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Vieni via con me: cercasi politica disperatamente / 1

21 novembre 2010

L’occasione è troppo ghiotta per non parlarne. Anche se ancora i pensieri sono tanti, le riflessioni non stabilizzate, le domande aperte. Ma la tentazione di parlare di Vieni via con me è davvero irresistibile. Anche perché le interpretazioni del successo si affollano sui media generalisti, rilanciando una serie infinita di luoghi comuni. E così questa settimana, all’indomani del secondo e ancor più straordinario successo del programma, abbiamo provato a ragionare a voce alta sul tema.

Da dove cominciamo? Da una domanda semplice ma al contempo decisiva … : che cosa è Vieni via con me?

È un evento mediatico (e non sorprenda che nel 2010 tutto si consumi entro i confini dello schermo) che si alimenta di un plusvalore politico. L’esplosione di una molla che si sta caricando da tempo nella sfera pubblico-politica e che esplode tra le mani di una coppia di compiaciuti “bravi ragazzi”, che oscillano tra l’ebbrezza di sentirsi alla testa di un popolo (televisivo ma non solo) di 10 milioni di persone e la restante dote di autoironia, che dovrebbe rassicurarli sul fatto che questo non può dipendere solo da alcuni monologhi, dal ricorso (ideato ai tempi di Baglioni) alla forza evocativa degli elenchi, dalla complicità delle facce comprese nell’album delle figurine di Fazio (e nell’empireo dei miti di sinistra), già abbondantemente sfruttato nella versione da week-end.

Assumere questa prospettiva di lettura significa prendere atto che non è possibile analizzare Vieni via con me entro i canonici confini del linguaggio televisivo (anche se Saviano aveva annunciato di volersi mettere alla prova su questo fronte), inquadrarlo in un ipotetico nascente format, spiegarne gli esiti attraverso le analisi quantitative delle audience. Men che mai lo si può prendere in considerazione come “la” ricetta per la tv di qualità, manifesto ideologico già del tutto consumato nel Tele-sogno di una decina di anni fa e periodicamente riesumato – seppur in forme aggiornate – nelle adunate della vecchia guardia dei combattenti per il servizio pubblico televisivo.

Vieni via con me è un televisione che esce fuori dal quotidiano televisivo, dai palinsesti, dai generi. È un tipo di tv che ha senso solo se si produce e si dà come evento, come rottura, interruzione. Non solo, dunque, non è espressione della nostra tv quotidiana, ma lasciarsi tentare dalla possibilità di quotidianizzare questo tipo di tv, fa compiere un errore vistoso e grossolano, anche previsionale, in termini di futura adesione delle audience. Vieni via con me, infatti, non sembra un esperimento replicabile. Non è un format. E non è neppure una novità, come sottolineava giorni fa anche Aldo Grasso. E noi siamo d’accordo, soprattutto se la prospettiva di osservazione è autoriale, produttiva, linguistica, critica.

Ragioniamo allora sulla natura di un evento che riesce ad inchiodare davanti agli schermi (l’indice di permanenza è altissimo) in un momento in cui la maggior parte dei contenuti della tv quotidiana producono fughe (verso il satellite e oltre…) o un rifiuto quasi preconcetto. E le audience, che si sono attivate per le due serate di Rai3, stavano cercano qualcosa di diverso dalla tv stessa, che come mezzo e come contenuti in alcuni casi (e per alcuni pubblici) è stata già abbandonata a favore di altre forme di consumo mediale.

[continua]

(la chiacchierata del mercoledì, che speriamo diventi una sana istituzione, ha coinvolto Romana Andò e Alberto Marinelli)

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