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Se Monti va a Porta a Porta …

6 dicembre 2011


La decisione di Mario Monti di presentare il decreto “salva-Italia” a Porta a Porta questa sera ha suscitato polemiche e critiche da diverse parti, in campo politico, giornalistico, e nel dibattito pubblico. E se il clamore in un primo momento si era concentrato sulla anticipazione della presentazione televisiva rispetto ai tempi e a luoghi della politica (cosa non certo rara nelle precedenti legislature), ora che il clima istituzionale è stato rasserenato (Monti ha presentato ieri la manovra alla Camera e al Senato), resta il problema della opportunità della scelta di presentare in tv il pacchetto dell’esecutivo e, nello specifico, di farlo  nell’ambito del programma Porta a Porta.

Il premier è accusato di aver ceduto alle lusinghe televisive, in continuità con lo stile comunicativo del predecessore (o piuttosto in virtù di una presunta non contenibile vanità accademica), e di aver quindi finito per concedersi al “terzo ramo del parlamento”, come affettuosamente viene definito il salotto di Vespa, senza valutare i rischi connessi a questa scelta.  Non solo. Ma la scelta di Porta a Porta per molti è da considerarsi un errore, quasi presagio di sciagura, anche in virtù della storica scelta di Berlusconi di quel contesto per firmare il celebre “contratto” con gli Italiani.

Nel frattempo sono migliaia i cittadini che stanno sottoscrivendo l’appello “Monti non andare in quel salotto”, lanciato oggi da Libertà e Giustizia, l’associazione presieduta da Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti. E l’invito ad esprimere una posizione pro-contro sta invadendo il web e viene rilanciato dai media mainstream

Il premier dal canto suo valuta la polemica come “solo un’onda di eccitazione psicodrammatica» e la sua presenza da Vespa, nel frattempo si è ridotta a una partecipazione alla prima parte della puntata. Niente talk in seconda serata, dunque, cui invece parteciperanno il ministro dello sviluppo Economico Corrado Passera, il vice ministro dell’Economia Vittorio Grilli, e non il ministro del Welfare Elsa Fornero come precedentemente annunciato. Per Monti, solo un’intervista dalle 20.35 alle 21.05.

Lasciando per un momento che le notizie si rincorrano freneticamente, mi sembra opportuno provare a ragionare sulla questione, che mi sembra centrale rispetto alla riflessione più ampia sul rapporto tra media e politica. È  chiaro, infatti, che una simile decisione presta il fianco ad attacchi incrociati e a letture ipersemplificate della questione. Ma resta il sospetto che dietro le chiacchiere giornalistiche, le polemiche o le boutade politiche come quella di Osvaldo Napoli ci sia qualcosa di più. È davvero, come dichiara Lucia Annunziata , un problema di non competenza televisiva e di scarsa sensibilità nei confronti del (o superiorità verso) mezzo dimostrata da un governo di tecnici e professori – posto che verrebbe da chiedersi se invece la “competenza” televisiva sia quella mostrata nella occupazione del video da parte dei politici –  o al contrario la scelta di Porta a Porta è il frutto di una valutazione appropriata e non banale del rapporto tra politica, media e popolazione italiana?

Negli ultimi anni, la televisione ha certamente stressato il suo ruolo di centralità sulla scena politica italiana, contribuendo a quello che da più parti è stato definito un processo di spettacolarizzazione e personalizzazione, giocato sul carisma dei leader, sul confronto trasformato in game, sulla traduzione dei temi in storie. Nel processo di costruzione della politica “pop” (Van Zoonen 2005; Mazzoleni, Sfardini 2009) i leader devono possedere capacità organizzativa, carisma e straordinaria sintonia con umori popolari, sempre più volubili, e i “cittadini” (gli elettori) vengono letti sempre più come audience televisiva, impegnata in una chiacchiera salottiera che, dagli spazi tradizionali della politica, si è spostata nell’intimità della sfera domestica.

Provando ad applicare questo modello interpretativo al governo Monti siamo immediatamente frenati da una evidente perplessità. Allo sguardo degli elettori (audience televisiva) si propone un gruppo di professori, di tecnici, una squadra austera, persino fredda, certamente rispettosa della liturgia politica e del bon ton. Come sottolinea efficacemente Boccia Artieri,  “a fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo stare contava quasi più del dire, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti” .

D’altra parte il paragone Monti/Berlusconi non lascia scampo, e viene stigmatizzato nei diversi video montaggi che circolano in rete, che contrappongono l’ampia e colorita gestualità del secondo con l’aplomb del primo, la chiacchiera e la barzelletta da osteria alla formalità della citazione dotta o della battuta subito trasformata in aforisma, magari da condividere via sns, secondo una logica da textual poachers cara ad un certo tipo di audience (come il recentissimo “commuoviti ma correggimi” della conferenza stampa di domenica 4 dicembre).

Di fronte alla presentazione del Governo alla Camera e al Senato, così come della manovra finanziaria domenica in conferenza stampa davanti ai giornalisti, la prima sensazione è che un certo teatro televisivo verrà meno, che i toni urlati da match sportivo saranno aboliti, che su tutto comincerà a regnare il rigore, la formalità (e non il formalismo), la severità e la disciplina. Anche quando dalle maglie strette di questa rappresentazione scappa una lacrima, come quella della Fornero commossa sul passaggio dedicato ai sacrifici da chiedere agli Italiani, che rimbalza per tutto il web, dando la stura ai commenti più empatici (positivi o negativi che siano) di un pubblico della politica abituato a ben altre esternazioni e ad un tifo da campionato.

Ma se questo è lo stile, allora perché Porta a Porta? Perché non un messaggio diretto alla nazione, a reti unificate, come auspicato da più parti e ritenuto decisamente più in linea con lo stile del nuovo esecutivo?

Non possiamo certo raccontarci che la partecipazione a Porta a Porta sia una svista di questo governo, o un errore di valutazione sulle potenzialità della tv. Anzi. Scegliere il salotto di Vespa sembra essere piuttosto una scelta comunicativa forte e basata sulla conoscenza delle dinamiche di funzionamento del mezzo: parlare alla pancia degli italiani in un contesto rilassante in cui sono abituati a consumare i grandi temi di cui è intrisa l’opinione pubblica, dal successo di Fiorello, ai grandi delitti irrisolti. In cui, di fatto, che piaccia o no, viene tessuto il senso comune degli italiani, in cui le rappresentazioni socialmente condivise, gli stereotipi trovano sostanza, vengono elaborati, masticati, digeriti e riprodotti come nuovi.

Che Monti intenda rivolgersi agli Italiani è emerso chiaramente dall’appello all’orgoglio nazionale, all’invito a prendere atto della gravità della situazione (chiamatelo pure “decreto salvitalia”), alla richiesta di comportamenti coerenti, di compattezza da parte della politica. Ma la scelta di non consegnare il messaggio ad una strategia comunicativa austera, cerimoniosa, solenne quale quella dei messaggi diretti al ricevente (Thompson, 1998), potrebbe aiutare ad ottenere un impatto emotivo e cognitivo più forte e a sostituire l’incertezza di una comunicazione totalmente senza feedback, con una a feedback gestibile (il talk show), da condividere anche con altri membri della squadra di governo. Senza contare che la scelta di suddividere l’intervento da Vespa in due diversi momenti, un primo più breve in access prime time e il secondo più lungo in seconda serata come di consueto, consentirà probabilmente di raggiungere una platea piuttosto ampia e di sostituirsi al megafono di Radio Londra.

Di fronte a questa strategia solo qualche considerazione. La scelta di Monti comporta un azzardo dal punto di vista delle strategie comunicative e una rottura con le aspettative costruite in questi primi giorni di governo. Fiorello ieri sera lo ha espresso in modo lapidario:  “Presidente Monti, ci sono rimasto un po’ male, mi aspettavo che venisse da me a presentarla, e invece va da Vespa… Quello sta godendo come un riccio, ma non ci doveva andare perché l’ha già fatto qualcun altro… ve lo ricordate, quando fece il contratto agli italiani? E lei Monti, che farà, il testamento?”.

La scelta esprime però la consapevole decisione di giocare “fuori casa” sul terreno dell’avversario, nel desiderio (forse) di allargare la platea del proprio pubblico. Se va a 8 e mezzo o dalla Annunziata, in definitiva non parla ai suoi potenziali tifosi – la parte più matura e raziocinante del pubblico? Se va da Vespa intercetta invece una parte del qualunquismo e del malpancismo che tanti disastri – anche sul piano elettorale – ha portato all’Italia dell’ultimo decennio. Chi storce il naso di fronte a questa scelta potrebbe opportunamente cominciare a preoccuparsi di cosa accade nel salotto di Vespa, dove gran parte della cultura italiana viene servita ogni sera.

Infine, sono di nuovo d’accordo con Boccia Artieri quando sottolinea che “la strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento”.

Più attesa di così?

A noi non resta che seguirlo stasera …

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