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Perchè i politici hanno imparato a raccontare storie (in televisione)

28 novembre 2010

I nostri politici, nell’ultima travagliata stagione della seconda repubblica, stanno imparando a raccontare storie. Non nel senso allusivo dell’improvvisare qualche frottola per non parlare dei fatti – quando sono in difficoltà. Ma in un senso più pieno e nobile: per dare forza, tensione emotiva e ideale alla loro proposta politica. E il pubblico, soprattutto quello di opposizione, sembra gradire.

Cosa c’è dietro questa fascinazione improvvisa per le narrazioni? Sono tante le possibili risposte. Il bisogno di uscire dal querulo, petulante e asfittico pollaio della politica quotidiana, narrata ossessivamente dai media. L’asfissia del dibattito politico-televisivo, che inscena la contrapposizione e poi la abbandona al suo triste destino fatto di insulti, schiamazzi, sovrapposizioni di voci, muro contro muro, tra i soliti professionisti (giornalai) della guerriglia e dell’aggressione. La speranza che oltre Ruby, Patrizia e le innumerevoli altre ci sia qualcosa di più importante su cui chiedere ragione al Presidente del Consiglio. E che questa speranza non sia affidata al ravvedimento operoso di Mara e delle altre folgorate da improvviso successo ministeriale. Infine – e non da ultimo – il bisogno che si torni a parlare di prospettive, di valori, di futuro per aprire scenari in cui le persone possano e sappiano riconoscersi. Che non si continui a lanciare – come ha fatto per l’ennesima volta Berlusconi qualche ora fa – solo un appello plebiscitario pro o contro una persona.

Qualcuno prova ad accomunare il narratore più gettonato del momento – il leader di Sinistra e libertà, Vendola – a Berlusconi, sotto il segno della demagogia, rispettivamente di sinistra e di destra. Ma il paragone, formulato in questi termini, tocca solo la superficie. Certamente, come abbiamo detto, l’esigenza di tornare a immaginare un destino per questa nazione e di provare a raccontarlo (anche con le slide, come in una lezione universitaria e come fa Saviano) è profondo e avvertito da una parte crescente della popolazione. E Vendola a sinistra, ma anche Fini – in modo assolutamente più tradizionale – sul versante di centro-destra (e non solo) riescono a intercettarlo. Un parte del successo del Partito democratico ai tempi di Veltroni si è giocato proprio sulla capacità di rispondere a questa esigenza profonda. Le lezioni ai giovani sulla “bella politica”, l’immaginario cinematografico (ovviamente) ulivista (nel senso di: immerso tra gli ulivi delle dolci colline umbre) del discorso di fondazione, lo stile vagamente british del confronto politico (affidato non solo alle camicie botton down ma anche al rifiuto di demonizzare l’avversario) avevano aperto uno spiraglio di orizzonte, per quanto effimero, che il logoro battutista Bersani non riesce e non vuole interpretare.

La capacità di intercettare motivazioni profonde affranca – almeno potenzialmente – dal rischio della demagogia; la forza e la coerenza della narrazione, affidata alla volontà di far riemergere temi, problemi, istanze, pezzi di società privi di vocalità (politica prima che mediatica) e quasi rimossi dall’immaginario collettivo (a sinistra come a destra), pone un argine alla tentazione di bollare immediatamente i nuovi narratori come “parolai”, salottieri e inconcludenti. Ma c’è un’altra motivazione che li rende assolutamente interessanti dal punto di vista di chi osserva i comportamenti delle audience televisive. Questi soggetti politici hanno imparato non tanto a imitare la demagogia di Berlusconi ma a sfidarlo imparando la sua lezione più profonda e scendendo nel suo stesso campo (ricorrendo all’abusata metafora). E il campo – in cui Berlusconi profeticamente “discese” nel 1994 – è quello in cui si parla alle audience – sia della televisione tradizionale che di YouTube – come se rappresentassero la constituency, il proprio corpo elettorale, senza bisogno di alcuna altra mediazione (partitica). Gli infiniti discorsi sui partiti di “plastica” (quelli di Berlusconi, fatti e disfatti tra predellini e azzurri fondali televisivi) o “leggeri” (come si usa dire ora elegantemente a sinistra) vanno a sbattere su un fatto incontrovertibile: come aveva notato già molti anni fa Liesbet van Zoonen, «sul piano strutturale, gli elettori si collocano rispetto ai partiti e alla leadership politica in maniera simile a come i fan si relazionano ai programmi e alle star».

E allora, forse, è arrivato il momento di leggere in una prospettiva che vada oltre i tradizionali confini del «populismo mediatico» l’apparente provocatoria similitudine tra «fan practices» e «political practices». Per comprendere lo spazio politico-mediatico delle democrazie cosiddette postmoderne, dominate dall’intreccio tra televisione e comunicazione politica, tra cultura popolare e leadership protagonista dello spettacolo pubblico-politico; forme democratiche in cui i «cittadini» (gli elettori) diventano immediatamente «pubblico» (audience televisiva). Ma anche per leggere le pratiche sociali di fandom – nella sfera pubblico-politica – come espressione di un bisogno di attivazione e partecipazione.

 

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5 commenti leave one →
  1. Adrian permalink
    28 novembre 2010 17:37

    Ma Veltroni non aveva perso?

    • Alberto Marinelli permalink
      29 novembre 2010 12:26

      Non è infatti una ricetta per vincere. E forse, come lascio intendere, la narrazione non era del tutto adeguata

  2. 28 novembre 2010 22:31

    mah io vedo politici che parlano dell’ esigenza di raccontare storie, ma che lo fanno sinceramente no

    una narrazione politica deve partire da qualcosa ed arrivare a qualcosa, tentando di ridefinire questo qualcosa. per come la vedo io, siamo molto lontani da questo nei politici nostrani
    (un esempio banale può essere questo, che aldilà della sostanza almeno retoricamente parte dalla ‘vecchia’ america e racconta la ‘nuova’ america)

    http://my.barackobama.com/page/content/hisownwords/

  3. Alberto Marinelli permalink
    29 novembre 2010 12:25

    hai ragione. Se paragonate a quel modello sono maldestri tentativi. Anche se lo stesso Obama ha forti difficoltà a tenere elevato il livello della sua narrazione una volta entrato alla Casa Bianca. Il problema che volevo sollevare è però più profondo. Qualcuno (e Vendola più di altri) ha capito che non esiste più la possibilità di tenere separato il “corpo elettorale” dalle “audience”. E in questo senso produce e indirizza la sua comunicazione. Nel caso della televisione (ma direi: di tutte le forme broadcast, compresi i discorsi in pubblico): le sue narrazioni. Un grande passo in avanti rispetto alla vecchia sinistra che ancora pensa la società (vera, reale) da una parte e il mondo delle rappresentazioni televisive (più o meno rispondenti alla realtà1) da un’altra.

  4. Slash permalink
    30 novembre 2010 01:03

    Maldestri davvero (USA i democratici ci sono arrivati almeno almeno nei 60, Francia 80?, Uk inizio 90?)

    (La narrazione di Obama e’ debolissima, forse addirittura da prima delle elezioni nella fase di contrattazione con il partito)

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