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X Factor: tra pubblici e social media

20 novembre 2011

Quella parte di pubblico televisivo che giovedì sera non ha contribuito a far vincere la serata a un Don Matteo che – Fiorello a parte – rimane il cavallo di battaglia dell’autunno di RaiUno, si trovava di fronte ad una scelta di campo: credere nell’esperimento di Santoro e sintonizzarsi su 2,5 ore di un Servizio Pubblico senza contraddittorio o vedere cosa Mr. Sky fosse stato in grado di mettere in piedi con la quinta edizione di X Factor.

Con buona pace della mia coscienza civica (messa a tacere dal ricordo delle due puntate precedenti di Santoro), ho optato per X Factor. Attirata più dagli aspetti di entertainment del programma che da interessi di tipo più analitico, su cui non avevo ancora pienamente riflettuto.

Non è stato prima di mezzanotte passata, e gruppo di ascolto andato via (ma di questo parleremo tra poco), che ho iniziato a comprendere come, in realtà, facesse tutto parte di un piano ben orchestrato.

Ma andiamo con ordine.

Il format di X Factor ha ottenuto un grande successo nel Regno Unito in cui è nato, ed è stato in breve tempo esportato in molti Paesi: in Italia (dove Rai lo ha acquistato per trasformarlo nel talent show di punta della sua rete ‘giovane’) l’accoglienza è stata altalenante, con ascolti poco più elevati della media di rete di RaiDue e, sicuramente, non paragonabili con il successo ottenuto da Amici.

Dopo le prime quattro edizioni, Rai ha deciso di non proseguire con il format, che è stato in breve tempo acquistato da Sky per le due stagioni successive.

Il network satellitare ha, quindi, deciso di renderlo il prodotto di punta della sua stagione autunnale, iniziando già dall’inizio dell’estate una forte promozione per i casting che si sarebbero tenuti a breve.

I casting, appunto: l’aver saputo valorizzare il ‘materiale umano’ presente tra i 50.000 aspiranti cantanti è stata la prima scelta riuscita di Sky. I provini, una delle parti potenzialmente più deboli del programma, sono stati, invece, il vero punto di forza del suo lancio sulla piattaforma satellitare. Anche per merito degli ottimi ascolti delle prima puntata (520mila spettatori lineari, 1.066.000 di contatti), la mattina seguente mezza Italia non faceva altro che parlare delle sorelle Lallai e di Fiocco di Neve. Creando un meccanismo virale, significativamente alimentato dai Social Network, che ha coperto perfettamente la settimana intercorsa tra una puntata e la successiva.

Chi non era riuscito a vedere il programma su SkyUno, in PVR su MySky o attraverso le repliche domenicali su Cielo ha, inizialmente, avuto qualche difficoltà a trovarlo sulla repository abituale di ‘tv del giorno prima’ (nota ai più come YouTube). La policy, già adottata da Sky a ridosso di programmi di punta come Aniene di Corrado Guzzanti, è di gestire ‘internamente’ anche le esperienze di fruizione frammentata e post-televisiva del prodotto. I video  relativi al programma sono caricati direttamente sulla piattaforma distributiva di Sky e totalmente banditi (provate a fare una ricerca!) da Youtube.

Inutile dire che l’obiettivo ultimo è portare più abbonati sulla piattaforma satellitare: va, piuttosto, notato come stia diventando sempre più abituale per i network televisivi (si pensi alla gestione che La7 fa dei programmi di punta del suo palinsesto, con Italialand di Crozza in diretta streaming su YouTube) quella condivisione dei ‘propri’ contenuti che fino a pochi anni fa era al centro di furibonde dispute fan/produttori. Hanno compreso che è quel tipo di viralità (spreadability?) che crea attenzione.

E l’attenzione porta pubblico. Che vuol dire nuovi abbonamenti (o almeno questo è quel che speriamo per il bene della piattaforma satellitare), ma anche modi creativi per riuscire a vedere un prodotto pur non essendo abbonati a Sky. È così che hanno ottenuto un enorme successo i liveblogging (c’è quello ufficiale, e poi i tanti ufficiosi tra cui spicca quello di tvblog), l’utilizzo spasmodico dei tweet altrui come fonte di informazione su quanto stava avvenendo e un grande ritorno: le visioni collettive a casa di amici. Quello a fianco è solo uno dei tweet che mostrano il ritorno di questa modalità di fruizione, in special modo tra i più giovani.

La struttura del programma, invece, rimane praticamente la stessa. Ad eccezione del dramma da televoto che giovedì ha dato prova di aver bisogno di qualche miglioramento (non si vota a ‘buttar fuori’ ma a ‘tenere dentro’, e si possono tenere dentro n-1 concorrenti: se il pubblico non conosce i concorrenti tutti insieme ma man mano che si esibiscono, è naturale che l’ultimo venga fatto fuori) e ci ha ricordato ancora una volta che le competenze analitiche degli spettatori sono, spesso, più sviluppate di quelle di alcuni autori.

La vera novità è, però, un’altra. E arriva dopo mezzanotte, a X Factor finito e mentre il pubblico abbandona lo studio: è il dopofestival 2.0 e si chiama Xtra Factor.

Max Novaresi e Brenda Lodigiani, accompagnati da Costantino della Gherardesca, La Pina e Rocco Tanica (tutti rigorosamente a briglie sciolte, essendo abbondantemente conclusa la fascia di garanzia) che commentano la puntata appena andata in onda con i contributi del pubblico. Che sono ben diversi dall’idea media di ‘contributo del pubblico’  a cui si è abituati.

Intanto perchè sono stati presentati così:

Poi perché il primo contributo della puntata è un’immagine spixelata di un ragazzo nella sua cameretta, che arriva attraverso Skype. E si va avanti su questa falsa riga, facendo a Elio una domanda proveniente da Facebook, commentando i tweet (con tag #xtra5) che nel frattempo scorrono su un pannello nella scenografia, arrivando fino ad organizzare un collegamento in diretta con quella che nel frattempo è diventata la vlogger più cliccata del mese, Fiocco di Neve.

A questo punto gli entusiasti inizierebbero già a parlare di social web che entra nello schermo televisivo. Altri lo hanno già bollato come un prodotto che “va bene per il web, non per la tv”.

Probabilmente la verità, come al solito, sta nel mezzo. Si tratta di un ottimo esperimento – se vogliamo, possiamo addirittura chiamarla televisione partecipativa – che ben si sposa con la scelta di innovare e rilanciare un format particolare (con dei protagonisti ancor più particolari) come X Factor, su un canale che nonostante gli sforzi di Sky continua ad avere un pubblico contenuto. Ha sicuramente bisogno di molti aggiustamenti, che probabilmente arriveranno con il tempo.

Ma non dobbiamo far passare in secondo piano il fatto che, finalmente, qualcuno abbia compreso anche in Italia l’importanza di coinvolgere in maniera diretta le audience a ridosso di un programma televisivo, secondo una pratica che oltreoceano (ma anche in molti Paesi europei) è oramai considerata quasi routine. Per ogni dubbio, chiedere agli MTV European Music Awards.

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14 commenti leave one →
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