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Chi ha paura degli stereotipi? Sospesa tra Elastimamma ed Emma Morley

6 dicembre 2010

La scorsa settimana sono stata in Lituania, ospite dell’EIGE, per una interessante tavola rotonda di esperti sul tema dello stereotipo di genere. Oltre a constatare una certa diffidenza e curiosità da parte delle colleghe europee rispetto allo scenario italiano in termini di rappresentazione femminile, ho avuto modo di rafforzare la mia opinione sugli stereotipi e sul loro ruolo sociale.

Il mio non felicissimo (forse inappropriato) esordio nella discussione è, infatti, stata la constatazione che gli stereotipi di per sé non sono né buoni né cattivi. Semplicemente servono a garantire la nostra stabilità cognitiva, emotiva e relazionale e la nostra continuità sociale. Sono parte dell’ideologia e quindi riguardano “il rapporto vissuto dagli uomini col loro mondo”, tanto per citare Althusser.

Ovviamente gli stereotipi, essendo depositari della funzione di stabilità e riconoscibilità sociale, possono anche diventare claustrofobici, eccessivamente statici (è un loro tratto distintivo anche questo), asfittici e resistenti al cambiamento. E di questo ci accorgiamo quando non sono più in grado di garantirci identificazione e istruzioni per l’uso, adeguate ai tempi.

Gli stereotipi nei confronti dei quali, tuttora, il dibattito è animato sono il portato, almeno in Italia, di un modello sociale patriarcale, in cui la donna è costretta a ruoli marginali e privati (la famiglia) mentre l’uomo è il gestore della cosa pubblica. Il potere della donna (ma anche il suo lavoro) consiste nel cercare di attirare a sé con grazia e bellezza le attenzioni dell’uomo, altrimenti distratto dagli affari, e altrimenti inesorabilmente violento e dispotico. È la storia del romanzo rosa, così ben raccontata da Janice Radway nella ricerca Reading the romance, di cui ho tradotto le conclusioni per l’antologia Audience Reader. Saggi e riflessioni sull’esperienza di essere audience.

È la storia raccontata dai manifesti raccolti da Elisa Giomi nel video Se questa è una donna:


L’enfatizzazione, poi, per il corpo femminile che deriva dalla mercificazione e dalla spettacolarizzazione dello stesso a fini economici non è che una deriva becera che, da una parte esalta e sollecita lo sguardo voyeuristico maschile e allo stesso tempo, tuttavia, sembra incitare le donne ad immaginare l’esibizione fisica come un tratto di ascesa sociale irrinunciabile (il cosiddetto fenomeno del “velinismo”).

Mi fermo qui e mi assumo i rischi di una trattazione così superficiale del tema e rimando a letture ben più argomentate. Ma questa premessa mi serve per affrontare un altro discorso che ha ancora a che fare con lo stereotipo e con l’ideologia.

Da studiosa di audiences ne descrivo – e ripeto come un mantra – le caratteristiche di complessità (eterogeneità dei soggetti), competenza (media literacy), mutevolezza (nomadismo tattico), immaginando che il rapporto tra pubblici e contenuti mediali non sia affatto scontato, né in termini di selezione (quali media, quali contenuti), né in termini di decodifica (quale senso/i), né tanto meno in termini di incorporazione, appropriazione e restituzione sociale (quale interpretazione, quale narrazione).

Perché allora non dovrei adottare questo sguardo più che indulgente sui pubblici rispetto ai contenuti mediali che perpetuano stereotipi di genere?

È evidente che gli stereotipi negativi vadano messi in discussione (più ancora che combattuti o eliminati), ma nel merito sappiamo che non si può scegliere di uscire dall’ideologia, ma si può scegliere di “conoscerla il più approfonditamente possibile, riconoscerla il più in fretta possibile e, attraverso il proprio lavoro interpretativo, sempre e necessariamente incompleto, lavorare per trasformarla” (Spivak 1988) .

Anche perché gli steccati ideologici e stereotipizzati di una cultura oggi sono molto meno rigidi del passato e decisamente più permeabili sono i confini verso culture altre. È immaginabile che i nostri figli (per guardare solo poco più in là) che guardano una tv di mille canali, giocano ai videogame, dialogano nei social network entrino in contatto con altre ideologie, altri stereotipi? Quali sono gli stereotipi per loro validi rispetto alle perfomance di genere? Quali rispetto ai ruoli genitoriali e così via?

Fin qui la prima provocazione. Che guarda alla me tipizzata come impegnata nel meeting europeo e alla me tipizzata che studia le audience.  Uno sguardo alla me tipizzata che consuma contenuti mediali può essere utile a chiarire il senso di questo post e il mio pensiero sugli stereotipi.

L’input è il racconto di un’esperienza, la mia (e di molti/e altri/e), di lettrice di uno dei blog più interessanti degli ultimi tempi:

Alcuni dati: ad oggi il blog, nato nel settembre del 2006, è stato visitato 6313412 volte.

Oggi, 6 dicembre 2010, le visite sono state 2400 (alle 14.30) e 20 almeno le persone connesse insieme a me.

La media di visitatori giornalieri è di 5000. I commenti a ogni post sono sempre tanti, spesso sopra il centinaio.

Il gruppo facebook ha 522 membri; Claudia de Lillo (alias Elasti),  ha 1192 amici.

Dal blog sono stati tratti 2 libri, editi da Tea, Non solo mamma. Diario di una mamma elastica con due hobbit, un marito part-time e un lavoro a tempo pieno, arrivato alla sesta edizione, e Non solo due . Viaggi, avventure e stress quotidiano della mamma elastica piu’ famosa d’Italia, con due hobbit (+1) e un marito sempre part-time.

Ma chi è elastimamma e quali sono i motivi del suo successo? Claudia de Lillo nel blog si presenta così:

“sono elastigirl ma per vivere faccio la giornalista. ho tre hobbit, di sesso maschile, uno grande di sette anni, uno piccolo di quattro e uno minuscolo arrivato a dicembre e un marito part-time perché buona parte del suo tempo sta a londra dove lavora (e dove probabilmente ha una vita parallela con un’altra moglie e altri figli…). viviamo a wisteria lane che poi è il posto dove abitano le casalinghe disperate, dove si incontrano l’idraulico figo, la vicina sciantosa e stronza, il padre psicopatico, il figlio disturbato, l’adolescente inquieta e via così.”

Dice la stessa elastimamma in un’intervista:

“Credo che la vita delle mamme lavoratrici (e non solo) con bambini piccoli sia fatta, oltre che di mille difficoltà, anche di grande solitudine. Ci sono poche occasioni per incontrarsi con altre donne che vivono la stessa esperienza, per condividere, per ridere e lamentarsi tutte insieme. Probabilmente il web è un canale efficace per ritrovarsi tutte insieme, con i tempi e i modi più opportuni per ognuna. Quando non si ha il tempo nemmeno per mettersi il balsamo nei capelli o la crema idratante sul viso, è complicato ritagliarsi un’ora per chiacchierare con un’amica. Accendere il computer, anche alle 11 di sera, una volta messi a letto i bambini e il marito, può essere un modo per incontrare altre come te”

Altre come te…

Scrive per es una blogger dopo aver letto le storie di Elasti, “Sono andata a dare un’occhiata e devo ammettere che è una vera e propria forza. Una come tante, una come noi,  una che si aggrappa all’ironia per continuare a fare i salti mortali quando si è a capo di una impresa familiare e per non farsi disintegrare dalla stanchezza.

Sfogliando i commenti ai post, o le presentazioni dei membri del gruppo di facebook troviamo voci e racconti di donne (ma non solo) che si riconoscono nel modello (o stereotipo) Elasti, che si descrivono come lei (e non è emulazione n.d.a.) e attraverso i suoi racconti trovano senso per i loro vissuti, per la propria gestione della vita quotidiana.

Elasti non è un modello, ma aiuta a fare i conti con i modelli e gli stereotipi in declino (la Mamma con la M maiuscola che nell’immaginario europeo è ancora un tratto caratterizzante la cultura italiana, insieme al machismo etc), con i modelli e gli stereotipi in crescita (ruby e le altre) e persino con i modelli e gli stereotipi del femminismo, che oggi talvolta mancano di vocalità presso le generazioni più giovani, accusate di disimpegno, ma forse più semplicemente in cerca di nuove rappresentazioni .

Elastimamma è uno stereotipo? Chi ha paura degli stereotipi?

In volo per la Lituania ho letto Non solo due di Claudia de Lillo. In volo per Roma ho letto Un giorno di David Nicholls.

Si può vivere sospese tra Elastimamma e Emma Morley? Per me si.

P.s. qualche tempo fa Claudia de Lillo è stata invitata in una trasmissione Rai. Il video è su youtube, con 11.619 visualizzazioni. Credo valga la pena vederlo, per capire il lavoro sugli stereotipi operato dalla tv generalista. Ma anche per capire che le alternative ci sono.

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