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Vieni via con me: cercasi politica disperatamente / 2

22 novembre 2010

(pubblichiamo la seconda parte della chiacchierata tra Romana Andò e Alberto Marinelli su Vieni via con me)

Ma qual è, allora, il plusvalore non televisivo, che tiene le persone incollate davanti allo schermo per oltre 2 ore, quasi per senso del dovere, e in una tranquilla serata di tv generalista – precedentemente appaltata al Grande Fratello, come astutamente aveva pensato il Direttore generale Rai – riporta magicamente di fronte agli schermi almeno 2,5 milioni di pubblico, normalmente affaccendato con altre tecnologie comunicative? Il bisogno di essere presenti all’appuntamento è consapevole e condiviso dalle audience (non più e non solo televisive) che si scambiano messaggi in tempo reale su Twitter e su Facebook; è un investimento nella speranza che accada qualcosa che faccia deragliare il treno della quotidianità televisiva (e politica). Vieni via  con me si trova così a rispondere – quasi inconsapevolmente, anche se qualche dubbio su Michele Serra permane – alle aspirazioni, ai bisogni pre-politici più che politici di un corpo elettorale intrappolato in un sistema bloccato, in cui è difficile trovare riconoscibilità politica, prostrato da una situazione di crisi economica che non riesce ad aprire l’orizzonte del futuro, perennemente alla ricerca di riferimenti, mappe valoriali, obiettivi che possano convincerlo ad abbandonare la posizione di mera spettatorialità per avventurarsi nel (quasi) rimosso mondo dell’impegno in prima persona.

Vieni via con me è allora un evento, un unicum, un luogo ideale, uno spazio fisico accogliente in cui un corpo elettorale in debito di riconoscibilità cerca riferimenti, gestisce stati d’animo, emozioni. Vieni via con me è una risposta ad una istanza pre-politica, che si esprime in una televisione non quotidiana proprio perché sono insoddisfacenti i linguaggi, i valori, i leader della politica quotidiana, così come le facce della televisione quotidina. A queste istanze l’evento televisivo – ed è questo il suo grande merito – ha avuto l’intelligenza di rispondere assumendo la forma (televisiva) di una sommatoria di narrazioni, grandi e piccole, private e pubbliche, allegre e irriverenti o drammatiche, tutte emotivamente coinvolgenti (come deve essere sempre la televisione) ma compiute e analitiche, dotate di un senso profondo e riconoscibile.

Si è prodotta una narrazione televisiva lontana anni luce dagli altri talk show politici della Rai (con l’eccezione parziale di Anno zero, soprattutto in questa stagione), stanche rappresentazioni delle contese, degli schematismi, delle risse tra gli attori sulla scena: mero riverbero dei tempi e dei modi della politica cui si prestano maggiordomi televisivi più o meno riferibili a fazioni in aspra contesa. Vieni via con me non si pone l’obiettivo di allevare e dar voce alle opposte tifoserie ma di provare a ricucire una trama, una narrazione sociale e politica in cui i singoli soggetti possano riconoscersi. Una narrazione che induce coinvolgimento e partecipazione. Anche quando si affida – oseremmo dire, stancamente – all’album delle figurine di veltroniana memoria.

E allora, pensando alla copertura che dell’evento hanno dato Facebook, Twitter, Youtube e gli altri social media – o meglio gli spettatori tv nel loro essere contestualmente anche on line – è forse d’obbligo soffermarsi a riflettere sulla centralità del programma in termini di appropriazione da parte dei soggetti. Probabilmente è Youtube che segnala questo tratto con maggiore decisione e incisività. Dal video delle incursioni di Benigni, già disponibile on line pochi minuti dopo la messa in onda, all’insieme di pezzi di programma appropriati, incorporati dai pubblici e da loro stessi restituiti in tempi strettissimi, con il gradimento e apprezzamento di altri lettori attivi, diventa manifesto il livello di interesse, attaccamento, affiliazione, engagement che il programma ha suscitato, ben oltre le aspettative stesse degli autori e – forse – delle loro stesse competenze in termini di transmedialità dei contenuti e di spreadability rispetto alla sola logica broadcast.

È possibile che gli autori si aspettassero di insistere su una nicchia, che puntassero ad un effetto televisivo (ancora la tv di qualità come obiettivo) e ad un risultato politico (rispondere alle constituency elettorali in cerca di rappresentanza che ultimamente sempre più si chiedono “Fuggo o mi impegno? Vado via o resto?”). Di certo, però, sono incappati in qualcosa di più e in qualcosa di altro. Hanno incrociato perfettamente le esigenze di audience consapevoli dell’importanza dell’evento collettivo e consapevoli di esserne spettatori. Soggetti-audience alla ricerca di contenuti che parlano alle emozioni, alla pancia, di segnali di riconoscibilità che muovono stati d’animo. E per questi soggetti vedere un programma ecumenico e accogliente è già trovare risposte.

Ma un rischio c’è, e consiste nello scambiare per engagement i risultati del programma. A due livelli. Da una parte sopravvalutare questo movimento delle platee e leggere la loro scelta come oppositiva sul piano televisivo al Grande Fratello (che pure tiene gli ascolti da decima edizione) secondo narrazioni che storicamente ripropongono la lotta degli ascolti Rai vs Mediaset; e, sul piano politico, come rivolta nei confronti della destra e del suo leader Berlusconi. Dall’altra, sopravvalutare la visione del programma elevandola a segnale di civic engagement. È civic engagement vedere Fazio e Saviano, ascoltare Fini e Bersani, ridere con Benigni e Albanese e riflettere con la vedova Welby?

Molti sarebbero pronti a dire di sì. Gli stessi che pensano che esprimere Like nei confronti di un personaggio politico su Facebook, o diventare suoi followers su Twitter equivalga ad essere impegnati politicamente nel senso più ampio del termine. Ma la verità è che è proprio il passaggio dal vedere la tv e likare un personaggio, allo scendere in piazza, al votare e all’impegnarsi in prima persona civicamente, ad essere un nodo critico e al contempo fondamentale, ancora liquidato attraverso la riproposizione di modelli interpretativi troppo appoggiati sul ruolo persuasivo dei media.

Ed un altro rischio – forse ancora peggiore del precedente – è racchiuso nei messaggi che rimbalzano sulla rete e che tendono a vedere in Saviano l’atteso Messia in grado di risollevare le sorti del PD. Come ha scritto con grande nettezza Vittorio Zucconi nel suo blog, questo è l’estremo, drammatico segno del “berlusconismo” imperante. “Saviano – scrive Zucconi – deve continuare a fare quello che fa, e fa ammirevolmente, ma non gli affiderei la nostra politica estera, la finanza pubblica o la Difesa. Come ha dimostrato Obama, per parlare di persone serie e non dei nostri tragici pagliacci che lasciano la sedia vuota alla riunione della Nato per un’ora per telefonare alla Carfagna e scongiurarle di ‘nun me lassà’, sapere conquistare la simpatia di una maggioranza non si traduce necessariamente in capacità o efficacia di governo. Non servono profeti, messia, narratori, simboli, barzellettieri, impresari di circo, puttanieri, imbonitori, guitti con la faccia pittata, romanzieri, crociati da operetta con lo spadino di cartone, alla guida dell’Italia di oggi, ma buoni, onesti, seri, grigi amministratori del condominio, che non rubino sulle spese di riscaldamento e non usino i soldi delle spese condominiali per pagarsi gli avvocati difensori nelle loro querele private”.

È necessario, però, decifrare le istanze di rappresentazione che emergono da una richiesta impropria e per alcuni versi “incredibile” e cominciare a domandarsi se questa televisione non quotidiana e per alcuni versi irripetibile può dare il suo onesto contributo per emendare il paese dal berlusconismo.

Quello televisivo, non quello politico.


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