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Il tormentone Qualunquemente

26 gennaio 2011

Nelle sale da venerdì 22 gennaio, Qualunquemente ha già rimpiazzato Checco Zalone al primo posto nella classifica degli incassi al cinema nel weekend scorso: la media è stata di quasi 10.000 euro a copia,  per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800.00 presenze

Ma questi numeri non arrivano inaspettati..

Forte di una campagna di comunicazione non convenzionale, basata su manifesti elettorali affissi molto tempo prima dell’uscita del film, su pagine facebook dedicate con più di 68mila iscritti, su trailer,  video e canzoni lanciati attraverso youtube a creare attesa e a nutrire fidelizzazione, cui si è aggiunta la complicità prodotta con l’iniziativa delle elezioni primarie che si sono svolte nelle grandi città italiane per votare il politico  Cetto La Qualunque, il successo e la riconoscibilità mediatica di Albanese ne sono usciti ulteriormente rafforzati ed era difficile immaginare un riscontro da parte del pubblico diverso da quello ottenuto in questo week end.

Anche io faccio parte della vasta schiera di spettatori, di quello che è stato definito “un pubblico numeroso e trasversale” visto che il film “fa gola alle masse ma stuzzica anche i palati degli spettatori più ricercati”.

Già. Ma perché fa gola? Quali sono le effettive motivazioni del successo? Cosa cercano le audience – non tanto i fan di Albanese che sono affezionati al comico indipendentemente dalla sua ultima performance cinematografica – in questo prodotto?

Non sono una appassionata del genere comico in generale e, conoscendo Albanese dai tempi di “Su la testa”, trovo che le sue maschere siano più congeniali al teatro e al cabaret, che non ai linguaggi e agli stili di un lungometraggio.

D’altra parte non voglio arrampicarmi sugli specchi a cercare una qualche motivazione legata alla critica cinematografica (mi ricorda il tal film, si ispira alla tal opera, Cetto eroe neorealista) come rocambolescamente hanno tentato di fare, non senza suscitare ilarità, alcuni giornalisti alla conferenza stampa del film e nelle successive recensioni spuntate come funghi nei blog in Rete.

Certamente il tam tam pubblicitario e virale degli ultimi tempi, l’attesa alimentata da programmi come Che tempo che faVieni via con me e la straordinaria contemporaneità con una realtà che, come dichiara lo stesso Albanese, ha superato qualunque immaginazione garantendo ampia pubblicità indiretta, hanno reso appetibile l’occasione.

Ma ora, dopo i fasti del botteghino, molti già gridano al fallimento. Alcuni  lamentano “una grande delusione: poteva diventare un film epocale, è soltanto un film “qualunque”.

Altri sottolineano l’occasione persa per un film di denuncia.

A me viene un dubbio. Una specie di tarlo che mi spinge a domandarmi non solo perché la gente lo va a vedere, ma cosa si aspetta ( o si aspettava) da questo film.

Molti sostengono che il film produca –  tanto naturalmente quanto inesorabilmente – risate amare “Si ride molto, ma di un riso che nasce dal rovo spinoso della  satira, tanto che talvolta, per la vergogna, non si ride affatto.”

Gli spettatori hanno effettivamente vissuto questa sensazione che implica auto riflessività, capacità di lettura della rappresentazione sociale, contesa tra mediale e “reale”, al punto da passare dal riso ad una depressione desolante?

Il ricorso allo stereotipo non è una novità e Qualunquemente si colloca sulla stessa linea di una serie di film italiani anche dell’ultima ora, da Benvenuti al Sud, a Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, a Immaturi, tutti giocati più o meno marcatamente sullo stereotipo e sulla risata familiare che lo stesso solleva. Anche quelle sono risate amare? Dovrebbero esserlo?

Ci siamo chiesti se l’effetto caricaturale di Benvenuti al Sud ci ha provocato profonde scosse emotive al limite della malinconia e del malessere di fronte a quella rappresentazione diffusa che da sempre divide il nostro Paese?

O il caso in oggetto è diverso? Quali sono gli obiettivi che vengono attribuiti a Qualunquemente? Rispecchiamento? Identificazione? Presa di distanza? Catarsi?

Non si ride perché ci troviamo all’uscita di una seduta di autocoscienza, o semplicemente il film non fa ridere perché la sceneggiatura in definitiva è povera e ripetitiva e Albanese per un’ora e mezza è troppo anche per gli affezionati del genere?

La sensazione è che questo parlare di riso amaro, di denuncia, è l’ennesima proiezione di una certa intellighenzia, che questo si aspetta dal pubblico e dalla sua elevazione culturale, lasciandolo guidare per mano da un certo tipo di satira e, allo stesso modo, delegando alle battute di La Qualunque una doverosa e feroce critica sui costumi italiani, non solo in termini politici, oltre che un’azione fortemente pedagogica e di indirizzo.

Qualunquemente è davvero la medicina che scuote gli animi dal torpore politico degli ultimi anni? E la politica può accontentarsi di delegare alla satira quello che non riesce più a comunicare e condividere?

Un’altra chiave di lettura gettonatissima è quella del vecchio adagio: il cinema imita la realtà o – peggio- la realtà imita il cinema.

Posto che a me sembra un falso problema, come ci insegnano tra gli altri Berger e Luckman,è questa la chiave con cui interpretare il successo del film?

Si dice che il film non ci convince perché ciò che racconta non è né iperbolico, né surreale, né grottesco, laddove la cronaca riferisce di fatti più iperbolici, surreali, grotteschi.

I giornalisti si logorano  e ci sfiniscono con domande sulla capacità profetica di autori, registi, produttori del film, riusciti a uscire nelle sale con un tempismo che sa di vaticinio,  rispetto agli sviluppi politici del paese. Smentiti poi dallo stesso Albanese che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che questi temi non sono affatto nuovi nella nostra  storia.

Il leit motiv ‘I have no dream ma mi piace u pilu’ sembra così vicino al caso Ruby, “sembra fatto apposta, ma se il film fosse uscito sei mesi fa o due anni fa non sarebbe stato diverso”.

Allora la domanda resta in piedi. Perché  si va a vedere Albanese?

Siamo di nuovo alla sindrome da evento, costruita nei mesi scorsi da Vieni via con me, per cui partecipare ai contenuti mediali, andare al cinema come accendere la tv, equivale in definitiva ad “esserci” e a occuparsi di politica?

Personalmente tremo all’idea che si possa pensare che l’effetto del film debba essere univocamente quello della risata amara e dell’autocompiacimento deprimente. Ma soprattutto rabbrividisco di fronte alla delusione dichiarata nei confronti della tanto attesa, quanto mancata, lezione politica prodotta da un film comico.

Ormai sembra che parlando dì audience si parli della sindrome politica italiana in cui siamo tutti immersi e forse compiaciuti. Come autori e come spettatori.

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