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Il tormentone Qualunquemente

26 gennaio 2011

Nelle sale da venerdì 22 gennaio, Qualunquemente ha già rimpiazzato Checco Zalone al primo posto nella classifica degli incassi al cinema nel weekend scorso: la media è stata di quasi 10.000 euro a copia,  per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800.00 presenze

Ma questi numeri non arrivano inaspettati..

Forte di una campagna di comunicazione non convenzionale, basata su manifesti elettorali affissi molto tempo prima dell’uscita del film, su pagine facebook dedicate con più di 68mila iscritti, su trailer,  video e canzoni lanciati attraverso youtube a creare attesa e a nutrire fidelizzazione, cui si è aggiunta la complicità prodotta con l’iniziativa delle elezioni primarie che si sono svolte nelle grandi città italiane per votare il politico  Cetto La Qualunque, il successo e la riconoscibilità mediatica di Albanese ne sono usciti ulteriormente rafforzati ed era difficile immaginare un riscontro da parte del pubblico diverso da quello ottenuto in questo week end.

Anche io faccio parte della vasta schiera di spettatori, di quello che è stato definito “un pubblico numeroso e trasversale” visto che il film “fa gola alle masse ma stuzzica anche i palati degli spettatori più ricercati”.

Già. Ma perché fa gola? Quali sono le effettive motivazioni del successo? Cosa cercano le audience – non tanto i fan di Albanese che sono affezionati al comico indipendentemente dalla sua ultima performance cinematografica – in questo prodotto?

Non sono una appassionata del genere comico in generale e, conoscendo Albanese dai tempi di “Su la testa”, trovo che le sue maschere siano più congeniali al teatro e al cabaret, che non ai linguaggi e agli stili di un lungometraggio.

D’altra parte non voglio arrampicarmi sugli specchi a cercare una qualche motivazione legata alla critica cinematografica (mi ricorda il tal film, si ispira alla tal opera, Cetto eroe neorealista) come rocambolescamente hanno tentato di fare, non senza suscitare ilarità, alcuni giornalisti alla conferenza stampa del film e nelle successive recensioni spuntate come funghi nei blog in Rete.

Certamente il tam tam pubblicitario e virale degli ultimi tempi, l’attesa alimentata da programmi come Che tempo che faVieni via con me e la straordinaria contemporaneità con una realtà che, come dichiara lo stesso Albanese, ha superato qualunque immaginazione garantendo ampia pubblicità indiretta, hanno reso appetibile l’occasione.

Ma ora, dopo i fasti del botteghino, molti già gridano al fallimento. Alcuni  lamentano “una grande delusione: poteva diventare un film epocale, è soltanto un film “qualunque”.

Altri sottolineano l’occasione persa per un film di denuncia.

A me viene un dubbio. Una specie di tarlo che mi spinge a domandarmi non solo perché la gente lo va a vedere, ma cosa si aspetta ( o si aspettava) da questo film.

Molti sostengono che il film produca –  tanto naturalmente quanto inesorabilmente – risate amare “Si ride molto, ma di un riso che nasce dal rovo spinoso della  satira, tanto che talvolta, per la vergogna, non si ride affatto.”

Gli spettatori hanno effettivamente vissuto questa sensazione che implica auto riflessività, capacità di lettura della rappresentazione sociale, contesa tra mediale e “reale”, al punto da passare dal riso ad una depressione desolante?

Il ricorso allo stereotipo non è una novità e Qualunquemente si colloca sulla stessa linea di una serie di film italiani anche dell’ultima ora, da Benvenuti al Sud, a Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, a Immaturi, tutti giocati più o meno marcatamente sullo stereotipo e sulla risata familiare che lo stesso solleva. Anche quelle sono risate amare? Dovrebbero esserlo?

Ci siamo chiesti se l’effetto caricaturale di Benvenuti al Sud ci ha provocato profonde scosse emotive al limite della malinconia e del malessere di fronte a quella rappresentazione diffusa che da sempre divide il nostro Paese?

O il caso in oggetto è diverso? Quali sono gli obiettivi che vengono attribuiti a Qualunquemente? Rispecchiamento? Identificazione? Presa di distanza? Catarsi?

Non si ride perché ci troviamo all’uscita di una seduta di autocoscienza, o semplicemente il film non fa ridere perché la sceneggiatura in definitiva è povera e ripetitiva e Albanese per un’ora e mezza è troppo anche per gli affezionati del genere?

La sensazione è che questo parlare di riso amaro, di denuncia, è l’ennesima proiezione di una certa intellighenzia, che questo si aspetta dal pubblico e dalla sua elevazione culturale, lasciandolo guidare per mano da un certo tipo di satira e, allo stesso modo, delegando alle battute di La Qualunque una doverosa e feroce critica sui costumi italiani, non solo in termini politici, oltre che un’azione fortemente pedagogica e di indirizzo.

Qualunquemente è davvero la medicina che scuote gli animi dal torpore politico degli ultimi anni? E la politica può accontentarsi di delegare alla satira quello che non riesce più a comunicare e condividere?

Un’altra chiave di lettura gettonatissima è quella del vecchio adagio: il cinema imita la realtà o – peggio- la realtà imita il cinema.

Posto che a me sembra un falso problema, come ci insegnano tra gli altri Berger e Luckman,è questa la chiave con cui interpretare il successo del film?

Si dice che il film non ci convince perché ciò che racconta non è né iperbolico, né surreale, né grottesco, laddove la cronaca riferisce di fatti più iperbolici, surreali, grotteschi.

I giornalisti si logorano  e ci sfiniscono con domande sulla capacità profetica di autori, registi, produttori del film, riusciti a uscire nelle sale con un tempismo che sa di vaticinio,  rispetto agli sviluppi politici del paese. Smentiti poi dallo stesso Albanese che ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che questi temi non sono affatto nuovi nella nostra  storia.

Il leit motiv ‘I have no dream ma mi piace u pilu’ sembra così vicino al caso Ruby, “sembra fatto apposta, ma se il film fosse uscito sei mesi fa o due anni fa non sarebbe stato diverso”.

Allora la domanda resta in piedi. Perché  si va a vedere Albanese?

Siamo di nuovo alla sindrome da evento, costruita nei mesi scorsi da Vieni via con me, per cui partecipare ai contenuti mediali, andare al cinema come accendere la tv, equivale in definitiva ad “esserci” e a occuparsi di politica?

Personalmente tremo all’idea che si possa pensare che l’effetto del film debba essere univocamente quello della risata amara e dell’autocompiacimento deprimente. Ma soprattutto rabbrividisco di fronte alla delusione dichiarata nei confronti della tanto attesa, quanto mancata, lezione politica prodotta da un film comico.

Ormai sembra che parlando dì audience si parli della sindrome politica italiana in cui siamo tutti immersi e forse compiaciuti. Come autori e come spettatori.

A chi fa male la comunicazione?

15 gennaio 2011

Non nascondiamoci dietro la evidente rozzezza degli attacchi e cerchiamo di osservare e di dare un senso a quanto sta accadendo. Provando a superare il senso di profondo disagio – quasi di disgusto – per l’ulteriore prova di ideologica arretratezza della classe politica che gli elettori ci consegnano con disarmante continuità.

Il governo in carica è sicuramente il più interessato alla comunicazione – e al controllo dei media – tra quelli che si sono succeduti nella vita della nostra repubblica. Si può dire che è ossessionato dalla comunicazione. Che non ha vita autonoma rispetto alla comunicazione.

E’ guidato dal tycoon della più grande impresa media italiana; da un uomo che tutti – anche i suoi più acerrimi avversari politici – considerano insuperabile come comunicatore. Quando lancia gli slogan (“meno tasse per tutti”); incorre in apparenti gaffes, in realtà abili ammiccamenti al suo elettorato (meglio essere appassionati delle belle ragazze che gay”); racconta barzellette con espressioni poco adatte alle educande e riesce addirittura ad ottenere una valutazione positiva del “contesto” da parte delle gerarchie cattoliche; irrompe telefonicamente nelle trasmissioni televisive di gossip denunciando i “comunisti in cachemire”; si fa fotografare attorniato da figli e nipoti sulla copertina di Chi.

Nel tempo libero da queste attività, vengono esaminati quotidianamente sondaggi di opinione, realizzati bozzetti per i loghi e il nome dei nuovi movimenti elettorali che si succedono con cadenza quasi biennale, prenotati gli spazi per gli adorati cartelloni pubblicitari 6X3, valutata l’efficacia comunicativa del personale politico secondo le logiche del casting televisivo.  L’elenco – a mero titolo di esempio – è assolutamente incompleto e consapevolmente disinteressato rispetto a questioni di tipo legislativo, regolamentare o di controllo dei posti di responsabilità nella stampa o in tv.

Verrebbe da dire che, fin quando è in carica “un” governo Berlusconi, il lavoro non dovrebbe mancare per i giovani laureati in discipline comunicative. Non c’è traccia invece di gravosi impegni futuri per i famosi “laureati in discipline tecniche”, se si fa eccezione del nucleare e del ponte sullo stretto di Messina. E anche quando i ministri assumono, come nel recente caso del Ministro per il Turismo Brambilla, sembrano nettamente privilegiate il marketing e la comunicazione.

E allora, perché almeno due ministri della Repubblica (Gelmini e Sacconi) pensano apparentemente il contrario e attaccano i laureati in scienze della comunicazione?

Basterebbe infatti che i nostri due ministri controllassero i dati per rientrare, come sempre, in sintonia con Berlusconi. E se proprio si vogliono prendere le distanze dalle università pubbliche – potenziale covo di “comunisti” nell’immaginario ministeriale – si può sempre evitare la rozzezza di un attacco indifferenziato e distinguere gli universi di riferimento. Dai dati Almalaurea, Gelmini e Sacconi potrebbero così apprendere che i laureati nel 2008 del corso di laurea specialistica in Pubblicità e comunicazione d’impresa della Facoltà di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dello IULM (Milano), a distanza di 1 anno dalla laurea, lavorano per il 72,9%, sono disoccupati per l’11,6% e guadagnano in media 1.157€ al mese. Sia detto per inciso, i dati pubblici Almalaurea – utilizzati anche dagli uffici ministeriali – per il corrispondente corso di laurea nel mega ateneo pubblico Sapienza di Roma sono i seguenti: 55% lavorano; 18,3% si dichiarano disoccupati; il salario medio scende a 838€ mese. Indicatori di una maggiore difficoltà di assorbimento da parte del mercato del lavoro, anche se si deve considerare – come si evince dai bilanci Mediaset – che la crisi ha fortemente inciso sui budget pubblicitari e, più in generale, sulle attività di promozione e comunicazione aziendali.

E anche sul piano del profilo formativo, i due ministri potrebbero prendere atto – pacatamente – che l’istituzione dei corsi di laurea in comunicazione non ha significato promuovere lo studio di “amenità” varie. Dopo aver scontato qualche inefficienza e improvvisazione – come molte altre facoltà umanistiche dove i curricula sono meno prescrittivi a livello europeo – la maggior parte dei corsi di laurea in scienze della comunicazione hanno assunto una configurazione disciplinare e obiettivi formativi  molto simili a quelli che vengono proposti in altre università, in Europa e negli Stati Uniti. Come per le discipline scientifiche, i migliori laureati in scienze della comunicazione italiani – almeno dalle esperienze cui posso accedere personalmente – non sono affatto svantaggiati quando chiedono di lavorare o continuare a studiare (in un Master o un dottorato) a Londra o a Los Angeles.

Ovviamente continuano a esistere in giro per l’Italia corsi di laurea in comunicazione poco qualificati. Ma questo è vero per molte facoltà, anche scientifiche: una laurea in ingegneria in un Politecnico del nord, come tutti sanno, non è assimilabile a una laurea in ingegneria in una piccola università del centro sud. E poi, il Ministro Gelmini dovrebbe al riguardo sentirsi garantita dalla “stretta” imposta non solo dalla recente riforma universitaria ma anche dai regolamenti e dalle prime circolari ministeriali applicative. Il controllo centralizzato – che alcuni, a ragione, definiscono troppo burocratico – dovrebbe garantire almeno sul rispetto degli standard di docenza e attrezzature, oltre che sulla relativa omologazione dei curricula.

Rimane il fatto che la rozzezza e la carica ideologica del dibattito pubblico in Italia è impressionante e non finisce mai di stupirmi nonostante la lunga esperienza di vita e professionale. Dieci anni fa la parola “comunicazione” veniva evocata per prendere applausi e colpire l’immaginario dei giovani che affollavano le prove di accesso ai corsi di laurea in Scienze della comunicazione, spesso senza sapere bene cosa andavano a studiare.

Ora la parola comunicazione viene rigettata dalla classe politica. O per essere più precisi: viene svalutata la formazione universitaria nelle discipline comunicative, non gli “esperti in comunicazione” che prendono le consulenze ministeriali, propongono inqualificabili spot per promuovere il turismo in Italia con la voce del premier e affollano i talk show televisivi. Viene quasi da pensare che a qualcuno dispiaccia che la media literacy promossa dalle università (pubbliche e private) diventi patrimonio e asse portante delle competenze professionali di migliaia di ragazzi e ragazze. E per questo la si definisca una “amenità”. Ma così non si offende solo la preparazione e l’investimento culturale e professionale di molti giovani; si fa un danno anche al paese, contribuendo a marginalizzare alcune delle intelligenze più vivaci, autonome  e creative.

Chi ha paura degli stereotipi? Sospesa tra Elastimamma ed Emma Morley

6 dicembre 2010

La scorsa settimana sono stata in Lituania, ospite dell’EIGE, per una interessante tavola rotonda di esperti sul tema dello stereotipo di genere. Oltre a constatare una certa diffidenza e curiosità da parte delle colleghe europee rispetto allo scenario italiano in termini di rappresentazione femminile, ho avuto modo di rafforzare la mia opinione sugli stereotipi e sul loro ruolo sociale.

Il mio non felicissimo (forse inappropriato) esordio nella discussione è, infatti, stata la constatazione che gli stereotipi di per sé non sono né buoni né cattivi. Semplicemente servono a garantire la nostra stabilità cognitiva, emotiva e relazionale e la nostra continuità sociale. Sono parte dell’ideologia e quindi riguardano “il rapporto vissuto dagli uomini col loro mondo”, tanto per citare Althusser.

Ovviamente gli stereotipi, essendo depositari della funzione di stabilità e riconoscibilità sociale, possono anche diventare claustrofobici, eccessivamente statici (è un loro tratto distintivo anche questo), asfittici e resistenti al cambiamento. E di questo ci accorgiamo quando non sono più in grado di garantirci identificazione e istruzioni per l’uso, adeguate ai tempi.

Gli stereotipi nei confronti dei quali, tuttora, il dibattito è animato sono il portato, almeno in Italia, di un modello sociale patriarcale, in cui la donna è costretta a ruoli marginali e privati (la famiglia) mentre l’uomo è il gestore della cosa pubblica. Il potere della donna (ma anche il suo lavoro) consiste nel cercare di attirare a sé con grazia e bellezza le attenzioni dell’uomo, altrimenti distratto dagli affari, e altrimenti inesorabilmente violento e dispotico. È la storia del romanzo rosa, così ben raccontata da Janice Radway nella ricerca Reading the romance, di cui ho tradotto le conclusioni per l’antologia Audience Reader. Saggi e riflessioni sull’esperienza di essere audience.

È la storia raccontata dai manifesti raccolti da Elisa Giomi nel video Se questa è una donna:


L’enfatizzazione, poi, per il corpo femminile che deriva dalla mercificazione e dalla spettacolarizzazione dello stesso a fini economici non è che una deriva becera che, da una parte esalta e sollecita lo sguardo voyeuristico maschile e allo stesso tempo, tuttavia, sembra incitare le donne ad immaginare l’esibizione fisica come un tratto di ascesa sociale irrinunciabile (il cosiddetto fenomeno del “velinismo”). Leggi tutto…

Perchè i politici hanno imparato a raccontare storie (in televisione)

28 novembre 2010

I nostri politici, nell’ultima travagliata stagione della seconda repubblica, stanno imparando a raccontare storie. Non nel senso allusivo dell’improvvisare qualche frottola per non parlare dei fatti – quando sono in difficoltà. Ma in un senso più pieno e nobile: per dare forza, tensione emotiva e ideale alla loro proposta politica. E il pubblico, soprattutto quello di opposizione, sembra gradire.

Cosa c’è dietro questa fascinazione improvvisa per le narrazioni? Sono tante le possibili risposte. Il bisogno di uscire dal querulo, petulante e asfittico pollaio della politica quotidiana, narrata ossessivamente dai media. L’asfissia del dibattito politico-televisivo, che inscena la contrapposizione e poi la abbandona al suo triste destino fatto di insulti, schiamazzi, sovrapposizioni di voci, muro contro muro, tra i soliti professionisti (giornalai) della guerriglia e dell’aggressione. La speranza che oltre Ruby, Patrizia e le innumerevoli altre ci sia qualcosa di più importante su cui chiedere ragione al Presidente del Consiglio. E che questa speranza non sia affidata al ravvedimento operoso di Mara e delle altre folgorate da improvviso successo ministeriale. Infine – e non da ultimo – il bisogno che si torni a parlare di prospettive, di valori, di futuro per aprire scenari in cui le persone possano e sappiano riconoscersi. Che non si continui a lanciare – come ha fatto per l’ennesima volta Berlusconi qualche ora fa – solo un appello plebiscitario pro o contro una persona.

Qualcuno prova ad accomunare il narratore più gettonato del momento – il leader di Sinistra e libertà, Vendola – a Berlusconi, sotto il segno della demagogia, rispettivamente di sinistra e di destra. Ma il paragone, formulato in questi termini, tocca solo la superficie. Certamente, come abbiamo detto, l’esigenza di tornare a immaginare un destino per questa nazione e di provare a raccontarlo (anche con le slide, come in una lezione universitaria e come fa Saviano) è profondo e avvertito da una parte crescente della popolazione. E Vendola a sinistra, ma anche Fini – in modo assolutamente più tradizionale – sul versante di centro-destra (e non solo) riescono a intercettarlo. Un parte del successo del Partito democratico ai tempi di Veltroni si è giocato proprio sulla capacità di rispondere a questa esigenza profonda. Le lezioni ai giovani sulla “bella politica”, l’immaginario cinematografico (ovviamente) ulivista (nel senso di: immerso tra gli ulivi delle dolci colline umbre) del discorso di fondazione, lo stile vagamente british del confronto politico (affidato non solo alle camicie botton down ma anche al rifiuto di demonizzare l’avversario) avevano aperto uno spiraglio di orizzonte, per quanto effimero, che il logoro battutista Bersani non riesce e non vuole interpretare.

La capacità di intercettare motivazioni profonde affranca – almeno potenzialmente – dal rischio della demagogia; la forza e la coerenza della narrazione, affidata alla volontà di far riemergere temi, problemi, istanze, pezzi di società privi di vocalità (politica prima che mediatica) e quasi rimossi dall’immaginario collettivo (a sinistra come a destra), pone un argine alla tentazione di bollare immediatamente i nuovi narratori come “parolai”, salottieri e inconcludenti. Ma c’è un’altra motivazione che li rende assolutamente interessanti dal punto di vista di chi osserva i comportamenti delle audience televisive. Questi soggetti politici hanno imparato non tanto a imitare la demagogia di Berlusconi ma a sfidarlo imparando la sua lezione più profonda e scendendo nel suo stesso campo (ricorrendo all’abusata metafora). E il campo – in cui Berlusconi profeticamente “discese” nel 1994 – è quello in cui si parla alle audience – sia della televisione tradizionale che di YouTube – come se rappresentassero la constituency, il proprio corpo elettorale, senza bisogno di alcuna altra mediazione (partitica). Gli infiniti discorsi sui partiti di “plastica” (quelli di Berlusconi, fatti e disfatti tra predellini e azzurri fondali televisivi) o “leggeri” (come si usa dire ora elegantemente a sinistra) vanno a sbattere su un fatto incontrovertibile: come aveva notato già molti anni fa Liesbet van Zoonen, «sul piano strutturale, gli elettori si collocano rispetto ai partiti e alla leadership politica in maniera simile a come i fan si relazionano ai programmi e alle star».

E allora, forse, è arrivato il momento di leggere in una prospettiva che vada oltre i tradizionali confini del «populismo mediatico» l’apparente provocatoria similitudine tra «fan practices» e «political practices». Per comprendere lo spazio politico-mediatico delle democrazie cosiddette postmoderne, dominate dall’intreccio tra televisione e comunicazione politica, tra cultura popolare e leadership protagonista dello spettacolo pubblico-politico; forme democratiche in cui i «cittadini» (gli elettori) diventano immediatamente «pubblico» (audience televisiva). Ma anche per leggere le pratiche sociali di fandom – nella sfera pubblico-politica – come espressione di un bisogno di attivazione e partecipazione.

 

Vieni via con me: cercasi politica disperatamente / 2

22 novembre 2010

(pubblichiamo la seconda parte della chiacchierata tra Romana Andò e Alberto Marinelli su Vieni via con me)

Ma qual è, allora, il plusvalore non televisivo, che tiene le persone incollate davanti allo schermo per oltre 2 ore, quasi per senso del dovere, e in una tranquilla serata di tv generalista – precedentemente appaltata al Grande Fratello, come astutamente aveva pensato il Direttore generale Rai – riporta magicamente di fronte agli schermi almeno 2,5 milioni di pubblico, normalmente affaccendato con altre tecnologie comunicative? Il bisogno di essere presenti all’appuntamento è consapevole e condiviso dalle audience (non più e non solo televisive) che si scambiano messaggi in tempo reale su Twitter e su Facebook; è un investimento nella speranza che accada qualcosa che faccia deragliare il treno della quotidianità televisiva (e politica). Vieni via  con me si trova così a rispondere – quasi inconsapevolmente, anche se qualche dubbio su Michele Serra permane – alle aspirazioni, ai bisogni pre-politici più che politici di un corpo elettorale intrappolato in un sistema bloccato, in cui è difficile trovare riconoscibilità politica, prostrato da una situazione di crisi economica che non riesce ad aprire l’orizzonte del futuro, perennemente alla ricerca di riferimenti, mappe valoriali, obiettivi che possano convincerlo ad abbandonare la posizione di mera spettatorialità per avventurarsi nel (quasi) rimosso mondo dell’impegno in prima persona.

Vieni via con me è allora un evento, un unicum, un luogo ideale, uno spazio fisico accogliente in cui un corpo elettorale in debito di riconoscibilità cerca riferimenti, gestisce stati d’animo, emozioni. Vieni via con me è una risposta ad una istanza pre-politica, che si esprime in una televisione non quotidiana proprio perché sono insoddisfacenti i linguaggi, i valori, i leader della politica quotidiana, così come le facce della televisione quotidina. A queste istanze l’evento televisivo – ed è questo il suo grande merito – ha avuto l’intelligenza di rispondere assumendo la forma (televisiva) di una sommatoria di narrazioni, grandi e piccole, private e pubbliche, allegre e irriverenti o drammatiche, tutte emotivamente coinvolgenti (come deve essere sempre la televisione) ma compiute e analitiche, dotate di un senso profondo e riconoscibile.

Si è prodotta una narrazione televisiva lontana anni luce dagli altri talk show politici della Rai (con l’eccezione parziale di Anno zero, soprattutto in questa stagione), stanche rappresentazioni delle contese, degli schematismi, delle risse tra gli attori sulla scena: mero riverbero dei tempi e dei modi della politica cui si prestano maggiordomi televisivi più o meno riferibili a fazioni in aspra contesa. Vieni via con me non si pone l’obiettivo di allevare e dar voce alle opposte tifoserie ma di provare a ricucire una trama, una narrazione sociale e politica in cui i singoli soggetti possano riconoscersi. Una narrazione che induce coinvolgimento e partecipazione. Anche quando si affida – oseremmo dire, stancamente – all’album delle figurine di veltroniana memoria.

E allora, pensando alla copertura che dell’evento hanno dato Facebook, Twitter, Youtube e gli altri social media – o meglio gli spettatori tv nel loro essere contestualmente anche on line – è forse d’obbligo soffermarsi a riflettere sulla centralità del programma in termini di appropriazione da parte dei soggetti. Probabilmente è Youtube che segnala questo tratto con maggiore decisione e incisività. Dal video delle incursioni di Benigni, già disponibile on line pochi minuti dopo la messa in onda, all’insieme di pezzi di programma appropriati, incorporati dai pubblici e da loro stessi restituiti in tempi strettissimi, con il gradimento e apprezzamento di altri lettori attivi, diventa manifesto il livello di interesse, attaccamento, affiliazione, engagement che il programma ha suscitato, ben oltre le aspettative stesse degli autori e – forse – delle loro stesse competenze in termini di transmedialità dei contenuti e di spreadability rispetto alla sola logica broadcast.

È possibile che gli autori si aspettassero di insistere su una nicchia, che puntassero ad un effetto televisivo (ancora la tv di qualità come obiettivo) e ad un risultato politico (rispondere alle constituency elettorali in cerca di rappresentanza che ultimamente sempre più si chiedono “Fuggo o mi impegno? Vado via o resto?”). Di certo, però, sono incappati in qualcosa di più e in qualcosa di altro. Hanno incrociato perfettamente le esigenze di audience consapevoli dell’importanza dell’evento collettivo e consapevoli di esserne spettatori. Soggetti-audience alla ricerca di contenuti che parlano alle emozioni, alla pancia, di segnali di riconoscibilità che muovono stati d’animo. E per questi soggetti vedere un programma ecumenico e accogliente è già trovare risposte.

Ma un rischio c’è, e consiste nello scambiare per engagement i risultati del programma. A due livelli. Da una parte sopravvalutare questo movimento delle platee e leggere la loro scelta come oppositiva sul piano televisivo al Grande Fratello (che pure tiene gli ascolti da decima edizione) secondo narrazioni che storicamente ripropongono la lotta degli ascolti Rai vs Mediaset; e, sul piano politico, come rivolta nei confronti della destra e del suo leader Berlusconi. Dall’altra, sopravvalutare la visione del programma elevandola a segnale di civic engagement. È civic engagement vedere Fazio e Saviano, ascoltare Fini e Bersani, ridere con Benigni e Albanese e riflettere con la vedova Welby?

Molti sarebbero pronti a dire di sì. Gli stessi che pensano che esprimere Like nei confronti di un personaggio politico su Facebook, o diventare suoi followers su Twitter equivalga ad essere impegnati politicamente nel senso più ampio del termine. Ma la verità è che è proprio il passaggio dal vedere la tv e likare un personaggio, allo scendere in piazza, al votare e all’impegnarsi in prima persona civicamente, ad essere un nodo critico e al contempo fondamentale, ancora liquidato attraverso la riproposizione di modelli interpretativi troppo appoggiati sul ruolo persuasivo dei media.

Ed un altro rischio – forse ancora peggiore del precedente – è racchiuso nei messaggi che rimbalzano sulla rete e che tendono a vedere in Saviano l’atteso Messia in grado di risollevare le sorti del PD. Come ha scritto con grande nettezza Vittorio Zucconi nel suo blog, questo è l’estremo, drammatico segno del “berlusconismo” imperante. “Saviano – scrive Zucconi – deve continuare a fare quello che fa, e fa ammirevolmente, ma non gli affiderei la nostra politica estera, la finanza pubblica o la Difesa. Come ha dimostrato Obama, per parlare di persone serie e non dei nostri tragici pagliacci che lasciano la sedia vuota alla riunione della Nato per un’ora per telefonare alla Carfagna e scongiurarle di ‘nun me lassà’, sapere conquistare la simpatia di una maggioranza non si traduce necessariamente in capacità o efficacia di governo. Non servono profeti, messia, narratori, simboli, barzellettieri, impresari di circo, puttanieri, imbonitori, guitti con la faccia pittata, romanzieri, crociati da operetta con lo spadino di cartone, alla guida dell’Italia di oggi, ma buoni, onesti, seri, grigi amministratori del condominio, che non rubino sulle spese di riscaldamento e non usino i soldi delle spese condominiali per pagarsi gli avvocati difensori nelle loro querele private”.

È necessario, però, decifrare le istanze di rappresentazione che emergono da una richiesta impropria e per alcuni versi “incredibile” e cominciare a domandarsi se questa televisione non quotidiana e per alcuni versi irripetibile può dare il suo onesto contributo per emendare il paese dal berlusconismo.

Quello televisivo, non quello politico.


Vieni via con me: cercasi politica disperatamente / 1

21 novembre 2010

L’occasione è troppo ghiotta per non parlarne. Anche se ancora i pensieri sono tanti, le riflessioni non stabilizzate, le domande aperte. Ma la tentazione di parlare di Vieni via con me è davvero irresistibile. Anche perché le interpretazioni del successo si affollano sui media generalisti, rilanciando una serie infinita di luoghi comuni. E così questa settimana, all’indomani del secondo e ancor più straordinario successo del programma, abbiamo provato a ragionare a voce alta sul tema.

Da dove cominciamo? Da una domanda semplice ma al contempo decisiva … : che cosa è Vieni via con me?

È un evento mediatico (e non sorprenda che nel 2010 tutto si consumi entro i confini dello schermo) che si alimenta di un plusvalore politico. L’esplosione di una molla che si sta caricando da tempo nella sfera pubblico-politica e che esplode tra le mani di una coppia di compiaciuti “bravi ragazzi”, che oscillano tra l’ebbrezza di sentirsi alla testa di un popolo (televisivo ma non solo) di 10 milioni di persone e la restante dote di autoironia, che dovrebbe rassicurarli sul fatto che questo non può dipendere solo da alcuni monologhi, dal ricorso (ideato ai tempi di Baglioni) alla forza evocativa degli elenchi, dalla complicità delle facce comprese nell’album delle figurine di Fazio (e nell’empireo dei miti di sinistra), già abbondantemente sfruttato nella versione da week-end.

Assumere questa prospettiva di lettura significa prendere atto che non è possibile analizzare Vieni via con me entro i canonici confini del linguaggio televisivo (anche se Saviano aveva annunciato di volersi mettere alla prova su questo fronte), inquadrarlo in un ipotetico nascente format, spiegarne gli esiti attraverso le analisi quantitative delle audience. Men che mai lo si può prendere in considerazione come “la” ricetta per la tv di qualità, manifesto ideologico già del tutto consumato nel Tele-sogno di una decina di anni fa e periodicamente riesumato – seppur in forme aggiornate – nelle adunate della vecchia guardia dei combattenti per il servizio pubblico televisivo.

Vieni via con me è un televisione che esce fuori dal quotidiano televisivo, dai palinsesti, dai generi. È un tipo di tv che ha senso solo se si produce e si dà come evento, come rottura, interruzione. Non solo, dunque, non è espressione della nostra tv quotidiana, ma lasciarsi tentare dalla possibilità di quotidianizzare questo tipo di tv, fa compiere un errore vistoso e grossolano, anche previsionale, in termini di futura adesione delle audience. Vieni via con me, infatti, non sembra un esperimento replicabile. Non è un format. E non è neppure una novità, come sottolineava giorni fa anche Aldo Grasso. E noi siamo d’accordo, soprattutto se la prospettiva di osservazione è autoriale, produttiva, linguistica, critica.

Ragioniamo allora sulla natura di un evento che riesce ad inchiodare davanti agli schermi (l’indice di permanenza è altissimo) in un momento in cui la maggior parte dei contenuti della tv quotidiana producono fughe (verso il satellite e oltre…) o un rifiuto quasi preconcetto. E le audience, che si sono attivate per le due serate di Rai3, stavano cercano qualcosa di diverso dalla tv stessa, che come mezzo e come contenuti in alcuni casi (e per alcuni pubblici) è stata già abbandonata a favore di altre forme di consumo mediale.

[continua]

(la chiacchierata del mercoledì, che speriamo diventi una sana istituzione, ha coinvolto Romana Andò e Alberto Marinelli)

Connected TV: l’apocalisse del divano

19 novembre 2010

Rilascio finalmente questo post dopo innumerevoli revisioni e riletture, perché prima, un po’ come se mi trovassi nel bel mezzo di Inception, non riuscivo mai a mettere a fuoco il punto da dove partivano i pensieri che volevo mettere insieme. Ma oggi credo di averlo trovato rivedendo questo video

Non si può infatti parlare di connected tv e audience se non partendo dalla rivoluzione di youtube: in 5 anni abbiamo scoperto, tutti, che ci poteva essere qualcos’altro nel nostro intrattenimento audiovisivo domestico, a tal punto che abbiamo scordato come fosse il “mondo di prima”. Youtube è stato, a mio avviso, il bottone dello switch-on della cultura convergente. Come ho già scritto in un altro blog, da couch potatoes, siamo diventati surfin’ potatoes, muovendoci dalla poltrona e dalle ristrettezze del telecomando verso la più scomoda sedia della scrivania per imparare a trovare un po’ quello che ci pareva in Rete.  Riprendendo Jenkins, le audience hanno imparato a cercare video e muoverli da un territorio all’altro: un nuovo modo di raccontare, informare, sabotare, divertire. Nello stesso tempo ci siamo resi conto che i nostri tempi di vita erano sempre più spesso incompatibili con quelli dei palinsesti televisivi e, come in una favola, ce ne siamo accorti quando ormai avevamo tutti rottamato da tempo i nostri videoregistratori VHS. Anche se qualcuno, già con un piede nell’era digitale, aveva trovato un ottimo rimedio…..

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