Steven Berlin Johnson) e anche vero che, come dice Jenkins “dire che i bambini non sono [più] vittime dei media,  non vuol dire che loro abbiano, più di chiunque altro, compreso a pieno pratiche sociali complesse e ancora emergenti”. “In realtà non abbiamo bisogno tanto di proteggerli, quanto di coinvolgerli in dialoghi critici che li aiutino ad articolare più pienamente la loro comprensione intuitiva di queste esperienze”(Jenkins 2010) Che siano tabelline… o un I-pad.

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  1. Simon permalink
    5 novembre 2010 14:05

    Che dire, nella lettura dell’articolo mi sono sentito “nel discorso” per due ragioni molto semplici.

    La prima è relativa al fatto che spesso (in famiglia, tra amici e in famiglie di amici) vengo a trovarmi tra due fuochi, da una parte quello della demonizzazione dei media, dall’altra quello dell’esaltazione smisurata delle “performance tecnologiche giovanili”, dietro le quali si nasconde, tra l’altro, il rischio d’accentuazione di una distanza intergenerazionale già considerevole; visti i miei studi e le mie passioni vengo spesso chiamato in causa, trovandomi così a dovermi destreggiare nel tentativo di “moderare” la discussione, proponendo un approccio critico per superare luoghi comuni e semplificazioni fuorvianti sull’argomento. Una posizione sempre scomoda e minoritaria, ma che, per coerenza, sento di non poter fuggire.
    La seconda ragione scaturisce dal tempismo di Jenkins, e dei suoi traduttori, visto che ciò a cui sto lavorando vede proprio in questi temi il suo culmine; in particolar modo dall’aiuto che mi offre nel sentirmi “attuale” nei miei studi, fatto per nulla scontato quando si parla, oggi, di famiglia, e mi sprona ad andar avanti nel momento in cui ne sentivo maggiormente bisogno.

    A metà strada tra un commento e una riflessione.

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