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Connected TV: l’apocalisse del divano

19 novembre 2010

Rilascio finalmente questo post dopo innumerevoli revisioni e riletture, perché prima, un po’ come se mi trovassi nel bel mezzo di Inception, non riuscivo mai a mettere a fuoco il punto da dove partivano i pensieri che volevo mettere insieme. Ma oggi credo di averlo trovato rivedendo questo video

Non si può infatti parlare di connected tv e audience se non partendo dalla rivoluzione di youtube: in 5 anni abbiamo scoperto, tutti, che ci poteva essere qualcos’altro nel nostro intrattenimento audiovisivo domestico, a tal punto che abbiamo scordato come fosse il “mondo di prima”. Youtube è stato, a mio avviso, il bottone dello switch-on della cultura convergente. Come ho già scritto in un altro blog, da couch potatoes, siamo diventati surfin’ potatoes, muovendoci dalla poltrona e dalle ristrettezze del telecomando verso la più scomoda sedia della scrivania per imparare a trovare un po’ quello che ci pareva in Rete.  Riprendendo Jenkins, le audience hanno imparato a cercare video e muoverli da un territorio all’altro: un nuovo modo di raccontare, informare, sabotare, divertire. Nello stesso tempo ci siamo resi conto che i nostri tempi di vita erano sempre più spesso incompatibili con quelli dei palinsesti televisivi e, come in una favola, ce ne siamo accorti quando ormai avevamo tutti rottamato da tempo i nostri videoregistratori VHS. Anche se qualcuno, già con un piede nell’era digitale, aveva trovato un ottimo rimedio…..

E dal gelato-divano di Miranda bisogna ripartire, perché quel gelato-divano, che è un po’ il senso spicciolo della user experience della televisione, è uno dei grandi motivi per cui abbiamo cercato di riportare le nostre schiene curve in avanti ad altre più confortevoli inclinazioni. Flat screen nuovi di zecca e connettori hdmi hanno fatto il resto: et voilà, ecco gli utenti più audaci ed evoluti profanare lo schermo sacro ai broadcaster collegandoci un computer. Anche se già molti media center e la prima poco convinta versione  dell’Apple TV (2007) annunciavano una embrionale forma di connected tv.

Ma nel pieno sconvolgimento del paradigma di McLuhan dell’era post-youtube, è il contenuto ad essere il messaggio e lo schermo del salotto deve piegarsi ad essere non esclusivamente televisivo, ma piuttosto audiovisivo e inevitabilmente connesso per meritarsi nuovamente quella centralità che sembrava aver perso nella disputa tra desktop tv e sofa tv. Eccola dunque l’apocalisse del divano, la rivelazione che la connected TV è, in qualche modo, la dimostrazione di quanto fosse illusoria l’aspettativa di una totale confluenza su un unico dispositivo, il PC, di una gamma sempre più vasta di interi sistemi mediali tradizionali. La connected TV è, invece, il simbolo di quel paradigma della convergenza, attento alla multidimensionalità del processo di trasformazione dei media, ai meccanismi di ibridazione e rimediazione fra vecchi e nuovi media, perché i vecchi media non muoiono mai – e non scompaiono neppure.

Ma cosa è nel concreto la connected TV? Schiere di televisori, console, lettori blu ray che in pochi, immediati passaggi si agganciano alla rete, ethernet o wi-fi, domestica proiettando il medio utente televisivo in un batter d’occhio in una connected home: tra broadcast e broadband, sul nostro bel televisore fiammante arrivano contenuti sia da chi ce li porta da 60 anni, sia da quella miriade di attori della rete che si mettono il vestito buono per la prima tv. Ma come li facciamo arrivare questi contenuti? Per adesso “in un’app”. Eh sì, viziati ormai dai lucidi bottoni che siamo abituati a toccare sui nostri smartphone, il concetto di app (o widget) sbarca sul televisore.

Ma al di là della forma e dell’interazione che sarà un nodo cruciale attorno a cui la sfida commerciale farà vinti e vincitori, in Italia ancora manca soprattutto la “ciccia”, ovvero i contenuti. Che non possono essere nè twitter nè facebook secondo chi scrive, perchè quelli sono contenuti che assorbono tempo e privano dell’esperienza che rimane primaria nell’uso della televisione: guardare audiovisivi, meglio se di alta qualità. Sicuramente ci saranno programmi e generi che si presteranno a like e tweet in real time, ma ad oggi non mi paiono una killer application, una servizio per cui scegliere di usare una connected tv. Perché possono essere venduti milioni di televisori internet-enabled, ma questo non significa che saranno necessariamente internet-connected. Siamo in una fase in cui il consumo di audiovisivi si è evoluto, ha assimilato diverse abitudini multi-mediali e la tecnologia ha abilitato lo schermo televisivo ad essere connesso per tutti e non solo per gli early adopters, ma questo non basta: ritornando a sex and the city, è come avere un gran bel paio di jimmy choo, un bell’invito per un party fantastico, ma nessuna amica con cui andarci.

Dunque le app possono essere la risposta giusta per il problema delle interfacce di ingresso ai nuovi contenuti che vengono dalla rete, ma i contenuti ci devono essere e devono essere pensati per un consumo “televisivo”. Per esempio, Netflix e Vudu negli stati Uniti offrono film e serie tv in alta definizione in modalità On Demand (in download e streaming) attraverso widget installati in console, lettori e tv ip-enabled. Apple ha lanciato da pochi giorni la nuova Apple TV (anche in Italia) per noleggiare e comprare film da iTunes direttamente dal proprio divano. E poi arriva Google con la sua Google TV che ha lanciato (USA only) sia “embeddata” in una serie di TV Sony, sia in un set top box della logitech. Il concetto della Google TV è molto più ampio e, ovviamente, incentrato sulla possibilità di cercare dal televisore tutto quello che è possibile trovare sul web. Basata su OS android, con un interfaccia molto simile al browser chrome, Google TV sembra voler affermare con decisione quella nuova concezione di surfin potatoes di cui parlavamo all’inizio. E non lo nasconde il CEO di Google presentando G-TV a Berlino i primi giorni di settembre: “once you have Google TV you’re not going to be passive, you’re going to be very, very busy. It’s going to ruin your evening. That’s our strategy”. Anche Boxee, popolarissimo desktop software che aggregava contenuti video provenienti da tutto il web, si è fatta il suo Box insieme a DLink, ma conserva un’ottica più da mediacenter che non da tv ip-enabled. E poi c’è Hulu che con il suo servizio plus consente di vedere attraverso connected tv e consoles tutta l’infinita library di serie TV di NBC e Fox. E intorno a questo mondo si sta scatenando tutta una battaglia proprio su diritti e contenuti, mosse e contromosse dei broadcaster perché la vera rivoluzione sarà quella del cutting the cord, ovvero, semplificando, quella tendenza che farà mettere in discussione i vecchi abbonamenti ai pay tv operators per averne di nuovi e sempre più flessibili con chi sarà più bravo a soddisfare le specifiche esigenze degli utenti.

Tornati a casa la domanda non sarà più “cosa c’è in TV stasera”, ma piuttosto “cosa mi va di trovare da vedere sul mio schermo del salotto”. Dopo le surfin potatoes, dunque, l’apocalisse del divano ci lascerà una nuova generazione di couch hunters.

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